
Abbiamo coltivato per anni una favola molto comoda, quasi tenera nella sua ingenuità: più scuola, più informazione, più benessere, e dunque più razionalità. Una specie di equazione morale da quarto anno di liceo, con la presunzione tipica di chi crede che la storia proceda in linea retta verso la maturità collettiva. Poi basta aprire il telefono, ascoltare un dibattito qualsiasi, leggere i commenti sotto una notizia o assistere a una polemica culturale per capire che la realtà ha scelto un’altra sceneggiatura. Meno illuminismo, più totem. Meno ragionamento, più appartenenza. Meno cittadinanza, più tifoseria.
Il punto, ormai, è abbastanza evidente da risultare persino imbarazzante da negare: le persone non si aggregano più attorno alle idee, ma attorno alle identità. Prima si prende posto nella tribù, poi si decide cosa pensare. Prima si stabilisce chi è “dei nostri”, poi si costruisce a posteriori un sistema di opinioni, valori, indignazioni e perfino fatti che renda quella scelta non solo accettabile, ma addirittura nobile. È un meccanismo antico, solo rivestito di interfaccia moderna. Cambiano i social, gli slogan, le apparenze, ma la struttura è la stessa del villaggio, del clan, dello stendardo piantato nel terreno. Una volta tracciato il confine, tutto ciò che sta dentro diventa automaticamente giusto, o almeno tollerabile; tutto ciò che sta fuori diventa sospetto, aggressivo, impuro. La logica non entra nemmeno dalla porta: resta fuori a farsi fotografare.
La psicologia e la storia, che sono due discipline molto meno consolatorie di quanto piaccia credere a chi le cita nei talk show, ci ricordano una cosa banale e per questo intollerabile: l’essere umano non è soltanto razionale. È simbolico, emotivo, imitativo, tribale. La ragione, nella maggior parte dei casi, non governa le decisioni; le accompagna, semmai, con la discrezione del segretario che mette in ordine la pratica già firmata. Prima si sente, poi si pensa. Prima si aderisce, poi si argomenta. Ecco perché i discorsi perfettamente sfumati, i “sì, ma”, i “dipende”, i raffinati equilibrismi da salotto universitario faticano sempre più a incidere nella realtà. Non perché siano inutili in assoluto, ma perché competono con forze molto più primitive e molto più efficaci: paura, appartenenza, desiderio di riconoscimento, bisogno di sentirsi dalla parte giusta. La società, poverina, non si lascia governare solo dalla complessità. Si lascia muovere anche da simboli semplici e da racconti che promettono innocenza a chi li ripete abbastanza forte.
C’è chi parla di “ritorno del tribale”, come se il tribale fosse stato elegantemente convocato da qualche malefica svolta contemporanea. Ma il tribale non se n’è mai andato. Era soltanto stato tenuto a bada da istituzioni più solide, identità collettive più stabili e da una fiducia quasi religiosa nel progresso. Oggi che quelle cornici si sono indebolite, il vecchio sottofondo riemerge con tutta la sua potenza. Non è una sorpresa, è una diagnosi. E come tutte le diagnosi, fa meno piacere della favola, perché costringe a guardare in faccia la materia vera delle cose.
Prendere atto di questo non significa applaudire né arrendersi. Significa, più sobriamente, smettere di raccontarsi che il mondo sia più civile di quanto non sia. L’intelligenza non consiste nel fingere che la realtà obbedisca ai nostri desideri morali, ma nel capire quali sono le regole del gioco. Solo allora si può decidere se e come sporcarsele le mani. Altrimenti si resta nel registro preferito dei nostri tempi: il sentimentalismo strategico. Quello di chi si mostra indignato per mestiere, si proclama raffinato per autodefinizione e si convince che l’etica consista nel possesso del lessico corretto.
Ed è qui che entra in scena il vero spettacolo, che poi è sempre lo stesso: i sedicenti saggi, quelli che passano le giornate tra i libri come certi impiegati passano le giornate tra i faldoni, e che poi sono i primi ad aggrapparsi alle idee più cretine purché quelle idee siano utili al loro piedistallo morale. Il caso di “Più libri, più liberi” 2026 è perfetto, proprio per la sua grottesca limpidezza. La richiesta agli editori di firmare una dichiarazione antifascista per partecipare alla fiera ha avuto il raro merito di trasformare una questione culturale in un piccolo teatro dell’assoluto. Da una parte gli scandalizzati di professione, dall’altra i custodi del recinto etico, in mezzo la solita gara a chi possiede il marchio di purezza più spendibile. E, sullo sfondo, il fantasma molto italiano di Michela Murgia e del suo Fascistometro, invocato più come reliquia simbolica che come strumento di pensiero. Del resto, quando la cultura si riduce a certificato da esibire, il problema non è più il fascismo: è il feticismo.
Perché, diciamolo senza troppi giri: se leggere libri serve soprattutto a ottenere un bollino identitario, allora siamo già nella caricatura. Se la fiera del libro diventa una gara a mostrarsi moralmente in ordine, allora il libro rischia di essere soltanto l’accessorio più elegante del conformismo. E non c’è niente di più deprimente, né di più involontariamente comico, di una cultura che si prende talmente sul serio da perdere ogni rapporto con la propria sostanza. A quel punto tanto vale fare i DJ, gli influencer, o qualunque altra professione che almeno non pretende di incarnare il destino dell’umanità mentre costruisce il proprio profilo.
La verità, con una certa eleganza crudele, è che abbiamo confuso la densità con la virtù, il posizionamento con la coscienza, l’esposizione con il pensiero. Continuiamo a circondarci di parole alte per non ammettere che spesso stiamo solo scegliendo una tribù un po’ più colta delle altre. E magari anche più vanitosa. Che è poi il punto più italiano di tutti: la smania di apparire dalla parte giusta, con il lessico giusto, nel tono giusto, possibilmente davanti a un pubblico che applauda la nostra impeccabile superiorità. Solo che la realtà, per fortuna o per dannazione, non si impressiona. E ogni tanto si diverte a ricordarcelo con una fiera del libro, una dichiarazione da firmare, o un dibattito che sembra nobile fino al momento esatto in cui mostra il suo nucleo più antico: il bisogno disperato di appartenere, travestito da coscienza civile.
(Margherita Nanni)
Prompt:
Intro: Abbiamo a lungo coltivato un'illusione: che più istruzione, più informazioni e più benessere economico avrebbero generato una società più razionale e consapevole. Guardandoci intorno oggi, però, viene il dubbio che questa fosse solo una bellissima favola che raccontavamo a noi stessi per sentirci al sicuro. La realtà che abbiamo sotto gli occhi sembra seguire altre regole.
parte 1: Il punto è che le persone, oggi, non si aggregano più principalmente attorno alle idee, ma attorno alle identità. Prima si sceglie il gruppo, la "tribù" di appartenenza, e solo dopo si allineano opinioni, valori, indignazioni e persino i fatti. È un meccanismo potentissimo: una volta tracciato il confine, tutto ciò che sta dentro diventa "giusto" per il solo fatto di essere nostro, e tutto ciò che sta fuori diventa sospetto.
parte 2: La psicologia e la storia ci insegnano che l'essere umano non è solo un animale razionale, ma anche sociale, simbolico e profondamente tribale. La ragione, molto spesso, arriva in seconda battuta: serve a giustificare e organizzare ciò che sul piano emotivo abbiamo già deciso. Ecco perché i discorsi fatti solo di "sì, ma", di "dipende" e di sottili sfumature, per quanto intellettualmente raffinati, faticano sempre di più a fare breccia. La società non si muove esclusivamente con la complessità, ma anche e soprattutto con simboli, paure e speranze condivise.
parte 3: C'è chi parla di un "ritorno del tribale", ma forse è più corretto dire che il tribale non se n'è mai andato. Era semplicemente stato messo in secondo piano da istituzioni forti, identità collettive stabili e da una diffusa fiducia nel progresso. Oggi che queste strutture si sono indebolite, riaffiora con prepotenza ciò che era sempre rimasto sotto la superficie. Non è una sorpresa, è una presa di coscienza.
parte 4: Prendere atto di tutto questo non significa approvarlo né arrendersi. Significa, piuttosto, smettere di fingere che la realtà sia diversa da come è. L'intelligenza non consiste nel negare l'evidenza per ripiegare su un "come dovrebbe essere", ma nel comprendere il terreno su cui ci muoviamo e imparare ad adattarci. È lì che si gioca la partita vera.
parte 5: tutto questo per dire che invariabilmente, i sedicenti saggi che passano le giornate tra i libri sono i primi ad aggrapparsi alle idee più cretine, purché queste siano funzionali al loro piedistallo morale e performativo. Prendiamo il caso di "Più libri, più liberi" 2026: la richiesta agli editori di firmare una dichiarazione antifascista per partecipare sembra ispirata nientemeno che dallo spirito di Michela Murgia e del suo Fascistometro. Seguono polemiche fra favorevoli e contrari. Ma se leggere libri porta al bollino da esibire per sentirsi dalla parte giusta, allora forse c'è un problema di fondo. Se questi sono gli effetti della cultura, buttate tutto e andate a fare i DJ o gli influencer: almeno lì si è onesti sulla natura effimera del proprio ruolo.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.
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Consola sapere che la Storia si farà beffe degli Ospiti d’Eccezione, degli Autori Seminali, degli Scrittori che popolano questo turpe mercato.
Lo farà che siano editi da Mondadori o da realtà più piccole che ne replicano le dinamiche (quando non fanno molto di peggio, vendendo identità e indignazione un tanto al chilo a nicchie di popolazione cinicamente segmentate e coltivate — vedi il commento su ZeroCalcare).
Chi, oggi, si ricorda di Fruttero & Lucentini? Marcello D’Orta? Palahniuk? Kundera?
Tutti bestseller 20-30 anni fa.
Kundera è così dimenticato che a guardare Bollani che imita Battiato ospite da Renzo Arbore (ne consiglio il recupero su YouTube, meraviglioso) serve una nota a pie pagina per capire lo scherzo quando viene citato il cecoslovacco.
La domanda interessante è forse un’altra: i grandi scrittori del diciannovesimo e ventesimo secolo sono entrati nel canone letterario non sempre dalla porta principale, ma spesso da feuilleton, samizdat, magazine pulp e pubblicazioni postume.
Da dove verranno i classici del 2100?
Non ne faremmo tanto una questione dei best seller dimenticati o meno – la sorte editoriale di X o Y difficilmente è imputabile alla sua qualità. Il panorama di oggi? Scrittori di talento e interessanti non mancano di certo. Certo, difficilmente i sedicenti detentori della cultura se ne accorgono, se non troppo tardi e quindi saltano sul carro del vincitore.