Cadono i puntelli

L’arresto dei fratelli Tate a Miami, con gli US Marshals impegnati a eseguire un mandato di estradizione britannico, ha il sapore di quei momenti in cui la realtà, per una volta, smette di fare l’indulgente. Per anni Andrew e Tristan Tate hanno coltivato l’immagine dei maschi alfa assoluti: muscoli, soldi, automobili, orologi, frasi da spogliatoio travestite da filosofia. Poi arrivano i numeri, che sono sempre meno eleganti della leggenda. Quarantadue capi d’imputazione per Andrew, tra cui stupro, favoreggiamento della tratta, lesioni e diciannove capi legati a materiale pedopornografico. Diciassette per Tristan. Reati gravissimi, contestati per fatti che risalgono al periodo compreso tra il 2010 e il 2017, in Inghilterra, con sette presunte vittime. Altro che “eccessi”, altra che “ragazzate” finite male. Qui siamo nel territorio dove la retorica da influencer si sbriciola e restano soltanto le accuse, quelle vere, pesanti, difficili da lucidare con un paio di slogan.

La domanda, a questo punto, è quasi imbarazzante nella sua semplicità: come hanno fatto i Tate a passare mesi tra Florida, jet privati e locali esclusivi invece di restare dove la giustizia romena li aveva collocati? Fino a poco tempo fa, il tribunale di Bucarest aveva bloccato il loro espatrio. Poi quel divieto è caduto con una rapidità che, in qualsiasi Paese normale, avrebbe meritato almeno un sopracciglio alzato. Il Financial Times ha documentato pressioni americane sul governo romeno, e Richard Grenell, inviato speciale statunitense, ha sollevato il caso alla Conferenza di Monaco. A quel punto i fratelli sono atterrati negli Stati Uniti con l’aria di chi non sta scappando da nulla, ma si sta semplicemente spostando verso il prossimo palcoscenico. Ospiti illustri, più che soggetti sotto indagine. Un dettaglio piuttosto significativo, visto che il privilegio, quando funziona bene, non si presenta mai come privilegio: si traveste da normalità.

Poi è arrivato il seguito, che in queste storie è quasi sempre la parte più istruttiva. La Homeland Security ha sequestrato i loro telefoni, gesto elementare in un’indagine che non si improvvisa come un brunch nel weekend. Ma un funzionario della Casa Bianca, Paul Ingrassia, ha scritto ai vertici del Dipartimento chiedendo la restituzione dei dispositivi, sostenendo che tutto quel sequestro fosse uno spreco di risorse. Il particolare più delicato è che Ingrassia, fino a poco prima, era l’avvocato dei Tate. E li aveva pure descritti come “l’incarnazione dell’antico ideale di eccellenza”, espressione che già da sola basterebbe a fare scuola in certi manuali di servilismo ad alta definizione. Funzionari con trent’anni di esperienza, a quanto riferito, hanno definito l’interferenza senza precedenti. Traduzione: perfino nei corridoi del potere, dove la memoria è spesso selettiva e la prudenza molto elastica, qualcuno ha intuito che la giustizia non dovrebbe viaggiare con il telecomando in mano a chi ha un’agenda e un passato professionale troppo vicini agli interessati.

La vicenda, però, diventa davvero illuminante quando si guarda al contesto politico e mediatico che i Tate hanno saputo sfruttare con notevole disciplina. I contatti con Donald Trump Jr., che li chiama “buddy”, con Tucker Carlson, Candace Owens e la consigliera della Casa Bianca Alina Habba non sono un dettaglio di colore. Sono la sostanza del problema. Per anni, Andrew e Tristan Tate hanno occupato uno spazio comodo nel grande mercato dell’indignazione maschile: quello in cui il rancore viene confezionato come identità, la misoginia come schiettezza, la volgarità come coraggio, il disprezzo per le donne come una forma di emancipazione virile. E, siccome il mercato politico è spesso meno morale di quanto ami raccontarsi, quel messaggio ha trovato ascolto. I giovani maschi, soprattutto, sono diventati un bacino prezioso. La manosfera è stata trattata come un fastidio folkloristico, poi come un serbatoio di voti, infine come una rete di sostegno da non irritare troppo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: per anni un linguaggio che umiliava le donne e celebrava il dominio è stato tollerato, minimizzato, persino normalizzato. Con la consueta ipocrisia di chi, davanti al consenso, scopre improvvisamente la complessità.

Ora che l’arresto internazionale ha reso la faccenda troppo ingombrante, qualcuno si affretta a prendere le distanze. Donald Trump, Ron DeSantis e altri protagonisti dell’area conservatrice provano a sfilarsi con eleganza, o con ciò che in politica passa per eleganza: un comunicato prudente, una frase calibrata, un silenzio ben posizionato. Ma il problema non è il diritto alla presunzione d’innocenza, che resta sacro e intoccabile per ogni imputato. Il punto è un altro, e molto più scomodo. Il punto è l’ammirazione. L’ammirazione è una scelta, non un automatismo. E scegliere di esibire simpatia pubblica per uomini che hanno costruito la propria notorietà sulla degradazione delle donne dice molto più di cento interviste patinate sulla famiglia tradizionale, sul decoro pubblico e sui valori da salvare. Anche perché i valori, quando servono come scenografia, hanno il difetto di evaporare in fretta.

