È soltanto una macchietta. Fino a prova contraria

Un filo rosso lega la storia reale all’immaginario collettivo, ed è l’incauto scetticismo con cui le democrazie guardano ai propri azzardi. Quando rileggiamo la nascita dei totalitarismi o osserviamo i populismi contemporanei, dai primi anni del Novecento fino ai fenomeni mediatici e politici più recenti, ritroviamo spesso lo stesso errore: liquidare come macchiette, folklore o personaggi da baraccone figure che, mentre fanno sorridere, stanno imparando a usare gli strumenti del potere. È una reazione comprensibile. Anzi, umanissima. Di fronte a un personaggio sopra le righe, a un demagogo che urla slogan improbabili o a un aspirante uomo forte che sembra uscito da una commedia di provincia, viene spontaneo pensare che la realtà provvederà da sola a rimetterlo al suo posto. Le istituzioni sono solide, la società è matura, gli elettori hanno memoria, qualcuno certamente metterà un freno. La storia, con quella sua pessima abitudine di ignorare le nostre rassicurazioni, tende a essere meno collaborativa.

Negli anni Trenta, il cinema idealista di Frank Capra provò a raccontare il populismo attraverso la figura dell’uomo comune. In Mr. Smith Goes to Washington e Meet John Doe, il cittadino qualunque, ingenuo e moralmente integro, si trovava catapultato dentro un sistema politico dominato da interessi molto meno nobili. La piazza poteva essere manipolata, il consenso confezionato, la buona fede trasformata in strumento di propaganda. Ma nella visione di Capra restava una fiducia quasi commovente nella capacità dell’individuo di redimere il sistema. Bastava che l’uomo della strada conservasse la propria onestà, resistesse alla corruzione e trovasse il coraggio di dire la verità. Una specie di anticorpo morale ambulante. Piacevole, rassicurante, cinematograficamente perfetto. La politica reale, purtroppo, ha sempre avuto una certa allergia ai finali edificanti.

La letteratura arrivò infatti a proporre una versione assai meno consolatoria del problema. Nel 1935 Sinclair Lewis pubblicò It Can’t Happen Here, romanzo che immaginava l’avvento negli Stati Uniti di una dittatura guidata dal demagogo Buzz Windrip. Il punto interessante è che Windrip non era semplicemente una marionetta nelle mani di qualche oscuro burattinaio. Era lui stesso il manipolatore. Aveva capito qualcosa di fondamentale: il potere non ha bisogno di convincere tutti. Gli basta intercettare abbastanza paura, rabbia, frustrazione e desiderio di appartenenza. Lewis spostava così l’attenzione dal cattivo che manipola il popolo al rapporto, molto più inquietante, tra il manipolatore e un pubblico disposto a farsi manipolare. È una distinzione importante. Perché raccontare il populismo come una semplice truffa perpetrata da pochi furbi ai danni di una massa innocente significa attribuire al pubblico una purezza che spesso non possiede. Le persone possono essere vittime della propaganda, certo. Ma possono anche essere perfettamente consapevoli di ciò che stanno facendo. Possono persino sapere che una promessa è irrealistica e votarla lo stesso, perché quella promessa comunica qualcosa che considerano più importante della sua fattibilità. È il motivo per cui gli slogan funzionano meglio dei programmi quando una società è stanca. Un programma richiede attenzione, lo slogan richiede un battito di ciglia. Il primo spiega, il secondo rassicura. E in tempi di ansia collettiva la rassicurazione è una merce straordinariamente competitiva.

Sinclair Lewis aveva intuito anche un altro particolare poco simpatico: una democrazia non diventa fragile soltanto quando qualcuno vuole abolirla. Può diventarlo quando una parte dei cittadini comincia a considerare alcune libertà come fastidiosi optional, sacrificabili in cambio di sicurezza, identità, ordine o della promessa di farla finalmente pagare a qualcun altro. Il meccanismo è antico. Cambiano gli strumenti, cambiano i costumi, cambiano le piattaforme. La psicologia umana, con grande dispiacere degli innovatori digitali, sembra avere aggiornato il proprio software assai meno rapidamente. Qualche decennio più tardi Robert Heinlein, con Stella doppia, aggiunse un altro tassello alla faccenda. Qui la politica assume apertamente la forma dello spettacolo. Un attore viene ingaggiato per impersonare un leader e finisce per scoprire quanto sia sottile la distanza tra una persona e il personaggio che il pubblico crede di conoscere. La trovata fantascientifica anticipava un problema diventato ormai quasi banale: nella politica mediatica la rappresentazione può diventare più importante della realtà che dovrebbe rappresentare. Il politico contemporaneo non deve soltanto governare. Deve apparire. Deve comunicare continuamente, costruire una presenza, produrre immagini, suscitare emozioni, alimentare una narrazione. Il programma elettorale, poverino, è spesso costretto a competere con una fotografia, un video di trenta secondi e una frase abbastanza semplice da stare comodamente dentro un post. La politica è diventata teatro, ma con una differenza rispetto al teatro tradizionale: gli spettatori possono salire sul palco. Commentano, applaudono, insultano, condividono, costruiscono meme, trasformano una battuta in un’identità collettiva. Il confine tra pubblico e spettacolo si è praticamente dissolto. E quando la maschera funziona bene, il volto sottostante diventa quasi irrilevante.

