Altro che Nolan!

Evidentemente è destino che in questo periodo mi ritrovi a scrivere di Islam. Ma quando sento certi divulgatori – leggi Alessandro Barbero – raccontare che le Crociate rappresentarono il primo grande atto imperialista dell’Occidente, una sorta di jihad europea mossa da cavalieri avidi di bottino e di potere, faccio davvero fatica a restare in silenzio. È una narrazione che gode di enorme successo, soprattutto perché rassicura il pubblico contemporaneo: trasforma il Medioevo in uno specchio delle nostre categorie politiche, divide il mondo in oppressori e oppressi e consegna una sentenza morale già confezionata. Peccato che la storia sia molto meno lineare.

Il problema non è discutere le Crociate, che furono guerre sanguinose e spesso accompagnate da atrocità degne del loro tempo. Il problema nasce quando si estrapola un episodio dall’intero contesto storico e lo si trasforma nel peccato originale dell’Occidente, ignorando quattro secoli di eventi precedenti. È un’operazione culturale prima ancora che storiografica.

Partiamo da un dettaglio che dettaglio non è. Gli uomini che partirono per Gerusalemme non si definivano “crociati”. Quel termine è una costruzione successiva della storiografia. Essi parlavano di iter, di peregrinatio, di pellegrinaggio armato; si consideravano pellegrini che avevano assunto la croce come voto religioso. Può sembrare una sottigliezza terminologica, ma rivela una distanza enorme fra la mentalità medievale e quella con cui oggi interpretiamo quegli eventi.

Vale lo stesso discorso per quella che spesso viene presentata come la “memoria musulmana” delle Crociate. Una parte importante della storiografia contemporanea ha evidenziato come, per molti secoli, le Crociate non occupassero affatto il posto centrale che attribuiamo loro oggi nel mondo arabo. Furono soprattutto tra Otto e Novecento, e poi con il panarabismo di Gamal Abdel Nasser, che il termine “crociati” venne recuperato come potente simbolo politico dell’aggressione occidentale. La propaganda sovietica contribuì ulteriormente a consolidare questa lettura anticolonialista. Questo non significa che i musulmani medievali ignorassero quelle guerre, ma significa che il loro valore simbolico contemporaneo è anche il prodotto di costruzioni politiche moderne. È un passaggio fondamentale che molti divulgatori liquidano in poche righe, quando addirittura non lo ignorano del tutto.

Per capire le Crociate bisogna tornare molto più indietro del 1095. Gerusalemme cadde nelle mani degli eserciti islamici nel 638, durante il califfato di Omar. Nei decenni successivi, sul Monte del Tempio, luogo sacro per ebrei e cristiani, sorsero la Cupola della Roccia e la moschea di al-Aqsa. Dal punto di vista islamico rappresentavano la consacrazione della nuova fede; dal punto di vista delle popolazioni precedenti erano il segno tangibile di una conquista politica e religiosa. Se oggi qualcuno desidera utilizzare la parola “imperialismo”, dovrebbe almeno avere l’onestà di applicarla con lo stesso metro a tutte le espansioni militari della storia.

Da quel momento l’espansione islamica non si arrestò. In meno di un secolo gli eserciti del califfato conquistarono Siria, Palestina, Egitto, Nordafrica, attraversarono lo stretto di Gibilterra occupando gran parte della penisola iberica, arrivarono nel cuore della Francia prima di essere fermati a Poitiers e consolidarono il loro dominio sul Mediterraneo. Nei secoli successivi la Sicilia cadde sotto il controllo musulmano, mentre l’Impero bizantino perdeva progressivamente territori fino a trovarsi in una posizione disperata. Quando papa Urbano II pronunciò il celebre discorso di Clermont nel 1095, Costantinopoli chiedeva ormai da tempo aiuto militare all’Occidente latino.

Ed è qui che emerge un elemento che raramente viene spiegato con sufficiente chiarezza. Per quasi un millennio il cristianesimo non sviluppò una dottrina della guerra santa paragonabile a quella elaborata nel diritto islamico classico sul jihad. Certo, il cristianesimo aveva riflettuto sulla guerra giusta, soprattutto attraverso sant’Agostino, ma l’idea di combattere come atto di penitenza e di salvezza personale fu una costruzione lenta, maturata soltanto nell’XI secolo. La Chiesa latina arrivò a questa elaborazione dopo secoli di pressione militare e religiosa, non come punto di partenza della propria identità.

