Tassare i risparmi e chiamarlo progresso

Le recenti uscite di Elly Schlein sulle tasse hanno riacceso un dibattito antico come il vizio di parlare di “giustizia sociale” con il portafoglio degli altri. Nulla di nuovo, verrebbe da dire. La scena è sempre quella: si alza la bandiera della patrimoniale, si evocano i super-ricchi come bersaglio simbolico, si insinua che basti colpire “chi ha troppo” per rendere l’Italia più equa. Poi, quando si scende dal palco e si apre il dossier, si scopre che la realtà è assai meno epica e assai più sgradevole: le tasse pensate per i miliardari finiscono spesso per mordere i risparmi della classe media, i patrimoni produttivi, i piccoli investitori, i fondi delle famiglie che hanno messo da parte qualcosa con pazienza e disciplina. Insomma, tutto tranne il bersaglio annunciato.

Ho sempre trovato curioso questo vezzo di confondere la lotta ai privilegi con la guerra al capitale in quanto tale. Il capitalismo italiano avrà molti difetti, e tra questi non mancano le rendite, gli insider e i corpaccioni parassitari che sopravvivono a ogni stagione riformista. Ma ridurre tutto a una questione di “facciamo pagare i ricchi” è una semplificazione che si scontra subito con la struttura concreta della ricchezza contemporanea. I grandi patrimoni, infatti, raramente stanno fermi in un caveau come nei film. Sono azioni, partecipazioni, immobili, aziende, strumenti finanziari, lavoro capitalizzato nel tempo. Colpire quel mondo con una tassa rozza significa quasi sempre produrre effetti indiretti, fuga dei capitali, compressione degli investimenti, e in certi casi persino un danno alle imprese che creano occupazione e valore reale.

L’esempio spagnolo viene spesso portato come bandiera da chi sogna una patrimoniale dura e pura. Poi, però, la politica spagnola ha dovuto fare i conti con la realtà: troppe eccezioni, troppe esenzioni, troppe soglie e troppi correttivi per evitare che la misura diventasse distruttiva o semplicemente controproducente. Alla fine, il risultato è stato il classico compromesso all’italiana, ma con accento iberico: i super-ricchi riescono a schermarsi, i medio-ricchi si ritrovano più esposti, e il messaggio simbolico sopravvive solo perché la sostanza è stata annacquata. È il destino di molte riforme vendute come rivoluzioni: fanno molta scena, producono molta carta, e alla fine puniscono soprattutto chi non ha abbastanza ricchezza per difendersi, ma abbastanza da essere individuato.

Il punto più delicato, tuttavia, non è la patrimoniale in senso stretto. Il vero fronte caldo è un altro: la tassazione delle cosiddette rendite finanziarie. Espressione elegante, quasi neutra, quasi tecnica. In realtà, nella grande maggioranza dei casi, significa tassare il risparmio degli italiani. Le azioni, le obbligazioni, i fondi comuni non sono un capriccio da salotto buono; sono il modo in cui famiglie, professionisti, pensionati e piccoli risparmiatori cercano di difendere il proprio lavoro dall’inflazione, dal tempo e dall’erosione del potere d’acquisto. Quando si investe, si rinuncia a consumare subito per mettere denaro al servizio di un progetto, di un’impresa, di un rendimento futuro. Tassare quel gesto in modo eccessivo significa mandare un messaggio molto semplice: risparmiare conviene meno, investire conviene meno, rinviare il consumo conviene meno. E una società che disincentiva il risparmio sta già scavando sotto i propri piedi.

Il problema, in Italia, è reso più insidioso dal fatto che questa imposta è piatta. Flat, come si dice con quel gusto un po’ feticistico per l’inglese che in certi ambienti rende tutto più moderno anche quando il meccanismo resta vecchio e un po’ sgraziato. Una tassa uguale per tutti può sembrare equa solo a chi si ostina a guardare il mondo da un elicottero. Nella vita reale, una stessa aliquota colpisce in modo del tutto diverso chi ha milioni da allocare e chi ha messo da parte, in anni di lavoro, poche migliaia di euro per i figli o per la vecchiaia. Se quella tassa salisse, poniamo, al 40%, l’effetto simbolico sarebbe identico per tutti, ma l’effetto economico e psicologico ricadrebbe soprattutto su chi non dispone di consulenti, strutture e strategie di pianificazione fiscale. Altro che redistribuzione: sarebbe una punizione trasversale travestita da giustizia.

Qui si apre una questione culturale, prima ancora che tributaria. In certi ambienti ideologici il risparmio viene guardato con sospetto, quasi fosse una forma di egoismo ben pettinato. Il capitale, nel racconto della vecchia sinistra, tende a essere una creatura quasi metafisica: opaca, predatoria, distante dal lavoro vero. Ma questa narrazione regge sempre meno. Chi compra azioni o obbligazioni di aziende italiane non sta sottraendo risorse alla comunità; le sta, molto spesso, indirizzando verso l’economia reale. Sta finanziando impianti, innovazione, espansione, ricerca, organizzazione. In altre parole, sta facendo una cosa noiosissima e preziosa: alimentare la crescita. Colpire in modo pesante questi strumenti significa rendere più costoso il capitale domestico, meno attrattivo l’investimento, più fragile il tessuto produttivo. E poi ci si lamenta se le imprese italiane faticano a crescere e se i cervelli migliori guardano altrove con una certa rapidità.

