Dal pop al popolo: Tommaso Labranca torna tra i classici (!)

Mondadori ha da poco pubblicato Dal pop al popolo. Opere scelte, una monumentale antologia curata da Claudio Giunta nei Baobab Oscar. Seicento pagine per restituire al lettore Tommaso Labranca, uno degli intellettuali più brillanti, eccentrici e ostinatamente fuori posto che abbia prodotto la cultura italiana degli ultimi decenni. L’operazione ha qualcosa di deliziosamente paradossale: la grande editoria mainstream consacra tra i propri “classici” un autore che negli ultimi anni della sua vita aveva scelto l’autoproduzione, il collezionismo di nicchia, i circuiti laterali e una dichiarata insofferenza verso quei meccanismi editoriali che oggi lo stanno trasformando in oggetto di riscoperta. Labranca avrebbe probabilmente apprezzato moltissimo la battuta. Prima ti espellono dal salotto, poi ti dedicano un’edizione da salotto. La canonizzazione postuma ha questo piccolo inconveniente: arriva quando il canonizzato non può più mandarti educatamente a quel paese.

Ma chi era davvero Tommaso Labranca? La risposta più semplice sarebbe: un critico della cultura pop. Ed è anche la risposta più sbagliata, perché Labranca era molto più interessante di questa etichetta da quarta di copertina. Per certi versi ricordava Alberto Arbasino: stessa erudizione bulimica, stessa capacità di passare con disinvoltura dall’alto al bassissimo, stessa precisione quasi entomologica nel descrivere rituali, tic, linguaggi e rappresentazioni della società italiana. Ma dove Arbasino osservava l’Italia con l’occhio cosmopolita dell’intellettuale novecentesco, Labranca si infilava direttamente nel laboratorio della cultura di massa. Non la contemplava dall’alto, non la condannava per manifesta indegnità estetica: la sezionava.

Il suo grande oggetto era il trash, ma sarebbe riduttivo pensare al trash come alla semplice categoria del brutto. Labranca aveva capito che la cultura popolare è un sistema sofisticato di imitazioni, desideri, aspirazioni e fraintendimenti. È un laboratorio nel quale il kitsch non è necessariamente un incidente, ma può diventare il prodotto coerente di una società che vuole appropriarsi dei simboli del prestigio senza possederne tutti i codici.

Da qui il neokitsch, il camp, la citazione, l’imitazione, l’ostentazione. Labranca aveva un talento quasi criminale per individuare il momento esatto in cui un modello culturale viene riprodotto male e, proprio attraverso quel “male”, diventa qualcosa di nuovo. Non rideva semplicemente della signora che trasforma il proprio salotto in una Versailles di provincia. Voleva capire perché lo facesse e perché quella Versailles, agli occhi della proprietaria, fosse perfettamente riuscita. Il moralista ride dell’oggetto. L’analista cerca di capire il desiderio che lo ha prodotto. Labranca faceva entrambe le cose, con una precisione che rendeva spesso impossibile capire se stesse prendendo in giro il fenomeno, il suo pubblico o noi che lo stavamo leggendo.

Per questo il paragone con Pier Paolo Pasolini, che ogni tanto ricompare quando si parla di Labranca, è piuttosto fuorviante. I due condividono l’attenzione alla trasformazione antropologica dell’Italia e la volontà di prendere sul serio la cultura popolare, ma lo fanno da posizioni quasi opposte.

Pasolini aveva un rapporto tragico con la modernità. Nel suo sguardo c’era continuamente il fantasma di qualcosa che stava scomparendo: il mondo contadino, le culture popolari, una diversità antropologica che il consumismo avrebbe progressivamente cancellato. Labranca non aveva nessuna intenzione di piangere sull’Eden perduto. Non c’era per lui una mitologica Italia autentica da recuperare prima che la televisione la contaminasse. La televisione era già parte del paesaggio. E lui preferiva studiarla.

Questa differenza è essenziale. Pasolini giudicava spesso il presente a partire da un’idea di ciò che avrebbe dovuto essere; Labranca osservava ciò che era e cercava di capire quali regole interne lo governassero. Non aveva una pedagogia nazionale da somministrare in prima serata, né il bisogno di redimere il popolo attraverso l’editoriale del giorno. Poteva perfino permettersi il lusso, oggi quasi sovversivo, di trovare qualcosa di divertente nel cattivo gusto senza trasformarlo immediatamente in una questione morale.

