Il bazar di San Pietroburgo

Cartoon showing a politician talking about corruption and business, money bags labeled rubles, luxury hotel interior, people drinking vodka, headlines about political scandal, and a woman with a man at a hotel entrance.

Il Forum economico di San Pietroburgo, a sentirlo raccontare dall’esterno, sembra uno di quei palcoscenici su cui la Russia prova a rifarsi il trucco davanti al mondo: lampadari accesi, strette di mano studiate, sorrisi tesi, dichiarazioni calibrate con la precisione di un orologio svizzero montato però su una macchina che scricchiola. Visto da dentro, invece, è un’altra cosa. Molto più interessante. Molto più sporca. Molto più vera.

Per cinque giorni ho fatto parte della scenografia. Delegato di una piccola azienda italiana con base in Kazakistan, settore logistica. Una copertura abbastanza sobria da non attirare troppa attenzione, abbastanza credibile da farmi entrare nelle sale giuste, nei corridoi giusti, alle cene giuste. Per darle corpo ho aperto una LLP, l’equivalente locale della nostra Srl, con l’aiuto di un commercialista di Astana. Burocrazia sorprendentemente semplice, quasi elegante nella sua freddezza digitale: un foglio, una firma, un clic. Il resto viene da sé. Nessuno, a quel punto, immagina che dietro il badge si nasconda un giornalista investigativo.

San Pietroburgo, nei giorni del forum, ha l’aria di una fiera di provincia con ambizioni imperiali. Solo che al posto degli stand dei salumi ci sono i colossi dell’energia, i banchieri con gli occhi di ghiaccio, i consulenti che parlano come se il mondo fosse una tabella Excel e gli emissari politici che fanno finta di essere lì per ascoltare mentre, in realtà, sono lì per farsi vedere. È una grande liturgia del potere, con tutta la sua coreografia da capitale seria e tutto il suo odore, meno nobile, di opportunità, ricatti e soldi che vogliono restare soldi anche quando il sangue è ancora fresco.

Tra un panel e l’altro, la scena più istruttiva non è quella che finisce nei comunicati. È quella che si consuma ai margini. Vedo Markus Frohnmaier dell’AfD stringere la mano a un uomo di Gazprom. Sorridono. La foto, se ci fosse un fotografo ufficiale, direbbe dialogo, apertura, scambio internazionale. In realtà racconta una cosa molto più semplice: il fascino che il potere esercita su chiunque sia disposto a considerarlo un interlocutore, perfino quando il prezzo dell’interlocuzione è la normalizzazione di un regime che vive di guerra, repressione e menzogna. Berlino, ovviamente, vorrebbe tenerli a casa. Ma loro sono qui. E questo basta a spiegare il resto.

La sera, poi, arriva la parte che nessun depliant turisitco si sognerebbe mai di raccontare. Un collega mi indica un hotel e abbassa la voce come si fa nelle città in cui perfino i muri sembrano avere orecchie. “Lì ci sono le feste vere.” Le feste vere, in quel mondo, non sono feste. Sono mercati paralleli della vanità e della vulnerabilità. Bottiglie da mille euro, salotti ovattati, camere da seimila euro a notte, ragazze selezionate non solo per la bellezza ma per la versatilità: devono saper sorridere, parlare tre lingue, sostenere una conversazione sul petrolio e, se serve, far sentire importante l’uomo al tavolo. È l’economia del desiderio applicata alla diplomazia di corridoio. Un capitalismo carnale, con il doppiopetto.

Sotto questa superficie lucida, però, l’umore è tutt’altro che trionfale. La Russia non ha l’aria di un paese sicuro del proprio futuro. Ha l’aria di un gigante che continua a vestirsi da gigante mentre dentro sente il gelo. L’inflazione morde, la manodopera scarseggia, la fiducia si assottiglia. E soprattutto serpeggia una consapevolezza che nessuna scenografia può cancellare: la macchina sta funzionando male. Si avverte nelle mezze frasi, negli sguardi, nelle premure eccessive con cui molti russi cercano di compiacere ogni ospite straniero. Ti riempiono il bicchiere, ti chiamano “caro”, ti chiedono se sei a tuo agio con una sollecitudine quasi teatrale. Ma dietro quella gentilezza c’è altro. C’è ansia. C’è paura. C’è la speranza disperata che, se si mostra abbastanza fedeli, abbastanza utili, abbastanza accomodanti, un giorno tutto torni come prima.

E invece non tornerà come prima. Perché la guerra ha già cambiato tutto. E Putin, ogni volta che parla, si incarica di ricordarlo al mondo con la consueta brutalità semantica del potere russo: il lessico della pace viene piegato, svuotato, rovesciato. Dal palco di San Pietroburgo ha liquidato l’ipotesi di un incontro con Zelensky come inutile, ribadendo che la guerra finirà solo quando la Russia avrà raggiunto i suoi obiettivi. Obiettivi che, tradotti dal linguaggio del Cremlino a quello delle persone normali, significano conquista, sottomissione, cancellazione dell’Ucraina come soggetto politico autonomo. Ha deriso il presidente ucraino e ringraziato Trump per averlo “educato”. Una battuta da duro di periferia travestita da leadership globale.