A questo si aggiunge il vecchio mito, sempre molto amato a sinistra, secondo cui il capitale sarebbe tassato meno del lavoro. A volte è vero, a volte no, spesso dipende da cosa si intende per capitale e da quale flusso si guarda. I titoli di Stato godono di una tassazione agevolata, è vero. Ma quando si parla di azioni il quadro cambia: dividendi tassati, utili già colpiti in capo all’impresa, pressione complessiva che può diventare sorprendentemente alta. Si arriva così a una situazione in cui il capitale investito, dopo aver prodotto valore e aver già subito la sua dose di fisco a monte e a valle, finisce per essere gravato da un peso reale che può sfiorare livelli molto elevati. È una stranezza italiana ben nota: si passa dalla retorica della “lotta ai ricchi” al risultato pratico di colpire la parte più dinamica e produttiva del risparmio nazionale.

Il paradosso è che, mentre si proclama di voler punire i privilegi, si finisce per rafforzarli. Perché chi ha davvero grandi patrimoni, soprattutto se ben consigliato, trova sempre il modo di spostare, frazionare, difendere, differire. Chi invece è esposto in modo ordinario, chi investe in fondi per la pensione, chi tiene qualche obbligazione, chi compra azioni con prudenza, resta lì, immobile come un bersaglio da tiro a segno. La progressività, che dovrebbe essere il cuore di qualsiasi sistema ragionevole, si dissolve in una tassazione che somiglia più a una mannaia piatta che a uno strumento di equilibrio.

Dietro queste proposte, diciamolo con la necessaria franchezza, sopravvive una vecchia ideologia anti-capitale che non vuole tanto “far pagare i ricchi” quanto rieducare il risparmio, renderlo meno autonomo, meno mobile, meno capace di sfuggire al controllo del fisco e della politica. È una tentazione antica, e come tutte le tentazioni che non imparano nulla dalla storia torna ciclicamente vestita da modernità. La patrimoniale, per ora, pare scongiurata. Ma il pericolo di un aumento delle tasse sui risparmi è reale, concreto, e non ha bisogno di grandi manifesti per produrre danni. Basta un provvedimento presentato come piccolo, tecnico, quasi innocuo. Il genere di misura che passa sotto traccia, mentre gli applausi coprono il rumore del conto finale.

Troppe tasse deprimono l’economia, perché riducono la propensione a investire, a rischiare, a costruire. E quando una parte della politica continua a ignorarlo, o peggio a considerarlo un dettaglio secondario, il paese si prepara alla solita stagione di declino travestita da buona intenzione. La chiamano decrescita con un certo pudore lessicale, quasi per attenuarne la brutalità. Ma quando il capitale viene trattato come un nemico e il risparmio come un vizio, la parola giusta resta un’altra, molto più antica e molto meno elegante. Depressione. Economica, prima ancora che sociale. E, come spesso accade in Italia, a pagarne il prezzo non saranno i teorici della redistribuzione, ma quelli che avevano semplicemente provato a mettere via qualcosa.

(Emma Nicheli)

Prompt:

intro: Le recenti uscite di Elly Schlein sulle tasse hanno riacceso un dibattito economico vecchissimo, ma guardando oltre gli slogan si scopre che le misure proposte non colpirebbero i miliardari, bensì i risparmi di tutti noi. Partiamo dalla tanto sbandierata patrimoniale sui super-ricchi. La storia e l'economia ci insegnano che tasse simili portano solo a fughe di capitali o, se troppo elevate, a un esproprio delle aziende produttive, che sono la vera forma in cui i miliardari detengono i propri patrimoni. L'esempio della Spagna è lampante: per evitare il collasso e la fuga dei grandi investitori, il governo ha dovuto inserire così tante esenzioni che alla fine i super-ricchi pagano aliquote ridicole, mentre a essere tartassata è la fascia dei medio-ricchi.

parte 1: Ma il vero pericolo per le tasche dei cittadini è un altro, ed è la proposta di aumentare la tassazione sulle cosiddette rendite finanziarie. Dietro questa formula tecnica si nasconde una realtà molto più semplice: la tassazione del risparmio. Quando compriamo azioni, obbligazioni o fondi comuni, stiamo investendo i soldi guadagnati con il nostro lavoro. Aumentare questa tassa significa punire chi risparmia.

parte 2: Il problema gigantesco è che questa imposta in Italia è "flat", cioè uguale per tutti. Se venisse alzata, poniamo al 40%, colpirebbe con la stessa identica percentuale sia il miliardario sia il piccolo risparmiatore che ha investito poche migliaia di euro. Altro che redistribuzione della ricchezza, sarebbe una mazzata indiscriminata che non tiene conto del reddito delle persone.

