La formula giusta per la parte giusta

Negli anni Settanta la parola “Palestina” entrava nei cortei italiani con la forza di un simbolo assoluto. Era la chiave che apriva tutte le porte morali, il timbro che rendeva legittima qualunque semplificazione. In certi ambienti della sinistra, soprattutto quella più sentimentale e meno prudente, il conflitto mediorientale diventava una scenografia utile a mettere in scena una vecchia favola europea: i buoni da una parte, i cattivi dall’altra, e in mezzo la rassicurante illusione di aver capito tutto.

Io quegli anni li ricordo bene. Ricordo anche la disinvoltura con cui si trasformava una tragedia complessa in un manifesto ideologico. Bastava nominare i palestinesi per evocare l’ingiustizia del mondo intero, con una tale abbondanza di pathos da far impallidire perfino certi melodrammi d’opera. Il sottotesto, quello sì, era chiaro e piuttosto sgradevole. L’ebreo come spettatore non richiesto della propria storia, condannato a incarnare, per proprietà transitiva, l’oppressore universale. Una vecchia abitudine europea, con costumi nuovi e cattive maniere sempre uguali.

La parte più curiosa, e anche la più istruttiva, è che allora come oggi l’analisi veniva sostituita dalla liturgia. La realtà, che di solito ha la cattiva abitudine di essere complicata, spariva dietro gli slogan. Guerre, terrorismo, occupazioni, tentativi di pace, fallimenti, errori, colpe, paure, tutto veniva macinato e ridotto a una morale da cartellone. Da una parte le vittime assolute, dall’altra i carnefici assoluti. Una comoda geometria dell’anima, molto utile per chi ama sentirsi dalla parte giusta senza dover studiare troppo la materia.

Poi è arrivato il resto del mondo, che è sempre lì, anche quando si preferisce guardare altrove. Srebrenica, per esempio, non fu una metafora. Fu un genocidio vero, europeo, vicino, documentato, indecente. Eppure non divenne un culto permanente, non si trasformò in quella macchina simbolica capace di occupare università, piazze, redazioni e coscienze con la stessa continuità quasi liturgica riservata al conflitto israelo-palestinese. La differenza non stava nella gravità dei fatti. Stava nella loro utilità politica.

E poi ci sono le tragedie africane, che nel nostro dibattito entrano quasi sempre in punta di piedi, come parenti poveri a una cena dove nessuno vuole davvero sedersi accanto a loro. Guerre civili, massacri, sfollamenti di massa, milioni di persone travolte da violenza e fame, eppure il volume dell’indignazione occidentale spesso si abbassa fino al sussurro. In certi casi il silenzio è persino più eloquente della retorica. Non perché manchino le parole, ma perché manca la convenienza. Alcune vittime, per il nostro costume morale, sembrano avere meno presa sul cuore collettivo. Altre invece vengono elevate a simbolo definitivo, da usare con cura quasi religiosa. Il risultato è una gerarchia dell’empatia che sarebbe ridicola, se non fosse anche un po’ oscena.

In questo quadro, quello che è accaduto con Keshet a Roma ha avuto qualcosa di emblematico e di tristemente moderno. Il nodo, in apparenza, era la partecipazione a un corteo. In realtà, il nodo era il vocabolario obbligatorio. La parola “genocidio” è diventata una sorta di passaporto morale. Pronunciarla equivale a stare dalla parte del bene. Esitare, discutere, distinguere, valutare le definizioni, conduce immediatamente al sospetto. E il sospetto, si sa, ha il passo svelto della polizia ideologica.

È un meccanismo molto semplice, e proprio per questo efficace. La complessità viene considerata una colpa. Il dubbio, una forma di viltà. La sfumatura, un tradimento. Chi prova a dire che la solidarietà ai civili palestinesi è sacrosanta ma che l’uso della parola “genocidio” merita una discussione seria viene subito collocato fuori dal recinto morale. Poco importa la condanna della guerra, poco importa il dolore per le vittime, poco importa persino la coerenza delle posizioni. Conta la formula. E come in ogni rituale, la formula ha il suo clero, i suoi custodi e i suoi eretici.

È qui che il discorso prende una piega più antica e più inquietante. Perché in certi ambienti l’ebreo non è visto soltanto come un interlocutore scomodo. Diventa il destinatario di una richiesta impossibile, quella purezza morale che nessun altro popolo, nessun altro Stato, nessun altro gruppo umano viene sottoposto a esibire con pari zelo. È una forma di cecità selettiva, certo, ma anche una vecchia ossessione europea: assegnare agli ebrei il ruolo di incarnazione del male, così da poter distribuire il resto dell’umanità tra gli innocenti a buon mercato.

Naturalmente questo non significa che ogni critica a Israele sia antisemitismo. Sarebbe un’assurdità, e le assurdità fanno sempre carriera quando il dibattito si impoverisce. Criticare un governo, una strategia militare, una leadership è legittimo. Anzi, è necessario. Ma un conto è il dissenso, un altro è la costruzione di un tribunale simbolico dove agli ebrei si chiede di pagare, ancora una volta, il prezzo delle colpe del mondo. Quando si pretende da loro una prova di innocenza che non si esige da nessun altro, il linguaggio cambia colore. E di solito il colore non è affatto rassicurante.

