Dall’Euforia al Crollo: La Storia di Greenspan

Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una sequenza impressionante di bolle finanziarie. La crisi asiatica, l’euforia delle dot-com, il crollo dei mutui subprime: ogni volta ci siamo raccontati che fosse un incidente isolato, una sfortunata combinazione di avidità, errori di vigilanza o innovazioni sfuggite di mano.

Eppure, osservando l’intera sequenza con il senno di poi, emerge un filo conduttore molto più profondo. Un filo che porta inevitabilmente a una figura destinata a lasciare un’impronta enorme nella storia economica contemporanea: Alan Greenspan.

Quando si parla di lui, il dibattito si concentra quasi sempre sulla deregulation finanziaria. È certamente un tema importante, ma rischia di farci perdere di vista quello decisivo. Il vero lascito di Greenspan non è stato tanto normativo quanto monetario. È stato il modo in cui ha utilizzato la leva dei tassi d’interesse per modificare il comportamento dei mercati, delle banche e perfino degli investitori comuni.

Per comprenderlo bisogna fare un passo indietro.

Keynes, Friedman e due modi opposti di vedere il denaro

Nel Novecento la teoria economica è stata attraversata da uno dei dibattiti più importanti della sua storia. Da una parte c’era John Maynard Keynes. Secondo la sua impostazione, durante una recessione lo Stato e la banca centrale devono intervenire con decisione. Abbassare i tassi d’interesse rende più conveniente investire, favorisce il credito e sostiene la domanda. In quelle circostanze, riteneva Keynes, il rischio inflazionistico è limitato proprio perché l’economia sta lavorando al di sotto delle proprie capacità.

Dall’altra parte si collocava Milton Friedman, che ribaltò molte conclusioni keynesiane partendo dall’analisi empirica della Grande Depressione. Friedman arrivò a una conclusione destinata a cambiare la macroeconomia moderna: l’inflazione è sempre, in ultima analisi, un fenomeno monetario. Ancora più importante, dimostrò come il vero motore della crisi del 1929 non fosse stato il capitalismo in sé, bensì il collasso dell’offerta di moneta provocato dal fallimento delle banche e dalla conseguente contrazione del credito.

La sua ricetta era sorprendentemente semplice: evitare continue manipolazioni della politica monetaria e garantire una crescita prevedibile e costante della massa monetaria. Meno discrezionalità, più regole. Può sembrare poco spettacolare. Proprio per questo funzionava.

Quando le regole funzionavano

Negli anni Settanta l’inflazione sembrava ormai fuori controllo. Fu la Bundesbank tedesca ad applicare con maggiore coerenza l’approccio monetarista, costruendo quella reputazione di stabilità che avrebbe poi ispirato anche la futura Banca Centrale Europea. Negli Stati Uniti arrivò poi Paul Volcker.

Con decisioni durissime, spesso impopolari, portò i tassi d’interesse a livelli che oggi sembrerebbero impensabili. L’economia entrò in recessione, la disoccupazione aumentò, ma l’inflazione venne finalmente domata. Dolore immediato in cambio di stabilità duratura.

Poi arrivò il 1987. Alan Greenspan assume la guida della Federal Reserve proprio nei giorni del celebre Black Monday. Davanti al panico dei mercati sceglie una strada completamente diversa da quella immaginata da Friedman. La Fed interviene immediatamente con abbondante liquidità. I tassi vengono abbassati ogni volta che compare un rischio sistemico.

Gli operatori comprendono rapidamente il messaggio: la banca centrale sarà sempre pronta a intervenire. Nasce così quella che gli economisti avrebbero poi battezzato “Greenspan Put”. L’espressione richiama le opzioni finanziarie che proteggono dalle perdite. Il significato è semplice: se le cose vanno bene, gli utili restano agli investitori; se vanno male, la Federal Reserve interviene per limitare i danni. È difficile immaginare un’assicurazione più generosa.

Il problema degli uomini intelligenti

Sarebbe però ingeneroso trasformare Greenspan nel cattivo di questa storia. Non era un cinico, né un irresponsabile. Era un economista convinto di fare ciò che riteneva giusto.

Ogni volta che esplodeva una crisi, la sua ricetta sembrava funzionare. I mercati si calmavano, il credito riprendeva a circolare, la recessione appariva meno grave del previsto. Se ogni intervento produce risultati positivi nell’immediato, è perfettamente umano convincersi di avere trovato il metodo corretto.

Lo stesso Greenspan amava ricordare che nessun decisore può pretendere di avere ragione sempre e stimava di sbagliare circa il 30% delle proprie decisioni. Un’ammissione intellettualmente onesta.

Il problema è che, nella politica monetaria, esistono errori che non si compensano statisticamente. Esistono decisioni il cui costo emerge dieci o quindici anni dopo, quando chi le ha prese è ormai celebrato come un genio. Ed è esattamente ciò che accadde.

Come si costruisce una bolla dopo l’altra

Quando il denaro costa pochissimo e gli investitori sono convinti che qualcuno interverrà sempre a salvarli, il rischio cambia natura. Non scompare. Semplicemente viene sottovalutato.

Le banche prestano con maggiore leggerezza. Gli investitori cercano rendimenti sempre più elevati. Le valutazioni salgono oltre ogni logica.

La prima grande avvisaglia arriva con la crisi asiatica del 1997. Poi esplode la gigantesca bolla dei titoli Internet, culminata nel 2000-2001. La risposta della Federal Reserve è, ancora una volta, abbassare drasticamente i tassi.

Quella liquidità, però, non scompare. Cambia semplicemente destinazione. Finisce nel mercato immobiliare americano. Nasce così la più grande bolla del dopoguerra.

