
Ai tempi dell’università, dichiararsi dalla parte di Milton Friedman e della Scuola di Chicago significava scegliere deliberatamente una posizione scomoda. Oggi è difficile ricostruire quel clima. Si immagina l’università come il luogo del confronto aperto, del dibattito fra idee diverse. In parte lo era, naturalmente. Ma alcune idee godevano di una rispettabilità quasi automatica, mentre altre venivano considerate poco più che eccentricità intellettuali. A Economia, negli anni in cui studiavo, il keynesismo rappresentava il linguaggio comune. Era il punto di partenza, il paradigma entro cui si ragionava. I monetaristi erano osservati con una certa diffidenza, come ospiti tollerati a un tavolo già apparecchiato per altri. Nessuno impediva di leggerli, sia chiaro. Però era abbastanza evidente quale fosse il pensiero “serio” e quale quello da guardare con il sopracciglio leggermente alzato. Per una studentessa poco incline al conformismo, inutile dirlo, quella era già un’ottima ragione per approfondire proprio gli autori meno frequentati.
Ricordo ancora il fascino che esercitavano su di me i Chicago Boys, Arthur Laffer e tutta la stagione della Supply-Side Economics. C’era certamente una componente teorica, ma anche una dimensione quasi identitaria che oggi mi fa sorridere. Da una parte vedevo Harvard: autorevole, prestigiosa, quasi la rappresentazione dell’establishment americano nella sua forma più classica. Dall’altra Chicago, che ai miei occhi di ventenne appariva come una sorta di laboratorio permanente di iconoclasti. Economisti brillantissimi, spesso provenienti da famiglie ebraiche, con una straordinaria inclinazione a mettere continuamente in discussione le convinzioni più consolidate. Mi colpiva soprattutto il metodo. Non accettavano un principio perché fosse elegante o moralmente rassicurante. Lo sottoponevano a verifica. Cercavano gli incentivi nascosti, gli effetti indesiderati, i meccanismi che producevano risultati opposti a quelli dichiarati. Era un atteggiamento profondamente scientifico, ma anche sorprendentemente irriverente. Per una ragazza cresciuta in una famiglia dove le opinioni si conquistavano discutendo e mai per diritto d’anzianità, era difficile non restarne affascinata.
Naturalmente gli anni insegnano una virtù che all’università possedevo solo in piccola parte: il dubbio. Ho imparato che nessuna scuola economica possiede il monopolio della realtà. Anzi, quando una teoria pretende di spiegare tutto, di solito è proprio lì che comincia a spiegare sempre meno. L’economia è una disciplina meravigliosa proprio perché obbliga continuamente a fare i conti con una materia prima indisciplinata: gli esseri umani. Keynes rimane un gigante. Sarebbe semplicemente ridicolo negarlo. Le sue intuizioni sulla domanda aggregata, sull’incertezza e sul ruolo dello Stato nelle crisi hanno cambiato per sempre il modo di guardare all’economia. Allo stesso tempo, Friedman aveva individuato meccanismi che molti suoi avversari hanno continuato a sottovalutare per decenni. Il rapporto tra politica monetaria e inflazione, il ruolo degli incentivi, i limiti inevitabili della pianificazione centralizzata, la straordinaria capacità di adattamento degli individui quando vengono lasciati relativamente liberi di scegliere. La storia, come spesso accade, si è incaricata di ridimensionare gli eccessi di entrambe le scuole. I keynesiani hanno dovuto fare i conti con fenomeni che i loro modelli spiegavano con fatica. I monetaristi hanno scoperto che il mercato non è una macchina perfetta e che esistono fallimenti reali che richiedono interventi pubblici intelligenti. È andata molto meglio così. Le religioni funzionano forse nelle cattedrali. In economia producono soltanto cattive politiche.
Eppure devo fare una confessione. Negli ultimi anni mi è tornata una crescente simpatia per il vecchio Milton Friedman. Non tanto per ragioni strettamente economiche. Piuttosto per una questione di metodo e, oserei dire, di igiene mentale. Dopo aver assistito per anni a un antiliberismo ridotto spesso a slogan sempre uguali, dopo aver ascoltato infinite variazioni sul tema dei “poteri forti”, delle lobby onnipotenti, delle élite che controllerebbero ogni evento, delle grandi regie invisibili capaci di orchestrare qualunque crisi, qualunque elezione, qualunque pandemia e qualunque oscillazione dei mercati… confesso di provare una certa nostalgia per un pensiero che partiva da presupposti infinitamente più sobri.
A volte ho l’impressione che una parte del dibattito contemporaneo funzioni come un gigantesco romanzo giallo. Se qualcosa accade, deve esistere necessariamente un colpevole nascosto. Se un fenomeno è complesso, allora qualcuno lo sta dirigendo dietro le quinte. Se milioni di persone prendono decisioni diverse, ci dev’essere un copione scritto da qualche cabina di regia. È una visione seducente. Anche terribilmente rassicurante. Perché se esiste un burattinaio, allora il mondo mantiene una sua logica.