Ridurre tutto a “i cristiani volevano conquistare” significa dimenticare come poteva apparire il mondo agli occhi di un europeo dell’anno Mille. Da una parte vedeva il Mediterraneo, che per secoli era stato quasi un lago romano e cristiano, progressivamente sottratto al proprio controllo; dall’altra osservava Bisanzio arretrare sotto la pressione dei Turchi selgiuchidi. Il pellegrinaggio verso Gerusalemme era diventato sempre più difficile e insicuro. La sensazione diffusa era quella di una civiltà sulla difensiva. Possiamo discutere quanto questa percezione corrispondesse alla realtà strategica del momento, ma ignorarla significa cancellare la psicologia collettiva dell’epoca.

Un altro aspetto quasi sempre trascurato riguarda il significato simbolico delle Crociate nel pensiero islamico. Più che la violenza in sé, ciò che rendeva quelle spedizioni particolarmente gravi era il fatto che mettevano in discussione un principio consolidato del diritto islamico: l’idea che un territorio entrato nel Dar al-Islam, la “Casa dell’Islam”, dovesse rimanervi stabilmente. La riconquista cristiana di Gerusalemme nel 1099 costituiva quindi una frattura simbolica oltre che militare. Era il precedente a essere percepito come pericoloso.

Aggiungiamo poi un dettaglio che spesso rovina la narrazione dell’imperialismo trionfante. Le Crociate in Terrasanta, sul piano militare, furono nella maggior parte dei casi un fallimento. La Prima Crociata riuscì nell’impresa straordinaria di conquistare Gerusalemme e fondare gli Stati latini d’Oriente. Le spedizioni successive accumularono invece sconfitte, errori strategici, rivalità dinastiche e disfatte memorabili. Se davvero quello fosse stato il grande progetto coloniale dell’Occidente medievale, bisognerebbe riconoscere che fu uno dei meno efficienti della storia.

Eppure gli Stati crociati sopravvissero quasi due secoli. Resistettero fino alla caduta di Acri nel 1291, mantenendo una presenza stabile in Terrasanta nonostante una continua pressione militare. Nel mezzo emerse una figura straordinaria come Saladino, curdo e non arabo, capace di riunificare gran parte del mondo musulmano e di riconquistare Gerusalemme nel 1187. La sua grandezza fu riconosciuta persino dagli avversari. Dante, nella Divina Commedia, lo collocò nel Limbo accanto ai grandi spiriti virtuosi dell’antichità, un omaggio raro verso un nemico della cristianità. È la dimostrazione che il Medioevo reale era molto più complesso delle caricature ideologiche che oggi vengono confezionate per il consumo televisivo.

Ed eccoci al punto finale. I Nolan di questo mondo fanno cinema. Nessuno pretende che Il gladiatore, Kingdom of Heaven, L’Odissea o qualsiasi altro kolossal sostituiscano un manuale di storia. Lo spettatore entra in sala sapendo di assistere a una ricostruzione narrativa.

Il divulgatore storico, invece, indossa l’abito dell’autorità accademica. Parla dalla cattedra, non dal set cinematografico. Proprio per questo la sua responsabilità è infinitamente maggiore. Quando seleziona soltanto i fatti che confermano una determinata lettura ideologica, quando applica categorie del XXI secolo a uomini vissuti mille anni fa e presenta tutto come ricostruzione oggettiva, il danno culturale supera di gran lunga quello di qualsiasi film.

La storia non serve a distribuirci patenti di colpevolezza collettiva. Serve a capire perché uomini lontanissimi da noi abbiano agito in un certo modo, dentro un sistema di valori che era il loro e non il nostro. Le Crociate possono essere giudicate, criticate e persino condannate. Ma raccontarle come il primo atto di imperialismo occidentale, cancellando quattro secoli di espansione islamica e il contesto geopolitico che le rese possibili, significa sostituire la storia con una favola ideologica. E le favole, quando vengono raccontate da chi gode dell’autorevolezza del professore, finiscono quasi sempre per essere credute molto più dei fatti.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: Evidentemente è destino che in questo periodo mi ritrovi a scrivere di Islam. Ma quando sento certi divulgatori (leggi: Alessandro Barbero) raccontare che le Crociate furono il primo grande atto imperialista dell'Occidente, un "jihad europeo" fatto di cavalieri assetati di rapina e potere, non posso proprio stare zitto. È una narrazione che va molto di moda, ma se si gratta appena la superficie della storia, viene fuori una ricostruzione molto diversa – che quei divulgatori (leggi: Alessandro Barbero), guarda caso, dimenticano sistematicamente di mettere in luce.