È anche per questo che Labranca è rimasto difficile da assimilare. Non offriva una comoda appartenenza politica o culturale. Per una certa sinistra era troppo insofferente verso la pedagogia culturale e verso l’idea che ogni fenomeno popolare dovesse essere accompagnato dalla relativa spiegazione sociologica. Per una certa destra era altrettanto ingestibile: troppo sofisticato, troppo interessato all’estetica, ai codici camp e alle ambiguità del gusto, troppo poco disposto a trasformare ogni manifestazione della cultura popolare in una medaglia identitaria.

Era un libero battitore nel senso autentico del termine: non semplicemente “indipendente”, parola ormai buona per qualsiasi prodotto venduto con una fascetta color crema, ma privo di una tribù nella quale potesse essere comodamente sistemato. Non potevi leggerlo e poi dire: questo è uno dei nostri. Labranca tendeva a toglierti la sedia da sotto il sedere mentre eri ancora convinto di aver capito da che parte stesse.

Forse è proprio per questo che oggi la sua voce appare sorprendentemente attuale. Pensiamo, per esempio, alla recente polemica sulle parole di Stefano Bonaccini a proposito dei titoli di studio e del voto a destra. È facile immaginare Labranca davanti a questa piccola commedia italiana, intento a catalogarne i protagonisti.

Da una parte c’è una certa sinistra sedotta dall’idea che il proprio consenso dovrebbe essere una conseguenza naturale della superiorità culturale dei propri elettori. Se voti come me, evidentemente hai studiato. Se voti contro di me, evidentemente ti manca qualcosa: un titolo, una competenza, magari un master in scienze della democrazia applicata. È una forma di snobismo che si traveste da analisi sociologica e che produce una strategia comunicativa piuttosto brillante: perdi consenso e spieghi la perdita sostenendo che chi non ti vota è meno istruito. Un modo elegante per trasformare il problema in un difetto altrui.

La destra, naturalmente, raccoglie il regalo e lo restituisce sotto forma di orgoglio anti-intellettuale. Il titolo di studio diventa una colpa da esibire con fierezza; la distanza dall’università, una medaglia identitaria. Da entrambe le parti il pezzo di carta smette così di essere uno strumento e diventa un simbolo.

Labranca avrebbe probabilmente riconosciuto in questa dinamica un piccolo capolavoro di neokitsch politico: due schieramenti che si combattono utilizzando lo stesso feticcio. L’uno attribuisce al titolo di studio un valore quasi sacrale, l’altro lo trasforma nel simbolo della propria estraneità alle élite. Cambia il significato attribuito all’oggetto, non il meccanismo.

Ed è qui che la faccenda diventa davvero interessante. Un titolo di studio certifica un percorso di studio. Non certifica il buon senso, la capacità di ragionamento, la curiosità e tantomeno l’immunità dalla stupidità. L’università può offrirti strumenti straordinari; non può impedirti di essere un cretino con una laurea magistrale. Talvolta, anzi, può fornirti una terminologia sufficientemente raffinata per esserlo con maggiore sicurezza.

Naturalmente l’istruzione conta. Sarebbe sciocco sostenere il contrario. Ma proprio perché conta, è grottesco trasformarla in una gerarchia morale. Esistono persone colte senza laurea e laureati che sembrano aver trascorso gli anni universitari sviluppando soprattutto una relazione molto intima con il libretto degli esami. La cultura non è una pergamena e l’intelligenza non è una materia con trenta e lode.

La nuova antologia Mondadori arriva dunque in un momento interessante. Restituisce finalmente a Labranca una dimensione che gli è stata spesso negata: quella di autore. Non soltanto il critico del trash, non soltanto il personaggio eccentrico della cultura italiana, ma uno scrittore con una teoria della cultura, un linguaggio riconoscibile e una capacità di leggere la società di massa che oggi appare persino più preziosa.

Il rischio, però, è quello tipico delle riscoperta postume: trasformarlo in ciò che durante la sua vita non era. Un autore “cult”. Un intellettuale anticonformista. Una voce controcorrente da esibire come distintivo culturale da persone che vogliono sentirsi intelligenti citando qualcuno che prendeva in giro le persone intelligenti.

Sarebbe il destino peggiore possibile per Labranca: essere istituzionalizzato fino a diventare innocuo.