Dalla finzione alla storia reale il passo è brevissimo. Le grandi svolte autoritarie raramente si presentano con un cartello appeso al collo che recita: “Buongiorno, sono qui per distruggere la democrazia”. Sarebbe una comunicazione politica piuttosto inefficace. Più spesso arrivano sotto altre forme: il politico che promette di sistemare tutto, l’imprenditore che sostiene di poter amministrare lo Stato come un’azienda, il generale che considera le procedure democratiche una perdita di tempo, l’agitatore che dice finalmente ciò che tutti pensano, il personaggio televisivo che trasforma ogni discussione in una gara di applausi. All’inizio fanno sorridere. Ed è proprio questo il problema. Il ridicolo produce una sensazione di superiorità che può essere molto pericolosa. Se considero l’avversario un buffone, smetto di studiarlo. Se lo considero un ignorante, tendo a sottovalutare chi lo ascolta. Se penso che sia troppo rozzo, troppo grossolano o troppo impreparato per arrivare lontano, posso permettermi il lusso di non prendere sul serio il fenomeno. Intanto, qualcun altro lo prende sul serio.

La storia del Novecento è piena di persone che, osservando determinati personaggi nei primi anni della loro ascesa, pensarono che si sarebbero rapidamente sgonfiati. Alcuni furono sottovalutati per la loro rozzezza, altri per la loro teatralità, altri ancora perché sembravano incapaci di rappresentare una vera minaccia alle istituzioni consolidate. Il problema, naturalmente, non è che ogni buffone sia un dittatore in potenza. Sarebbe una conclusione altrettanto sciocca. Il problema è che la ridicolaggine non costituisce una misura del pericolo. Un sistema democratico dovrebbe giudicare un fenomeno politico attraverso la sua capacità di conquistare consenso, organizzarsi, occupare spazi istituzionali, influenzare il dibattito pubblico e trasformare progressivamente le regole del gioco. Il temperamento pittoresco del suo leader può essere interessante per un programma televisivo. Ai fini della valutazione del rischio istituzionale, conta molto meno. Ed è qui che entra in gioco il pubblico. Perché il demagogo più abile del mondo resta innocuo se nessuno lo ascolta. Può gridare, gesticolare, promettere miracoli e fotografarsi con il cappello da cow-boy: senza una platea, rimane semplicemente un signore con un cappello da cow-boy. Quando invece trova una società attraversata da paura, rabbia, disillusione e perdita di fiducia nelle istituzioni, il discorso cambia.

La democrazia vive anche della fiducia dei cittadini nelle proprie regole. Quando quella fiducia si consuma, ogni scorciatoia diventa più seducente. Il problema può essere un’economia stagnante, una classe politica screditata, una trasformazione culturale vissuta come minaccia, una crisi migratoria, una guerra, una perdita di status. Le cause cambiano. Il meccanismo psicologico è sorprendentemente stabile: quando il presente appare ingestibile, qualcuno che promette di semplificarlo acquista un vantaggio enorme. E la semplificazione è una delle più antiche forme di seduzione politica. Il mondo è complicato? Colpa di qualcuno. La società è cambiata? Torniamo a com’era prima. I salari non crescono? C’è un nemico. Le istituzioni funzionano male? Mandiamo via tutti. Il futuro è incerto? Facciamo grande il Paese, la nazione, la comunità, il leader, il popolo, possibilmente tutto contemporaneamente. È una grammatica elementare. Proprio per questo è efficace.

Il guaio è che le democrazie moderne hanno sviluppato una curiosa forma di presunzione: tendono a credere che la loro stessa esistenza dimostri la propria solidità. È un po’ come sostenere che una casa sia antisismica perché finora non è ancora crollata. La vera forza di una democrazia si vede quando attraversa una crisi senza rinunciare alle proprie regole. Quando accetta il conflitto senza trasformarlo in guerra civile. Quando tollera un avversario senza considerarlo automaticamente un nemico. Quando riesce a cambiare governo senza trasformare ogni alternanza in una catastrofe nazionale. Soprattutto, quando riesce a distinguere tra la libertà di dire cose sgradevoli e il diritto di pretendere che quelle cose diventino automaticamente vere. È una distinzione che nell’epoca dei social media si è fatta ancora più complicata. Il personaggio politico contemporaneo può costruirsi una relazione diretta con milioni di persone, saltando gran parte delle mediazioni tradizionali. Il giornalista, il partito, il programma, persino il vecchio comizio possono diventare accessori. Una diretta dal telefono può produrre più attenzione di un’ora di televisione. Da un lato è una straordinaria democratizzazione della comunicazione. Dall’altro è un ambiente ideale per chi sa trasformare la politica in performance. La persona diventa il messaggio. Il messaggio diventa spettacolo. Lo spettacolo diventa identità. E l’identità, una volta consolidata, rende molto più difficile discutere serenamente i fatti. A quel punto criticare il leader viene percepito come un attacco al suo pubblico. Correggere una falsità diventa un’offesa personale. Mettere in discussione una promessa equivale a tradire la comunità di appartenenza. La discussione politica smette lentamente di essere una disputa sulle idee e diventa una guerra sulla dignità dei propri schieramenti. È una situazione nella quale il personaggio più rumoroso ha spesso un vantaggio considerevole.

