
Mentre leggo l’ennesima dichiarazione di Giuseppe Conte sulla presunta “crescita esponenziale della produttività” italiana, mi viene spontanea una domanda: ma in quale Italia vive? Perché, per quanto mi riguarda, Conte resta il peggior esponente della politica italiana che abbia avuto la ventura di osservare nella mia vita professionale, ma questa volta il problema è persino più semplice della mia antipatia personale per lui. Basta guardare i dati. Nel periodo compreso fra il 1995 e il 2024, la produttività del lavoro italiana è cresciuta in media di circa lo 0,3% all’anno. Negli ultimi anni, peraltro, la dinamica è tornata negativa. Non siamo davanti a una piccola imperfezione statistica, a una congiuntura sfavorevole o a qualche virgola spostata nel posto sbagliato. Parliamo di quasi trent’anni durante i quali l’economia italiana ha avuto enormi difficoltà ad aumentare la quantità di valore prodotto per ora lavorata. E questo dato ha una conseguenza molto concreta: salari che ristagnano. È una relazione economica elementare, anche se in Italia tendiamo a complicarla con una certa abilità. Nel lungo periodo, se vogliamo aumentare in modo sostenibile le retribuzioni reali, dobbiamo aumentare la produttività. Un’impresa può redistribuire una parte maggiore dei propri profitti ai dipendenti, naturalmente. Ma se il valore prodotto rimane fermo, prima o poi il margine da distribuire finisce. Possiamo discutere di contratti, fiscalità, contributi, salario minimo e contrattazione collettiva quanto vogliamo: tutte questioni importanti. Ma possiamo anche decidere di guardare alla causa strutturale. Un lavoratore italiano non diventa più ricco perché qualcuno gli ordina di esserlo. Diventa più ricco quando dispone di capitale, tecnologia, organizzazione e competenze che gli permettono di produrre più valore nello stesso tempo. Sembra quasi banale. Ed è proprio per questo che mi sorprende quanto spesso venga dimenticato.
La cosa interessante è che, dietro certe dichiarazioni sulla produttività, intravedo qualcosa di più profondo: una crescente diffidenza culturale verso l’idea stessa di crescita economica. Non necessariamente formulata in modo esplicito. Raramente qualcuno sale su un palco e dice: “Dobbiamo diventare più poveri”. Sarebbe un programma elettorale piuttosto difficile da vendere, persino per la nostra classe dirigente. Molto più elegante è parlare di “decrescita”, di ridimensionamento dei consumi, di ritorno alla comunità, di sobrietà, di nuovi indicatori del benessere. Alcune di queste riflessioni sono perfettamente legittime. Il problema nasce quando diventano una teoria economica alternativa costruita sulla premessa che la crescita sia, per definizione, un male. L’origine intellettuale di questa corrente è tutt’altro che banale. Nicholas Georgescu-Roegen, economista di straordinaria originalità, elaborò negli anni Settanta una critica radicale alla teoria economica tradizionale partendo dalla termodinamica e dalla legge dell’entropia. Le risorse materiali sono finite, l’energia disponibile non è illimitata e ogni processo economico comporta trasformazioni irreversibili. Serge Latouche avrebbe poi portato queste intuizioni nel dibattito pubblico europeo, sviluppando una vera e propria filosofia della decrescita. Il problema è che da una constatazione fisica corretta si può arrivare a una conclusione economica molto discutibile. Che le risorse siano finite non significa automaticamente che debba essere finita la possibilità di aumentare il benessere umano. Significa che dobbiamo imparare a produrre utilizzando meno risorse per unità di valore creato.