Qui serve chiamare le cose con il loro nome. Putin non è un leader assediato in cerca di garanzie. È un autocrate imperialista che considera la forza l’unico linguaggio comprensibile. La sua è una politica della sopraffazione, non della sicurezza. Le città distrutte, i civili uccisi, i bambini deportati, le fosse comuni non sono incidenti di percorso. Sono l’esito coerente di un progetto che mira a piegare un popolo, a spezzarne la resistenza, a riscriverne il destino con il ferro e con il fuoco. Eppure, in Occidente, c’è ancora chi si ostina a tradurre la propaganda del Cremlino in un italiano rassicurante: chiamano “realismo” la resa, “prudenza” la paura, “pace” la capitolazione. È un’abitudine vecchia quanto i salotti eleganti: quando la storia alza la voce, c’è sempre qualcuno pronto a consigliare di abbassare il volume.

Una delle lezioni più vecchie, e più ignorate, della politica internazionale è che il potere non si esercita solo con i carri armati. Si esercita anche con il teatro, con la seduzione, con la compromissione. Durante una cena “selezionata”, un uomo chiamato Aleksandr mostra a tutti un video: un parlamentare europeo in jacuzzi con due ragazze. “Bravo ragazzo, ma un po’ distratto. Noi lo abbiamo aiutato a ricordare.” Nessuno reagisce. Il caviale resta fermo sulle forchette. Le risate si spengono subito, come se il tavolo avesse improvvisamente capito di essere al centro di un esperimento sociale molto meno mondano di quanto sembrasse.

Al bar dell’Astoria, la conversazione si fa ancora più chiara, e per questo più inquietante. Due imprenditori tedeschi parlano a voce bassa. Uno racconta che a un collega hanno mostrato foto con una escort, con l’obiettivo di spingerlo ad acquistare obbligazioni di guerra. Ha pagato ed è scappato. L’altro ammette di portare sempre due telefoni: quello aziendale resta in stanza la sera. È il linguaggio pratico di chi ha capito che qui la privacy è una favola per turisti. Che ogni sorriso può essere archiviato. Che ogni eccesso di confidenza può diventare un file. Che il desiderio, in certi ambienti, è solo la prima forma di esposizione.

Poi c’è lei, la giornalista russa con accento britannico. Fa domande morbide a un oligarca, si muove con la sicurezza di chi conosce le regole del gioco e sa anche come simulare l’innocenza. Dopo la sessione la avvicino. Diventa pallida. Scappa via. Un addetto stampa la prende per un braccio. La scena dura pochi secondi, ma basta. Perché in quei pochi secondi si capisce che il confine tra informazione, intrattenimento e servizio reso al potere è più sottile di quanto si voglia ammettere. Forse era davvero un’accompagnatrice intellettuale, una presenza pagata per sorridere e produrre articoli innocui. Forse era solo una giornalista stanca. O forse, come accade spesso in questi contesti, le etichette servono solo a coprire la sostanza. In ogni caso, il risultato è lo stesso: il potere compra tempo, intimità, silenzio.

L’ultimo pomeriggio succede l’episodio più opaco. Un uomo anonimo mi infila in tasca un biglietto: “Dmitry O. Chiama da una cabina se vuoi sapere cosa succede al Kempinski.” Non ho chiamato. Non per prudenza romantica, ma per istinto professionale. In questi ambienti il gesto più pericoloso è credere che ogni invito sia una finestra. Alcuni sono esche. Altri sono test. Altri ancora sono semplicemente promesse di verità messe lì per vedere se hai l’appetito di seguirle fino in fondo. Ancora oggi non so se quel biglietto venisse da un pentito o da una trappola. E, onestamente, è già una risposta abbastanza russa: la verità e l’inganno stanno spesso seduti allo stesso tavolo.

Penso al kompromat, e penso a quanto sia diventato un concetto quasi pop, persino elegante, per descrivere una realtà molto più brutale. Il Senato americano aveva già avvertito che il Ritz-Carlton di Mosca era un alveare di spionaggio, stanze controllate, personale dell’intelligence, ogni camera potenzialmente trasformata in un dispositivo di pressione. San Pietroburgo, da quel punto di vista, non è diversa. O meglio: lo è nella scenografia, non nella logica. L’ultima sera guardo Frohnmaier uscire da un ricevimento, sorridente come chi ha appena concluso una serata utile. E lì il meccanismo si chiarisce con la semplicità delle cose malate: dai ai potenti l’illusione di essere intoccabili, li lasci muovere nel lusso e nella vanità, registri ogni passo, ogni eccesso, ogni debolezza, poi aspetti il momento giusto per tirare il filo.

Molti russi, anche tra quelli che contano, recitano la parte di chi non ha paura. La recitano bene, con quella disciplina emotiva che spesso scambiamo per forza. Ma la realtà economica li morde, li isola, li rende più esposti di quanto vogliano ammettere. Il denaro continua a circolare, certo, e per qualcuno circola ancora bene. Eppure basta avvicinarsi un po’ per sentire il rumore di fondo: un sistema che vive di pressione, dipendenza, ricatto e paura non è invulnerabile. È solo abituato a sembrare tale.

Torno in albergo, cancello gli appunti, chiudo la valigia. Domani riparto. Fuori, San Pietroburgo resta bellissima, come certi palazzi che hanno visto troppi padroni e troppi segreti. Dentro, però, la città continua a fare quello che le riesce meglio: accogliere, sedurre, osservare. E intanto trattenere tutto. Il forum, alla fine, non è il luogo in cui la Russia si presenta al mondo. È il luogo in cui il mondo scopre quanto facilmente può essere osservato, manipolato, comprato o semplicemente abbagliato.

Il punto, alla fine, è questo: molti di quelli che ho visto resteranno prigionieri. Non solo del Cremlino, con la sua macchina di controllo e intimidazione. Ma della propria incauta convinzione di essere al sicuro. In Russia, come in certi vecchi romanzi ottocenteschi, basta un bicchiere di troppo, una stanza troppo elegante, una risata troppo lunga. E il potere ti ha già preso misura del collo.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Intro: Il forum di San Pietroburgo è un'esperienza interessantissima che permette di toccare la Russia con mano. Per cinque giorni sono stato un altro. La mia copertura: delegato di una piccola azienda italiana con sede in Kazakistan, settore logistica. Per renderla credibile, ho aperto una LLP – l’equivalente locale della nostra Srl – con l’aiuto di un commercialista di Astana. Burocrazia sorprendentemente semplice, digitale. Un foglio e via. Nessuno sa che sono un giornalista investigativo.

parte 1: Al forum vedo Markus Frohnmaier dell’AfD tedesco stringere la mano a un uomo di Gazprom. Sorridono. Berlino vorrebbe tenerli a casa, ma loro sono qui. La sera, un collega mi indica un hotel. «Lì ci sono le feste vere.» Bottiglie da mille euro, ragazze selezionate – non solo bellissime, ma parlano tre lingue e sanno discutere di petrolio. Tariffe fino a seimila euro a notte.

parte 2: Sotto la superficie luccicante, la preoccupazione serpeggia. L’economia russa è in crisi: inflazione, manodopera scarsa. Lo scetticismo è ovunque. Ma c’è anche una speranza disperata che tutto torni come prima. Lo capisci dalla premura eccessiva con cui i russi compiacono ogni ospite. Ti riempiono di vodka, ti chiamano “caro”. È un’ansia da paura.

parte 3: Putin. Ogni volta che parla, ricorda al mondo una verità elementare: non vuole la pace. Dal palco di San Pietroburgo ha liquidato un incontro con Zelensky come inutile, ha ribadito che la guerra finirà solo quando la Russia avrà raggiunto i suoi obiettivi – conquista, sottomissione, cancellazione dell’Ucraina. Ha deriso il presidente ucraino e ringraziato Trump per averlo “educato”. Le sue ragioni le conosciamo: città distrutte, civili uccisi, bambini deportati, fosse comuni. Putin non è un leader assediato, ma un autocrate imperialista che considera la forza l’unico linguaggio. Eppure, in Occidente, c’è ancora chi traduce la sua propaganda – chiamando “realismo” la resa e “pace” la capitolazione.

parte 4: Durante una cena “selezionata”, un uomo chiamato Aleksandr mostra a tutti un video: un parlamentare europeo in jacuzzi con due ragazze. «Bravo ragazzo, ma un po’ distratto. Noi lo abbiamo aiutato a ricordare.» Nessuno reagisce. Io abbasso lo sguardo sul caviale. Al bar dell’Astoria, due imprenditori tedeschi parlano a voce bassa. «A un collega hanno mostrato le foto con una escort. Volevano che comprasse obbligazioni di guerra. Ha pagato ed è scappato.» «Io porto due telefoni. Quello aziendale lo lascio in stanza la sera.» Una giornalista russa con accento britannico fa domande morbide a un oligarca. Dopo la sessione la avvicino. Diventa pallida, scappa via. Un addetto stampa la prende per un braccio. Forse era una “accompagnatrice intellettuale” – pagata per sorridere e scrivere articoli innocui. L’ultimo pomeriggio, un uomo anonimo mi infila in tasca un biglietto: “Dmitry O. Chiama da una cabina se vuoi sapere cosa succede al Kempinski.” Non ho chiamato. Ancora oggi non so se fosse un pentito o una trappola.

parte 5: Penso al kompromat. Il Senato USA avvertiva: il Ritz-Carlton di Mosca era un alveare di spionaggio, stanze controllate, personale dell’intelligence. San Pietroburgo non è diversa. L’ultima sera, guardo Frohnmaier uscire da un ricevimento, sorridente. Capisco il meccanismo: dai ai potenti l’illusione di essere intoccabili, registri ogni loro passo, poi tiri il filo. Molti russi, anche al potere, recitano la parte di chi non ha paura. Ma la realtà economica li morde. Torno in albergo, cancello gli appunti. Domani riparto. Ma so che molti di quelli che ho visto resteranno prigionieri – non del Cremlino, ma della loro stessa incauta abbassata di guardia.

Articolo: intro, parte 1 , parte 2 , parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.

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