La cosa più triste, e insieme più prevedibile, è che l’odio non si presenta quasi mai in uniforme. Preferisce il travestimento. A volte indossa la maglietta del pacifismo, altre volte la sciarpa dell’antifascismo, altre ancora il lessico pulito dei diritti umani. Parla con voce alta, indignata, persino compassionevole. Poi, in spazi meno sorvegliati, lascia trapelare la sostanza. Frasi come “Hitler avrebbe dovuto finire il lavoro” non sono deviazioni marginali. Sono la conseguenza logica di un immaginario che ha bisogno di trasformare un popolo in bersaglio metafisico. Quando la storia viene riscritta come una vendetta mancata, il confine tra militanza e abiezione si assottiglia fino a sparire.

Ed è per questo che la questione non riguarda soltanto Israele, la Palestina o le pur drammatiche responsabilità di chi governa e di chi combatte. Riguarda noi, il nostro modo di guardare il mondo, la nostra straordinaria capacità di indignarci a comando e di restare muti davanti a tragedie meno spendibili. Riguarda la pigrizia morale con cui scegliamo una causa e la trasformiamo in culto. Riguarda anche il vecchio vizio di sostituire la conoscenza con l’appartenenza, la precisione con la tribuna, la coscienza con l’adesione.

Io, che di stagioni ideologiche ne ho viste parecchie, diffido sempre delle parole diventate talismani. “Genocidio” è una di quelle. Non perché la parola sia da evitare per prudenza, ma perché va maneggiata con serietà, con misura, con rispetto per la realtà che pretende di nominare. Quando la si usa come un tamburo da corteo, per vincere una gara di purezza morale, allora si fa un favore al cinismo. E il cinismo, come sappiamo, ha sempre un eccellente senso della scena.

Il punto finale è questo, e non ha bisogno di molte fanfare. Se un’idea di giustizia ha bisogno di scegliere un popolo come bersaglio simbolico privilegiato, allora quella giustizia è già guasta. Se un movimento chiede a qualcuno di firmare un catechismo verbale prima di concedergli il diritto di stare dalla parte delle vittime, allora siamo usciti dal confronto e siamo entrati nella disciplina. E la disciplina ideologica, per esperienza, è sempre il preludio di qualche brutto periodo.

La vera prova di civiltà sta nel mantenere intatto il senso della proporzione, anche quando la rabbia sarebbe più comoda. Difendere i civili palestinesi, condannare la guerra, criticare Israele quando serve, tutto questo è possibile. Anzi, doveroso. Ma trasformare ogni discussione in un tribunale simbolico contro gli ebrei, o contro chi non recita la formula imposta, è un’altra faccenda. Molto più antica, molto più sporca, e purtroppo ancora estremamente presente.

Ecco perché conviene guardare con diffidenza a chi parla troppo in fretta e ascolta troppo poco. Di solito, dietro la virtù declamata, si nasconde una vecchia tentazione europea: sentirsi innocenti scegliendo un colpevole facile. Un trucco antico. E, come tutti i trucchi ben riusciti, continua a funzionare proprio perché molti preferiscono non accorgersene.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: Ho 65 anni e ricordo bene gli anni Settanta. Già allora la sinistra aveva fatto della questione palestinese il simbolo perfetto dell'ingiustizia nel mondo. E già al tempo il sottotesto era sempre lo stesso, "gli ebrei fanno agli altri quello che è stato fatto a loro".

parte 1: Ma chi ha vissuto quegli anni sa che non c'era alcun genocidio in corso. C'erano guerre, terrorismo, occupazioni, tentativi di pace falliti, colpe da entrambe le parti. Eppure nelle piazze italiane tutto era già stato ridotto a una morale semplicistica: vittime assolute contro carnefici assoluti.

parte 2: Poi è successo Srebrenica. Un vero genocidio, a poche centinaia di chilometri da noi. Vittime musulmane, carnefici serbi. Eppure non ha prodotto neppure una frazione della mobilitazione simbolica che vediamo da decenni sul conflitto israelo-palestinese. Non differente dai massacri che avvengono quotidianamente in Africa, con molte più vittime e sfollati in un anno di quanto succede in Palestina da 1948, eppure chi se ne frega.

parte 3: Oggi trovo inquietante quello che è accaduto con Keshet a Roma. Il punto non era certo la solidarietà ai civili palestinesi, né la critica al governo israeliano. Il punto era una parola: "genocidio". Se non la pronunci, se solo pensi che sia legittimo discuterne, vieni considerata moralmente inaccettabile. Anche se condanni la guerra, anche se piangi le vittime. Quando una parola diventa un rituale obbligatorio, non siamo più nel confronto. Siamo nella conformità ideologica. Non conta più cosa pensi, conta che tu dica la formula corretta.

parte 4: E allora mi chiedo: è possibile che esista una cecità selettiva che trasforma il conflitto mediorientale in un simbolo assoluto del Male? Perché in certi ambienti agli ebrei viene attribuito un ruolo unico: quello di incarnazione privilegiata della colpa. Mi rispondo da sola: certo che è possibile. Del resto secoli di antisemitismo non spariscono con uno schiocco di dita. Non sto dicendo che ogni critica a Israele sia antisemitismo. Sarebbe assurdo. Ma quando agli ebrei si chiede un certificato di purezza morale che non si chiede a nessun altro popolo, allora entriamo in un territorio molto antico. Dove il male deve avere un volto preciso, perché così tutti gli altri possono sentirsi innocenti.

parte 5: E mentre molti negano che si tratti di odio, in spazi meno sorvegliati quel linguaggio si sta già trasformando in frasi come "Hitler avrebbe dovuto finire il lavoro". Questo dovrebbe allarmare chiunque abbia davvero a cuore i diritti umani. Perché l'odio raramente si presenta con il suo vero nome. Di solito arriva mascherato da virtù.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo come se fossi lei.

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