parte 3: Inoltre, è profondamente sbagliato considerare i frutti del risparmio come "rendite" parassitarie. Chi compra azioni o obbligazioni di aziende italiane sta finanziando direttamente l'economia reale e la crescita del Paese. Tassare pesantemente questi strumenti significa tagliare i canali di finanziamento delle nostre imprese, con effetti pesantemente recessivi nel lungo termine.

parte 4: C'è poi il grande mito della sinistra secondo cui il capitale sarebbe tassato meno del lavoro. Se è vero che i titoli di Stato godono di un'aliquota agevolata, per le azioni il discorso è opposto. Tra il 26% di tassa sui dividendi e le imposte che l'azienda ha già pagato a monte, la pressione fiscale reale sul capitale investito sfiora il 45%. Una cifra persino superiore allo scaglione IRPEF più alto pagato dai lavoratori dipendenti più ricchi.

parte 5: La verità è che dietro queste proposte si nasconde una vecchia ideologia anti-capitale che non vuole semplicemente far pagare i ricchi, ma finisce per colpire il risparmio di tutti. Se l'aumento della patrimoniale sembra per ora scongiurato, il rischio di un aumento delle tasse sui nostri risparmi è concreto. Troppe tasse deprimono l'economia e, purtroppo, una parte della politica non lo capirà mai. Prepariamoci alla solita decrescita - eufemismo per depressione.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo.

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6 commenti

  1. Mmmh.

    Non sono sicuro che identificare “risparmio” e “investimento”, per quanto adiacenti nella pratica quotidiana, non sia una cosa troppo frettolosa.

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      • Trattandosi di categorie del pensiero, non assumerei la LEM e mi terrei stretto la mia doppia negazione, non volendomi spingere a dire che “X È frettoloso punto”.

        In alternativa possiamo dire: ‘identificare “risparmio” e “investimento” potrebbe forse essere frettoloso’, ma insomma, ci siamo capiti 😛

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      • Provo ad approfondire.

        Nominalmente, “risparmio” e “investimento” sono due cose diverse.

        “Risparmio” è quando guadagni tre mele, due le mangi e una la accantoni per il giorno dopo. “Investimento” è quando hai dei semi, li pianti e (se lo fai con abilità e fortuna), dopo crescono altre mele.

        “Investimento” è dunque nominalmente qualcosa di diverso, che richiede abilità e fortuna per produrre una rendita (e non una perdita), e che richiede, in particolare, una scelta.

        Non è possibile “investire e basta”, bisogna capire dove e come. Partecipazioni sociali, azioni quotate, immobili, titoli di stato, conti deposito, fondi comuni…

        Non tutti, peraltro, hanno la conoscenza e abilità per fare una buona scelta (tra Michele Misseri e un bocconiano, scommetterei sul bocconiano), ne hanno la propensione al rischio per fare in primo luogo una scelta, e questo può essere a buon diritto percepito come un vantaggio delle classi medio-alte.

        Alcune scelte producono poi effetti collaterali importanti (investire in armi non è la stessa cosa che comprare un garage e incassare l’affitto, che non è la stessa cosa che comprare titoli di stato nordcoreani).

        A volte essendo gli strumenti di investimento più o meno disintermediati non è neppure facile capire se stiamo effettivamente finanziando i missili nordcoreani.

        Ma ancora prima, a monte, bisogna capire se questo “investimento” con le sue scelte, i suoi effetti collateriali e la sua (possibile) rendita, possa essere semplicemente “risparmio”.

        È chiaro: nella pratica, il valore nominale delle mele tende a scollarsi dal valore reale delle mele, dunque il mero accantonamento a lungo termine porta a trovare in frigo meno mele di quelle che si erano accantonate.

        Ma, per dire, in URSS non era così, l’inflazione era a zero per decreto (con le storture che sappiamo).

        Il discorso andrebbe quindi incastrato dentro una più ampia politica economica e sociale, quale potrebbe ad esempio essere: “non ci piace che Zia Pina protegga il valore reale del suo patrimonio perché é una porcata capitalista, ma comunque vogliamo abbattere l’inflazione con la magicabula quindi Zia Pina non ne avrà più bisogno”.

        Oppure: “lasciamo tutto così ma da domani trasmettiamo su Rai Scuola un’ora di approfondimento finanziario, così anche Zio Michele potrà imparare a difendere il valore reale del suo patrimonio: non è giusto lasciarlo indietro”.

        Oppure: [infinite sfumature ad libitum]

        Inseguire semplicemente l’indignazione di Zio Michele, bracciante in pensione che ha ancora la tessera sgualcita del PCI da qualche parte e non ha la minima idea di cosa significhi investire, è molto più facile e porta voti a costo relativamente basso: è la classica carota sventolata di fronte al cavallo denutrito per fargli trainare il carro elettorale… senza peraltro fargliela mai effettivamente assaggiare.

        Secondo me in questo post si glissa un po’ su questo punto, su cui invece io credo si dovrebbe insistere perché é il trucco su cui si regge tutto il gioco di prestigio.

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