La differenza sembra sottile, ma cambia completamente la prospettiva. Un computer di oggi possiede capacità di elaborazione che cinquant’anni fa avrebbero richiesto infrastrutture enormi. Un impianto industriale moderno può produrre enormemente di più con meno materie prime, meno energia e meno lavoro umano rispetto a uno stabilimento degli anni Settanta. L’agricoltura contemporanea ottiene rese per ettaro impensabili per i nostri nonni. La medicina consente di vivere più a lungo utilizzando tecnologie che, a loro volta, diventano progressivamente più efficienti. Questa è crescita economica. Ma è una crescita molto diversa da quella basata semplicemente sul consumare quantità sempre maggiori di materia. Il punto fondamentale che spesso sfugge alla retorica della decrescita è proprio questo: innovazione e crescita possono ridurre l’impatto ambientale per unità di prodotto. L’Europa ne offre un esempio particolarmente interessante. Dal 2000 le emissioni di CO₂ dell’Unione Europea sono diminuite in misura molto significativa mentre l’economia continuava a produrre valore. Questo non è accaduto perché gli europei hanno improvvisamente deciso di tornare a vivere come nel Medioevo. È avvenuto anche grazie a tecnologia, efficienza energetica, trasformazione del mix produttivo, normative ambientali e investimenti. La risposta ai limiti fisici del pianeta, quindi, non può essere semplicemente “produciamo e consumiamo meno”. La risposta più intelligente è: produciamo meglio. È una differenza che può sembrare semantica, ma ha conseguenze enormi. Se domani decidessimo di dimezzare la produzione industriale italiana, avremmo probabilmente una riduzione di alcune emissioni. Avremmo però anche meno reddito, meno occupazione, meno risorse fiscali, meno investimenti e meno capacità di finanziare proprio quelle tecnologie che dovrebbero consentirci di consumare meno risorse. La sostenibilità senza innovazione rischia quindi di diventare semplicemente austerità con un nome più elegante.
Ed è a questo punto che il discorso torna all’Italia. Perché noi, in realtà, abbiamo già sperimentato una forma molto concreta di “decrescita”. Solo che non l’abbiamo chiamata così. È stata una decrescita strisciante, fatta di produttività stagnante, salari fermi, investimenti insufficienti e specializzazione industriale sempre più esposta alla concorrenza internazionale. Il nostro problema non è soltanto quanto produciamo. È che cosa produciamo e con quale tecnologia. In economia si parla di valore aggiunto per indicare, semplificando, la ricchezza che un’impresa riesce a creare trasformando beni, capitale, lavoro e conoscenza in un prodotto o servizio. Quando un’azienda vende qualcosa di standardizzato, facilmente replicabile e scarsamente differenziato, il margine tende a essere sottoposto a una pressione enorme. Se posso produrre lo stesso oggetto anch’io, e posso farlo in un paese dove costa meno, prima o poi la competizione si sposta sul prezzo. A quel punto l’impresa ha poche alternative. Può investire in tecnologia, marchio, design, brevetti, automazione, ricerca, organizzazione e competenze. Oppure può cercare di comprimere i costi. Indovinate quale strada tende a essere più facile per una piccola azienda con poco capitale e poca propensione al rischio. Il lavoro. È una delle trappole più pericolose dell’economia italiana.
Una parte consistente del nostro tessuto produttivo è composta da micro e piccole imprese, spesso concentrate in settori tradizionali. Molte sono eccellenti nel proprio mestiere. Questo va riconosciuto senza esitazioni: l’Italia possiede competenze manifatturiere, artigianali e distrettuali straordinarie. Ma eccellenza artigianale e alta produttività non sono sinonimi. Un’impresa può produrre un oggetto magnifico e avere una struttura economica fragile. Può avere dipendenti bravissimi e macchinari insufficienti. Può esportare in tutto il mondo e contemporaneamente investire troppo poco in ricerca. Può essere guidata da un imprenditore capace e avere una dimensione che gli impedisce di affrontare investimenti da milioni di euro. Il culto della piccola impresa, in Italia, ha prodotto una curiosa distorsione culturale. Abbiamo finito per considerare la dimensione ridotta quasi una virtù in sé. Non lo è. Una piccola impresa può essere meravigliosa. Una grande impresa può essere pessima. Ma la dimensione, di per sé, non è né una qualità morale né un difetto. È una variabile economica. E in alcuni settori la scala conta enormemente. Conta per finanziare la ricerca. Conta per acquistare sistemi informatici sofisticati. Conta per assumere ingegneri, data scientist, esperti di cybersecurity. Conta per aprire stabilimenti all’estero, acquisire brevetti, sviluppare nuovi prodotti, sostenere anni di ricerca prima che arrivi un ritorno economico. Il mondo contemporaneo richiede capitali e competenze che non possono essere improvvisati.
Pensiamo all’intelligenza artificiale. Pensiamo alla robotica avanzata, alla farmaceutica, ai semiconduttori, all’aerospazio, alle biotecnologie, ai nuovi materiali, all’energia. Sono settori nei quali il valore economico nasce precisamente dalla capacità di trasformare conoscenza in prodotti e servizi. Qui la produttività può fare un salto. Un software ben progettato può aumentare enormemente la capacità produttiva di un’organizzazione senza moltiplicare proporzionalmente il numero di dipendenti. Un robot può svolgere migliaia di operazioni ripetitive con precisione costante. Un sistema di intelligenza artificiale può assistere un tecnico, un medico, un analista o un ingegnere nell’elaborazione di informazioni che fino a ieri richiedevano ore di lavoro. E questo dovrebbe essere visto come una minaccia? Dipende da come lo si gestisce. Una tecnologia può distruggere alcune mansioni e crearne altre. Può aumentare le disuguaglianze se i lavoratori non hanno accesso alla formazione. Può concentrare ricchezza se i benefici vengono catturati esclusivamente dai proprietari del capitale. Sono problemi reali. Ma la risposta non può essere fermare la tecnologia. Sarebbe come avere scoperto l’elettricità e decidere di tornare alle candele per proteggere l’occupazione dei fabbricanti di stoppini. La risposta seria consiste nell’investire nelle persone affinché possano spostarsi verso attività a maggiore valore aggiunto. I lavoratori devono essere formati, le imprese devono investire, il sistema educativo deve dialogare con quello produttivo e lo Stato deve creare un ambiente nel quale investire sia conveniente. Questo è il punto sul quale l’Italia continua a mostrare una certa allergia alle riforme. Abbiamo una tassazione sul lavoro troppo elevata, una burocrazia spesso sproporzionata, tempi giudiziari che scoraggiano gli investimenti, un sistema educativo che fatica a collegarsi alle esigenze produttive e una capacità insufficiente di trasformare la ricerca scientifica in impresa.
Poi ci sorprendiamo perché i salari non crescono. È un po’ come lamentarsi della velocità della propria automobile dopo aver deciso di non fare manutenzione al motore per trent’anni. E naturalmente, quando il problema diventa evidente, arriva la tentazione di cercare un colpevole immediato. Gli imprenditori che pagano poco. I lavoratori che non si impegnano abbastanza. L’euro. La globalizzazione. I cinesi. Le multinazionali. La finanza. L’Europa. Il governo precedente. Quello successivo. A seconda delle preferenze, possiamo costruire una lista infinita. Ma l’economia non funziona come un tribunale morale. Se un’impresa produce poco valore per ora lavorata, ha una capacità limitata di pagare salari elevati. Se un intero sistema produttivo produce poco valore per ora lavorata, avremo un problema salariale sistemico. Questa è la ragione per cui trovo particolarmente pericoloso il discorso che tende a presentare la produttività come una sorta di ossessione capitalistica dalla quale dovremmo liberarci. La produttività non è il contrario del benessere dei lavoratori. È una delle condizioni materiali che lo rendono possibile. Naturalmente bisogna decidere come aumentarla. Se la produttività cresce perché si spremono ulteriormente persone già sottopagate, abbiamo costruito un modello fragile e socialmente discutibile. Se cresce perché introduciamo automazione, formazione, capitale, organizzazione migliore e tecnologie più efficienti, abbiamo invece creato spazio per salari migliori e orari più sostenibili. È una differenza fondamentale. Per questo l’Italia dovrebbe smettere di discutere della crescita come se fosse una scelta estetica, una preferenza ideologica fra persone cattive che amano il PIL e persone buone che amano la natura. La crescita è uno strumento. Possiamo usarlo bene o male. La vera domanda è quale crescita vogliamo.
Io vorrei un’Italia capace di spostarsi progressivamente dalle produzioni dove la competizione si gioca sul costo verso quelle dove si gioca sulla conoscenza. Vorrei più automazione nelle fabbriche, più investimenti privati in ricerca, università meglio finanziate ma anche più connesse alle imprese, incentivi fiscali stabili per chi investe davvero e una pubblica amministrazione sufficientemente digitalizzata da smettere di essere un freno alla produttività del settore privato. Vorrei soprattutto che smettessimo di considerare il capitale come qualcosa di sospetto. Capitale significa anche macchinari, software, infrastrutture, brevetti, laboratori, formazione. Senza capitale, il lavoratore rimane solo con le proprie ore. E nessuna economia moderna può permettersi di fondare la propria competitività esclusivamente sul costo di quelle ore. La sfida italiana è quindi molto più ambiziosa di una disputa sulle percentuali di crescita dell’ultimo trimestre. Dobbiamo decidere se vogliamo essere un paese che compete sul prezzo o uno che compete sulla conoscenza. Nel primo caso continueremo a chiederci perché i salari siano bassi, perché i giovani emigrino, perché le imprese non trovino abbastanza capitale e perché gli investimenti in ricerca siano insufficienti. Nel secondo dovremo accettare qualche cambiamento scomodo: imprese più grandi, settori destinati a scomparire, lavoratori che dovranno aggiornare continuamente le proprie competenze, capitali che entreranno in aziende prima protette dalla concorrenza e una maggiore disponibilità ad accettare che alcune imprese non meritino di essere mantenute artificialmente in vita. È una prospettiva molto meno romantica della decrescita felice. Ma anche molto più promettente. Perché la vera alternativa non è fra capitalismo e felicità. È fra un’economia capace di aumentare la propria produttività attraverso conoscenza e innovazione e un’economia che, incapace di farlo, finisce inevitabilmente per distribuire sempre meno. L’Italia non ha bisogno di imparare a desiderare meno. Ha bisogno di imparare a produrre meglio. E soprattutto deve capire una cosa che in economia ho imparato molto presto: quando un sistema smette di crescere per trent’anni, non basta cambiare il linguaggio con cui lo si descrive. Prima o poi bisogna avere il coraggio di cambiare il sistema.