Quando essa esplode nel 2008, il sistema bancario smette improvvisamente di concedere credito. Le banche non si fidano più le une delle altre. Le imprese non trovano finanziamenti. Le famiglie interrompono consumi e investimenti. L’economia mondiale entra in una spirale che ricorda sorprendentemente proprio quella descritta da Friedman studiando gli anni Trenta.

Una delle ironie della storia economica è questa: nel tentativo di evitare continuamente piccole crisi si finisce spesso per prepararne una immensamente più grande.

Dal collasso finanziario al populismo

Gli effetti della crisi del 2008 non si sono limitati ai mercati. Hanno cambiato il clima sociale di interi Paesi. Milioni di persone persero il lavoro. Molte famiglie videro svanire i risparmi di una vita. Tantissimi americani furono costretti ad abbandonare la propria casa.

Contemporaneamente, gli istituti finanziari responsabili degli eccessi venivano salvati con enormi risorse pubbliche perché ritenuti “too big to fail”. Dal punto di vista tecnico quelle decisioni erano probabilmente inevitabili. Lasciare fallire l’intero sistema bancario avrebbe avuto conseguenze ancora peggiori.

Dal punto di vista della percezione collettiva, però, il messaggio fu devastante. Le perdite venivano socializzate. I profitti erano rimasti privati. Per milioni di cittadini quella fu la dimostrazione definitiva che il sistema funzionava con due pesi e due misure.

Su quella sfiducia si è costruita gran parte della stagione populista successiva. Donald Trump fu il primo a intercettare quella rabbia diffusa, trasformandola nella narrazione di un establishment corrotto e di un “sistema truccato” che soltanto lui prometteva di smantellare. Da lì sarebbe nato il fenomeno MAGA.

Naturalmente Greenspan non aveva alcuna intenzione di favorire tutto questo. Sarebbe assurdo attribuirgli simili obiettivi. Ma le grandi decisioni economiche producono spesso conseguenze che i loro stessi autori non immaginano.

Ed è forse questa la lezione più importante. Le banche centrali non decidono soltanto il costo del denaro. Con il tempo possono modificare gli incentivi, i comportamenti, perfino la fiducia che una società ripone nelle proprie istituzioni.

Greenspan è stato uno dei più brillanti banchieri centrali del suo tempo. Proprio per questo vale la pena studiarne anche gli errori. Perché quando un uomo tanto intelligente sbaglia, raramente sbaglia da solo. Finisce, spesso senza volerlo, per cambiare il corso della storia.

(Emma Nicheli)

Prompt:

intro: Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito a una serie di bolle finanziarie devastanti. La causa, forse, va cercata nella figura di Alan Greenspan, l’ex governatore della Fed scomparso pochi giorni fa a 100 anni. Invece di limitarci a parlare della sua deregulation, dovremmo guardare alla sua politica monetaria, che ha cambiato il corso dell'economia mondiale.

parte 1: Per capire il suo operato, bisogna partire dal dibattito tra Keynes e Friedman. Keynes teorizzò che in crisi si possono abbassare i tassi per stimolare gli investimenti senza temere l’inflazione. Milton Friedman, però, dimostrò coi dati che Keynes si sbagliava: l’inflazione è sempre legata alla quantità di moneta e la Grande Depressione fu causata dal crollo del credito bancario. La ricetta di Friedman era una crescita monetaria costante, senza interventi discrezionali.

parte 2: Questa ricetta funzionava alla perfezione: la Bundesbank tedesca e poi Paul Volcker alla Fed l’adoperarono, stroncando l’inflazione e regalando stabilità. Poi, nel 1987, arriva Greenspan, che Butta via le regole di Friedman e abbraccia Keynes, inaugurando la famigerata "Greenspan put": taglia subito i tassi a ogni minimo cenno di crisi e promette liquidità infinita per salvare chiunque.

parte 3: Ora, è doveroso ricordare che Greenspan non agiva per malvagità. Era convinto di fare la cosa giusta, e in effetti i suoi interventi, ogni volta, riportavano in piedi il sistema. Questo successo immediato lo autorizzava, ai suoi occhi, a proseguire sulla stessa strada. Del resto, lui stesso ammetteva di sbagliare "solo" il 30% delle volte. Il problema è che quel 30% si è rivelato catastrofico.

parte 4: Il risultato delle sue politiche fu Un via libera totale all’azzardo finanziario. Con i tassi sempre al minimo, Greenspan ha generato tre bolle gigantesche: la crisi asiatica del ’97, quella dei titoli internet nel 2001 e, infine, la bolla immobiliare che nel 2008 ha fatto crollare il mondo. Ogni volta la risposta era la stessa: abbassare i tassi e proteggere i "troppo grandi per fallire", alimentando la prossima bolla. Quando la bolla immobiliare scoppiò, il sistema bancario chiuse i rubinetti del credito e l'economia collassò, proprio come aveva previsto Friedman negli anni ’30.

parte 5: La crisi del 2008 ha avuto anche profonde ripercussioni politiche. Il salvataggio pubblico delle banche responsabili del disastro, mentre milioni di famiglie perdevano casa e lavoro, generò un senso di profonda ingiustizia e rabbia popolare. Il sistema venne percepito come truccato a favore delle élite, creando il terreno fertile per un movimento populista anti-sistema. In questo clima, Trump fu il primo a incanalare questa furia, offrendo capri espiatori e la narrazione del "sistema truccato" che solo lui poteva riparare, dando così origine al fenomeno MAGA. Greenspan, con le sue politiche che hanno alimentato la bolla e con il successivo salvataggio dei colpevoli, ha quindi contribuito involontariamente anche a questo esito.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

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