parte 1: Partiamo da un dato fondamentale: all'epoca nessuno li chiamava "crociati". È un'etichetta applicata dagli storici molto dopo, una rilettura posticcia che ha poco a che fare con la mentalità di chi quelle guerre le ha vissute. E la tanto sbandierata "versione musulmana" della storia? Non è affatto la voce degli oppressi di allora, ma è stata inventata da Gamal Abdel Nasser, il presidente egiziano degli anni Cinquanta e Sessanta, padre del panarabismo e grande artefice della propaganda antioccidentale. Nasser rispolverò il termine "crociate" per trasformarlo in uno strumento politico contro l'Occidente, e quella lettura venne poi ripresa e amplificata dalla propaganda sovietica. È un filtro moderno, terzomondista, che proietta sul Medioevo le nostre ossessioni contemporanee – e di storico ha ben poco.

parte 2: Facciamo un salto indietro, allora. Gerusalemme era stata conquistata dall'Islam già nel VII secolo dal califfo Omar, che fece costruire proprio sul monte del Tempio – il luogo più sacro per ebraismo e cristianesimo – le strutture che sarebbero diventate la Cupola della Roccia e la moschea di Al-Aqsa. Un atto simbolico e politico di enorme portata imperialista, se vogliamo usare questo termine. Ebbene, per vedere una reazione cristiana, dobbiamo aspettare quattro secoli. Quattro secoli di espansione islamica nel Mediterraneo, con la penisola iberica quasi interamente invasa, la Sicilia caduta e Costantinopoli che implorava aiuto per sopravvivere.

parte 3: Perché i cristiani hanno aspettato così tanto? Per un motivo semplice, ma che spesso si omette: per i primi mille anni della loro storia, uccidere in nome di Cristo era inconcepibile. Non faceva parte della teologia, né della prassi, né dell'immaginario collettivo. La guerra santa, invece, era un dogma islamico fin dall'inizio, con una dottrina esplicita e operativa. I cristiani dovettero elaborare un concetto analogo solo come risposta a secoli di pressione militare, una risposta tardiva, disorganizzata e certo brutale – come del resto lo erano tutte le guerre medievali. Dipingerla come "imperialismo" significa non aver mai provato a mettersi nei panni di un europeo dell'anno Mille, che vedeva il proprio mondo stringersi giorno dopo giorno sotto l'avanzata nemica.

parte 4: Perché i musulmani considerano le Crociate così esecrabili? Non per la violenza, che loro stessi praticavano in abbondanza e con ben maggiore successo nei secoli precedenti. Ma perché quelle spedizioni ruppero per la prima volta un dogma fondamentale: il Dar al-Islam, il principio secondo cui una terra conquistata dall'Islam non può più tornare ad altre fedi. Le Crociate furono odiate non per la crudeltà, ma per il precedente che avevano creato. Tra l'altro, come esempio di imperialismo vincente, lasciamo perdere: su tutte le spedizioni in Terrasanta, solo la prima (quella del 1099) ebbe realmente successo. Tutte le altre furono disastri militari.

parte 5: Eppure, i cristiani rimasero Oltremare fino al 1292, quasi due secoli, resistendo a offensive feroci come quella del leggendario Saladino, che nel 1187 riconquistò Gerusalemme. Saladino, tra l'altro, non era né arabo né turco, ma curdo, e destava tale ammirazione nei suoi stessi nemici che Dante lo collocò non all'inferno tra i dannati, ma nel Limbo, tra i grandi spiriti virtuosi che non ricevettero il battesimo. Ma veniamo al punto: i Barbero di turno sono molto peggiori dei Nolan. Nolan, quando fa un film, è chiaro che sta facendo cinema, narrazione romanzata o epica che sia. Il divulgatore storico, invece, indossa la toga del professore e falsifica la storia, piegando le fonti a un'ideologia contemporanea e spacciando il tutto per verità accademica. Diffondere una narrazione distorta con l'autorevolezza di chi "insegna" è infinitamente più grave e insidioso di un blockbuster hollywoodiano.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.

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