Per questo la lezione di Capra, Lewis e Heinlein va letta insieme. Capra ci ricorda la possibilità di una politica più umana. Lewis ci mette in guardia dalla facilità con cui una società frustrata può consegnarsi al demagogo. Heinlein ci mostra quanto la politica possa diventare indistinguibile dalla rappresentazione. Nessuno dei tre offre una formula magica. Per fortuna. Le formule magiche sono già abbastanza affollate nel mercato politico. La lezione più utile è forse più semplice e meno cinematografica: smettere di giudicare il pericolo dalla simpatia o dall’antipatia che ci suscita il personaggio e cominciare a osservarne il rapporto con il pubblico e con le istituzioni. Il buffone può essere innocuo. Può anche diventare popolare. Il leader apparentemente insignificante può fallire miseramente. Può anche costruire una macchina politica. L’uomo che sembra incapace di pronunciare una frase sensata può essere circondato da persone perfettamente capaci di organizzare consenso, raccogliere denaro e occupare istituzioni. Il problema, dunque, non è prendere sul serio ogni personaggio eccentrico. Sarebbe un modo eccellente per diventare paranoici. È prendere sul serio il fenomeno quando comincia a diventare grande. La democrazia non ha bisogno di cittadini terrorizzati da ogni nuovo demagogo. Ha bisogno di cittadini sufficientemente lucidi da non sottovalutarlo perché fa ridere. Dopotutto, una delle caratteristiche più scomode della storia è proprio questa: il ridicolo e il pericoloso possono tranquillamente abitare la stessa persona. E qualche volta, prima che ce ne accorgiamo, il primo sta già lavorando per il secondo.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: Un filo rosso lega la storia reale all'immaginario collettivo, ed è l'incauto scetticismo con cui le democrazie guardano ai propri azzardi. Quando leggiamo della nascita dei totalitarismi o dei populismi contemporanei — dal 1919 al 1923, fino ai fenomeni mediatici e politici più recenti —, notiamo sempre lo stesso errore di fondo: la tendenza a liquida come "macchiette" o "folclore" figure che finiscono poi per scardinare le istituzioni dall'interno.

parte 1: Negli anni '30, il cinema idealista di Frank Capra con Mister Smith va a Washington e Arriva John Doe provava a raccontare il populismo dal lato dell'innocenza. Il cittadino comune, ingenuo e pulito, veniva usato dai poteri forti come figurante di facciata per manipolare la piazza. La parabola capriana confidava nella tenuta morale dell'uomo della strada, convinta che la bontà del singolo potesse fermare i cinici e purificare la politica.

parte 2: La letteratura, però, ci ha messo poco a mostrare il lato oscuro di quel meccanismo. Nel 1935, con il profetico Non è possibile (It Can't Happen Here), Sinclair Lewis ribaltò la visione di Capra: il demagogo Buzz Windrip non era una pedina manovrata, ma un manipolatore spietato che faceva leva sul risentimento della massa impoverita. Lewis dimostrò che il populismo non nasce per errore, ma trova un terreno fertillissimo in un pubblico disposto a scambiare le libertà civili con slogan identitari e facili rassicurazioni.

parte 3: Anni dopo, Robert Heinlein con Stella doppia ha aggiunto un ulteriore tassello, svelandoci la politica come puro artificio teatrale. Un attore ingaggiato per impersonare un leader scopre che, nell'era dei media, la maschera conta più del volto. Quando la finzione politica diventa indistinguibile dalla realtà, il consenso non si costruisce più sulla sostanza dei programmi, ma sulla capacità narrativa di chi sa stare sul palcoscenico.

parte 4: Dalla finzione letteraria alla storia reale il passo è brevissimo. Il punto di contatto tra la pagina scritta e la cronaca è la facilità con cui l'opinione pubblica dimentica che i movimenti eversivi o le svolte autoritarie non si presentano mai annunciandosi come tali. Si presentano quasi sempre sotto forma di imprenditori anti-sistema, generali eccentrici, direttori d'azienda o agitatori da bar che "tanto non andranno mai da nessuna parte".

parte 5: Il vero rischio per un sistema democratico non è tanto la forza del demagogo di turno, ma la rassicurante illusione che "da noi non possa succedere". L'invito che ci arriva dai classici della cultura e dalle lezioni del Novecento è uno solo: smettere di giudicare il pericolo dalla ridicolaggine del personaggio e iniziare a misurarlo dalla ricettività del suo pubblico.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito.

Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo. Non usare la domanda retorica. Usa il meno possibile la formula "non... non... non...". Usa il meno possibile "E qui". Non dare titoli ai paragrafi. Non esagerare con gli a capo, l'articolo deve avere un formato leggibile.


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