
Il dibattito sulla laicità dello Stato e sul ruolo delle religioni nella sfera pubblica soffre spesso di un vizio di fondo: l’ingenuità salottiera che confonde la tolleranza con l’assenza di memoria storica. Molti osservatori di matrice cristiana difendono con le unghie il principio dello Stato laico, inteso come una casa comune neutrale dove ognuno è libero di professare il proprio culto nel chiuso della propria anima. Questa visione, pur affascinante sulla carta, si scontra brutalmente con la realtà nel momento in cui l’Occidente si trova a fare i conti con l’Islam, una realtà che mette in crisi l’intero impianto teorico della modernità liberale.
La laicità europea non è nata per generazione spontanea, ma è il frutto di secoli di scontri durissimi contro le religioni istituzionalizzate. Per tutto l’Ottocento, il principale ostacolo alle libertà civili è stato il fondamentalismo autoritario della Chiesa cattolica, arroccata nella difesa del proprio potere temporale. La cristianità ha impiegato secoli a metabolizzare i traumi della storia, dalle rivoluzioni alle cannonate di Porta Pia, venendo infine costretta a ritirarsi nella sfera puramente spirituale e privata. Quella che la modernità celebra come una maturazione è stata in verità una capitolazione forzata, un compromesso storico che ha lasciato l’Occidente orfano di una bussola trascendente, sostituita dal culto del mercato.
Il vero nodo della questione odierna risiede nel fatto che l’Islam non ha mai subito questa mutilazione storica. Privo di una riforma in senso occidentale e mai piegato militarmente da uno Stato laico al punto da dover ridefinire i propri confini, il mondo islamico conserva una tecnologia sociale totalizzante. Il Corano non è un semplice testo di edificazione morale, bensì un sistema giuridico, politico e culturale progettato per regolare ogni aspetto della vita pubblica, dal diritto penale ai rapporti tra i sessi. Mentre il cristianesimo veniva costretto a rincorrere i dogmi della modernità, le strutture dogmatiche islamiche sono rimaste saldamente ancorate alle proprie origini storiche.
Le narrazioni progressiste sull’esistenza di un “Islam moderato” descrivono un fenomeno riscontrabile quasi esclusivamente laddove i musulmani rappresentano una minoranza costretta a subire leggi statali più forti. I codici penali dei Paesi a maggioranza islamica offrono una realtà radicalmente diversa: fino a pochi anni fa in Arabia Saudita alle donne era negato il diritto di guidare, l’omosessualità rimane punita con la morte e la Sharia viene applicata con rigore dogmatico. Quando i rapporti di forza demografici e politici cambiano, la pretesa di ridurre la fede a un sentimento intimista e privato svanisce, lasciando il posto alla natura teocratica del culto.
Questo dinamismo è evidente anche nel quadrante geopolitico europeo, in particolare nei Balcani. In territori come il Kosovo e la Bosnia, dove l’Islam aveva storicamente una matrice prevalentemente etnica e culturale, l’afflusso di massicci finanziamenti da Turchia, Iran e Arabia Saudita ha radicalmente mutato lo scenario. Queste aree si sono trasformate in bacini di reclutamento per l’integralismo e per organizzazioni terroristiche come l’ISIS. Le petromonarchie non finanziano la spiritualità, ma usano la religione come leva di ingerenza politica e geopolitica, sfruttando i vuoti culturali creati dal burocratismo delle organizzazioni sovranazionali.
Il vero confronto in atto, dunque, non vede contrapposti il cristianesimo e l’Islam, bensì lo Stato laico e qualsiasi sistema dogmatico che rifiuti di confinarsi nella sfera privata. Di fronte alla straordinaria resistenza dell’Islam a questa riduzione, l’atteggiamento dell’Occidente oscilla tra il buonismo e l’autolesionismo. Nascondere il problema dietro formule di comodo non è tolleranza, ma debolezza culturale. Per preservare l’identità e la stessa libertà faticosamente conquistate nei secoli, diventa indispensabile guardare la realtà con pragmatismo, riscoprendo l’orgoglio delle proprie radici culturali anziché scusarsi costantemente per la propria storia.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: Da cattolico, da italiano che ha ricevuto una formazione cristiana e frequenta la propria parrocchia, sono il primo a difendere con i denti il principio dello Stato laico. Sono convinto che lo Stato debba essere una casa comune, neutrale, dove ognuno è libero di professare la propria religione nel chiuso della propria anima e dei propri riti, senza imposizioni dall'alto. La libertà di culto è un pilastro irrinunciabile della civiltà moderna. Tuttavia, da onesto osservatore della realtà, devo ammettere che esiste una religione, in particolare, che rende questo bellissimo impianto teorico estremamente problematico: l'Islam.
parte 1: Per capirci, dobbiamo ricordare che la laicità non è nata per generazione spontanea o per bontà d'animo, ma è nata CONTRO le religioni istituzionalizzate. Per tutto l'Ottocento, il principale nemico delle libertà civili era la Chiesa cattolica, con i suoi ghetti, il suo fondamentalismo autoritario e la sua opposizione alla libertà di stampa. La Chiesa ha impiegato secoli a metabolizzare le "legnate" della storia (rivoluzioni, guerre, la presa di Roma) e, per sopravvivere, ha dovuto imparare a stare al suo posto: nella sfera spirituale e privata, rinunciando al potere temporale e politico. È stata una maturazione dolorosa ma necessaria.
parte 2: Ecco il punto dolente: l'Islam, grosso modo, non ha mai subito quella stessa, identica maturazione forzata. Non ha avuto la sua "riforma" nel senso occidentale, né è stato sconfitto militarmente da uno Stato laico al punto da dover ridefinire i propri confini. L'Islam rimane una tecnologia sociale totalizzante: non è solo un credo, ma un sistema giuridico, politico e culturale che pretende di regolare la vita pubblica, il diritto penale, l'abbigliamento e i rapporti tra i sessi. In 1400 anni, mentre il cristianesimo è stato costretto a inseguire la modernità, l'Islam in gran parte è rimasto fermo alle sue strutture dogmatiche.
parte 3: So che molti obietteranno parlando dell'"Islam moderato". La verità, però, è che l'islam moderato e i "musulmani culturali" esistono praticamente solo dove l'Islam è comunità minoritaria e deve fare i conti con leggi più forti di lui. Laddove l'Islam diventa maggioritario, ogni velleità di modernità valoriale viene spazzata via. La realtà dei fatti è sotto gli occhi di tutti: fino al 2016 in Arabia Saudita le donne non potevano guidare, l'omosessualità è tuttora punita con la morte per fustigazione, e la Sharia viene applicata in modo brutale in molti Paesi. Non sono io a dirlo, sono le leggi scritte nei loro codici penali.
parte 4: Guardiamo poi cosa succede nel nostro vicinato europeo, come nei Balcani. In Bosnia e Kosovo, l'Islam aveva una matrice più etnica e culturale, ma da quando sono arrivati i finanziamenti pesanti da Turchia, Iran e Arabia Saudita, le cose sono cambiate drasticamente. Sono diventati bacini di reclutamento per organizzazioni terroristiche come l'ISIS, con decine e decine di arresti. La religione è diventata una leva di ingerenza politica e una fabbrica di integralismo. Se rifiutarsi di vedere questo problema è come non combattere la mafia per paura di essere accusati di discriminazione, allora preferisco essere realista.
parte 5: non ho alcun malanimo verso i singoli musulmani, esattamente come non ce l'ho verso chiunque altro. Ma il match in corso non è Islam contro Cristianesimo; il match è Stato laico contro qualsiasi religione che non accetti di ridursi a un fatto sostanzialmente privato. Oggi, l'Islam è la religione più resistente a questa riduzione. Pretendere di non vedere il problema o nasconderlo dietro a facili buonismi non è tolleranza, è ingenuità. Per difendere la laicità che abbiamo conquistato con secoli di sacrifici – e che noi cattolici per primi abbiamo imparato a rispettare – dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, senza odio, ma con gli occhi ben aperti sulla realtà.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
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