Spie russe e cinismo italiano

L’ultimo scandalo delle spie russe arrestate a Roma è molto più di un caso di controspionaggio. È uno specchio. E, come tutti gli specchi sinceri, restituisce un’immagine che preferiremmo evitare. Perché la notizia non racconta soltanto di due uomini che avrebbero venduto segreti militari al GRU. Racconta soprattutto di un Paese che, ogni volta che Mosca compare sulla scena, sembra attraversato da un riflesso condizionato: qualcuno tradisce, qualcuno indaga, qualcuno arresta… e qualcun altro domanda con aria seccata quando si potrà finalmente tornare a fare affari come se nulla fosse accaduto. È una specie di tic nazionale. Da noi perfino lo spionaggio rischia di essere archiviato come un fastidioso rallentamento burocratico.

I fatti emersi in questo luglio 2026 hanno perfino un sapore nostalgico. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale, dai cyberattacchi e dalla guerra elettronica, scopriamo che c’è ancora chi passa informazioni riservate con pizzini, schede SD infilate nelle tasche e mazzette di contanti. Altro che hacker col cappuccio davanti a dodici monitor: qui siamo tornati alla Guerra Fredda, con un’estetica che sembra uscita da un romanzo di John le Carré scritto da Carlo Lucarelli. L’aspetto rassicurante, almeno, è che il controspionaggio italiano ha dimostrato di essere molto più moderno dei suoi avversari. Il lavoro del ROS, coordinato dalla Procura, ha smontato l’intera operazione prima che producesse danni ancora maggiori, mentre la Farnesina ha accompagnato il tutto con un messaggio comprensibile perfino a Mosca: due diplomatici espulsi e tanti saluti. Quando serve, lo Stato italiano sa ancora ricordarsi di essere uno Stato.

Poi arrivano le intercettazioni, e il dramma sfiora la commedia. Scoprire che informazioni di enorme valore strategico sarebbero state cedute per somme che oggi non bastano nemmeno per acquistare un’utilitaria di fascia media aggiunge un retrogusto quasi umiliante. Non è soltanto tradimento. È tradimento in saldo. La sicurezza nazionale venduta con la stessa logica delle offerte del Black Friday. Ma il dettaglio economico, per quanto grottesco, passa quasi in secondo piano davanti a ciò che succede nel dibattito pubblico. Perché puntualmente compare il coro del “sì, certo, è grave… però”. Il “però” è la parola più potente del vocabolario politico italiano. “Però il gas.” “Però le esportazioni.” “Però le imprese.” “Però non possiamo litigare con la Russia per sempre.” È straordinario osservare come quel piccolo avverbio riesca a trasformare qualsiasi principio in una variabile negoziabile. Tradire lo Stato diventa spiacevole. Difendere lo Stato diventa, invece, economicamente sconveniente.

Ed eccoci al cuore della questione. Questo cinismo da ragioneria internazionale accomuna mondi che teoricamente dovrebbero detestarsi. Una parte dell’imprenditoria misura tutto in fatturato. Alcuni settori della politica leggono qualsiasi crisi come un complotto americano. Una fetta dell’intellettualità continua a osservare il Cremlino con quella comprensione indulgente che, se fosse riservata a qualsiasi altra dittatura, provocherebbe uno scandalo. Da certe anime del cosiddetto campo largo fino ad alcuni commentatori e riviste come Limes – spesso accusati di leggere la politica estera di Putin con una pazienza analitica che raramente concedono ai suoi avversari – riaffiora sempre lo stesso schema mentale. L’aggressore sparisce dal quadro. L’invasione diventa una reazione. L’Ucraina si trasforma in un fastidioso ostacolo ai commerci. Lo spionaggio russo viene raccontato come una pratica inevitabile, quasi fosse la grandine o il cambio dell’ora legale. È un curioso concetto di realismo: ogni responsabilità viene diluita fino a scomparire, mentre ogni colpa dell’Occidente viene osservata al microscopio elettronico.

La verità è che tutto questo non nasce oggi. È il vecchio DNA dell’Italia-Arlecchino, servitore di due padroni e convinto che l’ambiguità sia una forma superiore d’intelligenza. Scegliere con chiarezza? Troppo provinciale. Molto meglio tenere il piede in due scarpe, possibilmente lamentandosi che entrambe stringono. È una mentalità che continua perfino a trasformare Sigonella in una favola patriottica. Ancora oggi c’è chi racconta quella notte come il momento in cui l’Italia alzò finalmente la testa davanti agli Stati Uniti. Versione cinematografica. Poi arriva la storia, quella vera, e ricorda che Sigonella fu anche il prodotto del Lodo Moro: una stagione in cui si pensava di comprare sicurezza concedendo spazio ai gruppi palestinesi sul nostro territorio purché evitassero di colpirci. Un gigantesco compromesso morale travestito da raffinata politica estera. E sappiamo tutti quanto valesse la parola dei terroristi: bastò l’attentato di Fiumicino del 1985, con sedici civili uccisi, per dimostrare che quei patti offrivano un’illusione di sicurezza, non una garanzia. Eppure quella stagione continua a essere celebrata da qualcuno come un capolavoro diplomatico. In Italia abbiamo questo talento: riusciamo a trasformare perfino gli appeasement in monumenti nazionali.

Alla fine il paradosso è quasi commovente. Da una parte esistono apparati dello Stato che lavorano con competenza, professionalità e una discrezione che raramente finisce in prima pagina. Uomini e donne del controspionaggio che fanno esattamente quello che dovrebbero fare: difendere gli interessi della Repubblica senza chiedere applausi. Dall’altra sopravvive una parte della nostra classe dirigente che sembra vivere ogni appartenenza all’Occidente come un fastidioso incidente amministrativo. Sempre pronta a ricordare i difetti delle democrazie liberali, sempre molto più cauta quando si tratta di giudicare i regimi autoritari. Una curiosa forma di severità selettiva.

Forse è questa la lezione più amara dell’intera vicenda. Le reti del GRU possono essere smantellate. Gli agenti vengono arrestati. I diplomatici espulsi. Le informazioni recuperate. Le mentalità, invece, sono infinitamente più resistenti. Perché una spia la neutralizzi con un’indagine. Un’abitudine culturale no. E quella convinzione tutta italiana secondo cui, in fondo, si possa sempre servire due padroni senza che nessuno se ne accorga continua a essere il nostro vero punto debole. Il problema è che il mondo se n’è accorto da parecchio tempo. Noi, evidentemente, un po’ meno.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: L’ultimo scandalo delle spie russe arrestate a Roma non è solo un caso di spionaggio internazionale, ma lo specchio deformante di un vizio culturale tutto italiano. La vicenda ha riacceso un dibattito profondo che va ben oltre la sicurezza nazionale, toccando le corde del nostro eterno posizionamento geopolitico e di una diffusa tendenza al compromesso morale.

parte 1: I fatti, esplosi in questo luglio 2026, raccontano di due ex agenti della sicurezza italiana finiti ai domiciliari per aver venduto segreti militari e identità di operativi sul campo al GRU russo. Uno scambio "alla vecchia maniera" fatto di pizzini infilati nelle tasche, schede SD e mazzette di contanti, interrotto dall'ottimo lavoro del nostro controspionaggio (il ROS e la Procura) e culminato con l'espulsione immediata di due diplomatici di Mosca da parte della Farnesina.

parte 2: Se da un lato l'opinione pubblica ha reagito con sdegno e amara ironia di fronte a intercettazioni che mostrano la sicurezza dello Stato svenduta per cifre quasi misere, dall'altro è emersa una profonda spaccatura nel Paese. Una fetta consistente di cittadini e commentatori, spaventata dall'escalation e dalle ripercussioni economiche, sembra quasi disposta a minimizzare l'accaduto, mossa dal desiderio puramente pragmatico di "tornare agli affari" con il Cremlino il prima possibile.

parte 3: Questo cinismo mercantile fa da collante trasversale tra una parte della classe imprenditoriale, politica e intellettuale. Da certe posizioni del "campo largo" fino a opinionisti e riviste geopolitiche (come Limes), spesso accusate di eccessiva indulgenza verso Putin, riemerge un latente sentimento anti-occidentale. In questa narrazione, la resistenza ucraina viene declassata a un "fastidio" economico imposto da Washington e lo spionaggio russo viene normalizzato come una prassi inevitabile.

parte 4: È il trionfo del vecchio DNA da "Arlecchino servitore di due padroni", una maschera storica che preferisce il barcamenarsi alla linearità delle scelte. Una mentalità che glorifica ancora oggi miti ambigui come la notte di Sigonella di Craxi, celebrata come momento di orgoglio nazionale quando, a uno sguardo freddo, fu un clamoroso atto di appeasement verso il terrorismo (figlio del Lodo Moro) che non portò alcuna sicurezza, ma confermò solo l'inaffidabilità dell'Italia agli occhi degli alleati.

parte 5: questa vicenda ci lascia con un paradosso tipicamente nostrano. Da una parte ci sono apparati tecnici e di controspionaggio d'eccellenza che sanno fare il proprio dovere difendendo i confini dello Stato; dall'altra, una parte della cultura e della classe dirigente che fatica ancora a riconoscersi pienamente, e con coerenza, all'interno dei confini della democrazia occidentale.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

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