Immagino che avrebbe trovato irresistibile la scena. Lui che aveva passato una vita a smontare i meccanismi attraverso cui la cultura trasforma gli oggetti marginali in oggetti di culto, viene oggi trasformato in oggetto di culto dalla stessa macchina editoriale. Seicento pagine dopo, il sistema ha fatto esattamente ciò che Labranca avrebbe osservato con il suo microscopio.

Adesso manca soltanto la cosa più difficile: leggerlo davvero. Non per trovare conferme alle proprie idee, non per arruolarlo post mortem nella propria tribù e nemmeno per decretare che “aveva previsto tutto”. Leggerlo per farsi disturbare. Perché Labranca era interessante soprattutto quando impediva al lettore di sentirsi troppo intelligente.

E forse è questa la sua forma più autentica di classicità: non essere entrato finalmente nel pantheon della cultura italiana, ma continuare, anche da seicento pagine di distanza, a rendere leggermente ridicola la stanza in cui lo abbiamo messo.

(Margherita Nanni)

Prompt:

Intro: Mondadori ha da poco pubblicato Dal pop al popolo. Opere scelte, una monumentale antologia curata da Claudio Giunta nei Baobab Oscar. È un’operazione dal sapore quasi paradossale: la grande casa editrice mainstream consacra tra i propri "classici" un autore che ha passato gli ultimi anni di vita nell'autoproduzione, nel collezionismo di nicchia e nell'aperta insofferenza verso i meccanismi del mercato editoriale corporativo. Chissà come avrebbe sorriso del contrasto tra il suo auto-esilio da vivo e questa canonizzazione postuma da 600 pagine.

parte 1: Ma chi è stato davvero Tommaso Labranca? Per certi versi affine ad Alberto Arbasino per l'erudizione sconfinata, la precisione entomologica nel catalogare i rituali della provincia italiana e l'uso chirurgico del linguaggio, Labranca è stato il più acuto (e inascoltato) radiografo della società di massa. Se Arbasino analizzava l'Italia con lo sguardo cosmopolita del Gruppo 63, Labranca ne ha teorizzato il momentaneo splendore trash e il neokitsch, sdoganando la cultura pop senza mai cadere nella trappola di chi la giudica dall'alto.

parte 2: Accostarlo a figure come Pasolini, come pure qualcuno fa, significa prendere un abbaglio clamoroso. Laddove Pasolini era tragico, moralista, paternalista e privo di qualunque forma di umorismo nell'ideale nostalgia dell'Italia contadina, Labranca non rimpiangeva alcun Eden perduto. Da esteta rigoroso e ironico, analizzava il "basso" e l'artificio con complicità e distacco clinico, senza mai pretendere di rieducare il popolo o impartire lezioni di morale a mezzo stampa.

parte 3: È proprio questo suo essere un "libero battitore" ad averlo reso e mantenuto un autore radicalmente irrecevibile per il dibattito pubblico italiano. Inassimilabile dalla sinistra, che verso la cultura di massa ha sempre nutrito uno snobismo pedagogico e un'ansia da politically correct; irrecuperabile dalla destra, storicamente troppo rozza per maneggiare la complessità dei suoi codici camp ed estetici. Labranca non offriva appigli né tessere di appartenenza a nessuno, pagando questa indipendenza con l'isolamento.

parte 4: Possiamo solo immaginare come avrebbe smontato le recenti polemiche sulle frasi di Stefano Bonaccini relative ai titoli di studio e al voto di destra. Labranca vi avrebbe rintracciato un saggio perfetto di Neokitsch politico: da un lato la sinistra ossessionata dal curriculum che giustifica la perdita di consenso bollando l'elettorato come "ignorante"; dall'altro la destra che restruttura la contesa in un perfetto marketing elettorale, trasformando un deficit educativo in motivo di orgoglio e vittimismo identitario.

parte 5: Ma la vera stoccata labranchiana avrebbe colpito il feticcio del pezzo di carta nell'Italia contemporanea. Avrebbe notato che l'assurdità di fondo non sta in chi vota cosa, ma nella convinzione tutta accademica che un titolo di studio renda immunizzati dalla stupidità di massa. La nuova antologia Mondadori offre l'occasione per riscoprire un pensiero affilato e libero che rifiutava le etichette di comodo: la vera sfida, ora, è leggerlo davvero senza ridurlo a innocuo santino da scaffale.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.

assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. ; non usare elenchi nè righe di separazione, e non usare troppo della formula "e qui"

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