(Emma Nicheli)
Prompt:
Intro: L’uscita recente di Giuseppe Conte (per la cronaca: il peggior esponente della politica italiana, per quanto mi riguarda) sulla presunta “crescita esponenziale di produttività” dell’economia italiana riapre un dibattito surreale: parlare di produttività in crescita in Italia significa ignorare la realtà dei dati. Nel periodo 1995-2024 la produttività del lavoro nel nostro Paese è cresciuta ad un misero 0,3% medio annuo, calando persino negli ultimi tre anni. Questa stagnazione non è una svista contabile, ma la ragione diretta per cui le retribuzioni reali degli italiani sono rimaste al palo da un trentennio.
parte 1: Questo scollamento dai fatti rivela un ammiccamento culturale verso le tesi della cosiddetta “decrescita felice”. Nata dalle teorie bioeconomiche di Nicholas Georgescu-Roegen negli anni '70 e ripresa da Serge Latouche, questa visione applica la legge dell'entropia al sistema produttivo: le risorse sono finite, perciò il consumo deve contrarsi. La decrescita moderna rigetta non solo il capitalismo, ma qualsiasi norma economica tradizionale — mercato, prezzi e innovazione tecnologica —, inseguendo un modello comunitarista che punta a ridefinire il benessere in chiave morale e spirituale anziché materiale.
parte 2: la teoria si scontra duramente con i dati di fatto. L'idea che il capitalismo sia incompatibile con la tutela ambientale è smentita dai numeri: negli ultimi trent'anni i paesi a più alta tecnologia hanno ridotto drasticamente le proprie emissioni di CO2 pur continuando a produrre ricchezza (l'UE le ha tagliate del 29% dal 2000). Rifiutare l'innovazione tecnologica e la crescita in nome di un'utopia slegata dalla realtà non cura i problemi economici, ma rischia solo di provocare il collasso delle strutture sociali necessarie a sostenere miliardi di persone.
parte 3: Se la decrescita teorica è una trappola ideologica, l'Italia sta già vivendo una forma di decrescita "strisciante" a causa della sua struttura industriale a basso valore aggiunto. Con questo concetto in economia si intendono quelle produzioni in cui il valore del bene finale supera di poco il costo delle materie prime e dei fattori impiegati. Quando un'azienda produce beni standardizzati a scarso contenuto tecnologico, non basati su ricerca, brevetti, automazione o know-how avanzato, i margini di guadagno rimangono minimi e la concorrenza si gioca solo sul prezzo.
parte 4: Questa dinamica caratterizza purtroppo larga parte del tessuto aziendale italiano, dominato (non mi stancherò mai di ripeterlo) da micro e piccole imprese concentrate in settori tradizionali, poco digitalizzate e restie a fare investimenti in R&S. Per restare competitive sul mercato globale senza puntare sull'innovazione radicale o sui prodotti ad alto valore aggiunto, le aziende finiscono per comprimere l'unico costo direttamente manovrabile: il lavoro. Si crea così un circolo vizioso in cui alla scarsa produttività corrispondono stipendi bassi, poca attrazione di talenti e impossibilità di investire in futuro.
parte 5: la vera sfida dell'Italia non è inseguire suggestioni di decrescita o demonizzare la produttività, ma l'esatto opposto: riqualificare il nostro sistema produttivo verso filiere ad altissima tecnologia e alto valore aggiunto.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo. Non usare "i numeri raccontano una storia...", non abusare degli aggettivi "politico" e "geopolitico". Non iniziare con "C'è...", non abusare di "e qui...", "ed è", "ed è qui che" e di successioni di "non... non... non...". Non mi intitolare i paragrafi
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