Friedman, invece, proponeva qualcosa di molto meno consolatorio. La società, sosteneva in fondo, non è il prodotto di un’intelligenza superiore che muove fili invisibili. È il risultato dell’interazione continua fra milioni di individui imperfetti. Persone che cercano di migliorare la propria condizione, che interpretano male le informazioni, che reagiscono agli incentivi, che imitano, innovano, falliscono, cambiano idea. Da questa rete di decisioni distribuite emergono risultati che nessuno aveva progettato.
È una prospettiva che oggi ritrovo sorprendentemente moderna. Basta osservare come nascono molte innovazioni tecnologiche, oppure come cambiano improvvisamente i consumi, le mode e perfino gli orientamenti culturali. Non esiste quasi mai un regista onnipotente. Esistono milioni di micro-decisioni che, sommandosi, generano effetti collettivi imprevedibili. L’ordine spontaneo, tanto caro alla tradizione liberale, non significa che tutto funzioni sempre bene. Significa piuttosto riconoscere che la complessità produce spesso esiti impossibili da progettare integralmente. È un’idea molto meno romantica di quanto sembri e, soprattutto, infinitamente meno rassicurante delle grandi narrazioni complottistiche. Le teorie del complotto, infatti, hanno un enorme vantaggio psicologico: trasformano il caos in intenzione. Se ogni cosa è stata pianificata, il mondo torna comprensibile. Magari malvagio, ma comprensibile. Accettare invece che la storia sia fatta soprattutto di conseguenze inattese, di errori, di adattamenti successivi e di razionalità limitata richiede molta più umiltà. Significa rinunciare all’illusione che qualcuno controlli davvero tutto.
Dopo tanti anni, credo che la lezione più preziosa di Friedman non risieda nelle sue singole ricette economiche, che possono essere discusse, corrette o persino superate. La sua eredità più importante è l’invito a guardare la società come un sistema immensamente complesso, dove gli individui contano più delle cospirazioni e gli incentivi spiegano spesso molto più delle intenzioni dichiarate. Forse continuo a provare simpatia per lui proprio per questo. Perché, in un’epoca in cui ogni evento sembra dover essere attribuito a qualche oscura regia planetaria, ricordarci che il mondo è soprattutto disordinato, imperfetto e imprevedibile rappresenta un esercizio di razionalità sorprendentemente rivoluzionario. E, a ben vedere, anche profondamente liberale.
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: Ai tempi dell'università, a Economia, dichiararsi dalla parte di Milton Friedman e della Scuola di Chicago significava mettersi volontariamente fuori dal coro. L'ambiente accademico era pesantemente keynesiano, e i monetaristi venivano guardati con sospetto, quasi come eretici tollerati ai margini del dibattito "rispettabile".
parte 1: Eppure, io già allora ero affascinata dai Chicago Boys, da Laffer e dalla Supply-Side Economics. Ammetto che c'era anche un componente identitario in quell'entusiasmo: da un lato Harvard, simbolo dell'establishment WASP e influente; dall'altro Chicago, che ai miei occhi rappresentava un gruppo di economisti brillanti, spesso ebrei, con quel gusto irriverente di mettere continuamente in discussione le verità dominanti.
parte 2: Col tempo, per fortuna, le rigidità si sono attenuate. Ho imparato che nessuna teoria ha il monopolio della realtà e che l'economia è affascinante proprio quando rinuncia a spiegare tutto. Certo, Keynes rimane Keynes, ma Friedman aveva compreso meccanismi che molti keynesiani continuano a sottovalutare. La storia, come sempre, ha ridimensionato gli eccessi di entrambi.
parte 3: Tuttavia, devo fare una confessione. Dopo anni passati a sentire un antiliberismo militante ridotto a slogan cialtroni, dopo l'ossessione per i "poteri forti", le lobby onnipotenti, le cabale finanziarie e quelle narrazioni che trasformano ogni evento storico in un copione scritto da una regia invisibile... beh, mi è tornata una gran simpatia per il vecchio Milton.
parte 4: Non perché sia convinta che avesse sempre ragione – quella sarebbe un'idolatria ingenua che lui per primo avrebbe deriso. Ma perché ripartiva da un'intuizione oggi potentissima nella sua semplicità: la società non è mossa da burattinai occulti, ma da milioni di individui imperfetti che cercano di orientarsi, sbagliano, reagiscono agli incentivi, innovano e si correggono. Da questo caos ordinato emergono esiti che nessuno aveva previsto né pianificato.
parte 5: Paradossalmente, questa visione è molto meno rassicurante delle teorie del complotto: ci priva del conforto di un regista onnipotente (anche se cattivo) e ci costringe ad accettare che la storia sia spesso il risultato di intenzioni parziali e conseguenze inaspettate. Ecco, dopo tutti questi anni, continuo a provare simpatia per Friedman non tanto per le sue risposte, ma per la sua ostinata fiducia in un mondo complesso ma non cospirativo. E in un'epoca di complottismi sfrenati, questa lezione vale più di mille teorie.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
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