I fratelli Tate hanno venduto ai loro seguaci una favola antica come il mondo e sempre efficace nella sua brutale semplicità: i potenti possono tutto. Per un tratto, hanno avuto ragione. Hanno goduto di attenzione, di protezione, di spazi mediatici, di contatti utili, di quella tolleranza che la politica concede volentieri a chi porta traffico, rumore e soprattutto pubblico. Ma il privilegio nell’orbita di Trump, e più in generale nell’orbita di chi scambia il cinismo per strategia, dura finché sei utile. Quando il costo politico sale, il cerchio si stringe. La ruota gira, il sorriso si raffredda, gli amici diventano prudenti.

Resta però il dato più amaro di tutti, ed è quello che davvero merita attenzione. Il pubblico dei Tate non è scomparso. La cultura che li ha resi possibili non è stata smontata. La rabbia maschile, addestrata a trasformarsi in consumo, continua a circolare con ottima salute, tra social, podcast, commentatori da sottoscala e aspiranti guru della dominazione. È una cultura che ha imparato a presentarsi come libertà, mentre chiede obbedienza; come autenticità, mentre fabbrica odio; come forza, mentre prospera sulla frustrazione. Ed è qui che il caso Tate smette di essere solo un caso giudiziario o una turpe cronaca di privilegi e relazioni opache. Diventa uno specchio. Poco lusinghiero, come tutti gli specchi che servono davvero.

La parte incoraggiante, se così si può dire, è che gli specchi non mentono. La parte meno incoraggiante è che molti preferiscono romperli piuttosto che guardarsi dentro. Eppure, prima o poi, tocca farlo. Perché un sistema che coccola i predicatori del dominio finisce quasi sempre per produrre solo una società più povera, più cinica e più bugiarda. Con buona pace di chi continua a chiamarla libertà.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: L’arresto dei fratelli Tate a Miami, con gli US Marshals che eseguono un mandato di estradizione britannico, segna un punto di non ritorno. Parliamo di numeri da capogiro: 42 capi d’imputazione per Andrew (stupro, favoreggiamento della tratta, lesioni e ben 19 capi per materiale pedopornografico) e 17 per Tristan, tutti relativi a crimini commessi in Inghilterra tra il 2010 e il 2017. Non sono “accuse leggere” né “errori di gioventù”: sono reati gravissimi che riguardano sette presunte vittime.

parte 1: Ma come facevano i Tate a essere in Florida, ospiti di jet privati e locali esclusivi, invece che in una cella romena? Fino a pochi mesi fa, il tribunale di Bucarest aveva negato il loro espatrio, eppure quel divieto è caduto come per magia dopo che l’inviato speciale americano Richard Grenell ha sollevato il loro caso alla Conferenza di Monaco, e dopo che il Financial Times ha documentato pressioni americane sul governo romeno. Sono atterrati negli Stati Uniti non come fuggiaschi, ma come ospiti illustri, convinti di avere il vento a favore.

parte 2: E infatti, una volta arrivati, il trattamento di riguardo è continuato senza sosta. La Homeland Security ha sequestrato i loro telefoni, ma un funzionario della Casa Bianca, Paul Ingrassia, ha scritto agli alti vertici del Dipartimento per chiedere la restituzione, sostenendo che il sequestro era uno spreco di risorse. Attenzione: Ingrassia era l’avvocato dei Tate fino a poco prima, e li aveva definiti “l’incarnazione dell’antico ideale di eccellenza”. Funzionari con trent’anni di carriera hanno definito questa interferenza “senza precedenti”. La giustizia, a quanto pare, ha corsie preferenziali se hai i contatti giusti.

parte 3: E i contatti giusti, per i Tate, non mancano certo. Li hanno coltivati per otto anni con Donald Trump Jr. (che li chiama “buddy”), con Tucker Carlson, con Candace Owens e con la consigliera della Casa Bianca Alina Habba. Non è un caso: la manosfera e i predicatori della mascolinità tossica hanno portato voti preziosi, specialmente tra i giovani maschi. Il movimento politico li ha coccolati, capendo che il risentimento maschile vende e si traduce in consenso. Per anni, il loro messaggio di dominio e disprezzo per le donne è stato tollerato, se non apertamente legittimato.

parte 4: Ora che l’arresto internazionale scatena uno scandalo enorme, qualcuno (come Trump e il governatore della Florida Ron DeSantis) prende le distanze. Ma prendere le distanze oggi, dopo averli corteggiati per anni, è ipocrita. Il problema qui non è la presunzione di innocenza: quella spetta a ogni imputato, ed è sacra. Il problema è l’ammirazione. L’ammirazione non è un diritto, è una scelta. E scegliere di abbracciare pubblicamente individui che hanno costruito la loro fama degradando le donne, dicendo che le donne sono proprietà e che gli uomini veri possono comprarsi l’esenzione dalle regole, dice molto più di qualsiasi discorso elettorale sui valori della famiglia.

parte 5: I Tate hanno insegnato ai loro seguaci che i potenti possono tutto. Per un po’ hanno avuto ragione. Ma il privilegio nell’orbita di Trump dura finché sei utile, e ora che il costo politico è troppo alto, il cerchio si stringe. Resta però il dato più amaro: il loro pubblico è ancora lì, e la cultura che li ha legittimati è ancora viva.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo.

Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi