Abbiamo fatto finta di niente

L’AfD ha preso il 44 per cento in Sassonia-Anhalt. In Francia Le Pen sfiora l’Eliseo. In Italia Vannacci cresce nei sondaggi. Quasi un europeo su quattro vota ormai estrema destra. Sorpresi? Io no. Perché questa ondata non è caduta dal cielo: era già qui, davanti ai nostri occhi, e noi abbiamo fatto finta di niente.

Per anni chi provava ad avvertire che qualcosa stava cambiando veniva trattato come un paranoico, un nostalgico dell’antifascismo militante, quando andava bene. Quando andava male, come qualcuno che vede fascisti persino sotto il letto. Nel frattempo la destra radicale cresceva, si organizzava, cambiava linguaggio, imparava a sorridere davanti alle telecamere. E noi continuavamo a discutere se fosse davvero una minaccia oppure soltanto una destra un po’ più rumorosa del solito. Oggi abbiamo i numeri. Abbiamo busti di Mussolini che fanno capolino dalle istituzioni, generali che passano dalle caserme alla ribalta pubblica, partiti che hanno smesso di considerare l’estrema destra una parentesi imbarazzante e hanno cominciato a trattarla come una componente normale del paesaggio. Il problema, dunque, non era chi lanciava l’allarme. Eravamo noi che continuavamo a spegnerlo. Non serviva la veggenza. Bastava guardare.

Eppure abbiamo preferito raccontarci che tutto sarebbe rimasto confinato ai margini. Una volta passata la rabbia, dicevamo, la gente sarebbe tornata alla ragione. Come se la ragione fosse un autobus che passa a un’ora precisa e bastasse aspettare alla fermata. Nel frattempo qualcun altro si è messo a parlare. Uno dei fenomeni più curiosi di questa storia è quello che ormai viene definito rossobrunismo. Una parte della sinistra radicale ha progressivamente trasformato l’antimperialismo in un riflesso condizionato antioccidentale, arrivando a considerare Putin un argine all’egemonia americana, a minimizzare il peso delle componenti neonaziste russe, a giustificare qualsiasi cosa accada in nome della pace e a guardare all’Europa come se fosse il male assoluto. Poi arrivano gli immigrati, la paura del diverso, il degrado delle periferie, la guerra alla “società aperta”. E dietro ogni problema compaiono Bruxelles, Washington, la NATO o qualche oscura cabala globalista. A quel punto la musica cambia, ma il ritornello assomiglia terribilmente a quello della destra più estrema.

Da Wagenknecht a Rizzo, da Contropiano al Fatto Quotidiano, con tutte le differenze che sarebbe sciocco cancellare, il problema è una narrazione che finisce per fornire legittimazione a chi si trova dall’altra parte dello schieramento. Non perché tutti siano fascisti. Sarebbe una caricatura. Ma perché, quando si passa il tempo a demolire le stesse istituzioni, gli stessi valori e gli stessi avversari che combatte la destra radicale, prima o poi qualcuno potrebbe chiedersi quale sia esattamente la differenza. Il paradosso è quasi grottesco: ci si proclama nemici del capitalismo, dell’imperialismo, della destra e del fascismo e si finisce per fare da megafono a una parte di quella stessa destra. Il rosso diventa una mano di vernice. Sotto affiora il bruno.

Ma sarebbe troppo comodo attribuire tutto alla propaganda, ai social, ai russi o ai complottisti. L’ascesa dell’estrema destra racconta anche il fallimento di una parte della sinistra riformista. Per anni abbiamo commesso un errore elementare: confondere il rifiuto delle risposte della destra con il rifiuto dei problemi che la destra solleva. Immigrazione fuori controllo? “Islamofobia”. Degrado urbano? “Percezione”. Insicurezza? “Retorica della destra”. Servizi pubblici che non reggono? “Strumentalizzazione”. Nel frattempo la persona che torna a casa la sera e ha paura di attraversare una certa strada continua ad avere paura. Quella che aspetta mesi per una visita continua ad aspettare. Quella che non riesce a pagare l’affitto continua a fare i conti. E quella che vede il proprio quartiere cambiare senza capire in quale direzione continua a chiedersi che cosa stia succedendo.

La destra ha capito una cosa semplice: le paure, anche quando vengono manipolate, restano paure. L’AfD offre risposte brutali, semplicistiche, estremiste e spesso false. Ma risposte. Indica un colpevole, promette una soluzione, restituisce a chi ascolta la sensazione di avere finalmente trovato qualcuno disposto a prendere sul serio la propria rabbia. Qui sta l’errore da correggere. Riconoscere un problema non significa accettare la spiegazione che ne dà la destra. Se un quartiere è degradato, lo si può dire senza diventare razzisti. Se l’immigrazione crea problemi di gestione, si può pretendere che lo Stato li affronti senza trasformare gli immigrati in capri espiatori. Se la criminalità aumenta in una zona, la sicurezza resta un diritto anche per chi vive nelle periferie più povere. La differenza sta nella risposta. La destra dice: il problema sono gli immigrati. La sinistra dovrebbe dire: il problema esiste, vediamo come affrontarlo senza scaricarlo sulle persone più vulnerabili. È una distinzione semplice. Talmente semplice che siamo riusciti a perderla.

Davanti all’avanzata dell’estrema destra restano due tentazioni, entrambe pericolose. La prima è aspettare che si facciano male da soli: “Li vedrete governare, poi la realtà presenterà il conto”. Peccato che nel frattempo governino. Chi governa modifica le leggi, occupa le istituzioni, costruisce consenso, cambia il linguaggio pubblico. La democrazia non è un videogioco nel quale, quando il cattivo perde abbastanza punti, si torna automaticamente al livello precedente. La seconda tentazione è inseguirli sul loro terreno: più durezza sull’immigrazione, più slogan sulla sicurezza, più ordine, un linguaggio sempre più simile con una faccia appena più rassicurante. È la grande illusione della copia moderata. Tra una copia imbarazzata e l’originale, quasi sempre vince l’originale. Se accetti che il problema venga raccontato nei termini dell’estrema destra, hai già ceduto una parte decisiva della partita. Il migrante diventa il problema, la repressione l’unica risposta alla sicurezza, i diritti un lusso e la complessità una debolezza. A quel punto resta soltanto da decidere chi interpreterà meglio la parte del duro. E perché mai l’elettore dovrebbe scegliere l’imitazione quando può avere l’originale?

Uscire da questa situazione sarà molto più difficile che prevederla. Bisogna cominciare da una cosa che per una parte della sinistra sembra quasi rivoluzionaria: ammettere che alcuni problemi esistono. I salari sono troppo bassi. Le case costano troppo. I servizi funzionano male. In molte periferie lo Stato è percepito come assente. L’integrazione può fallire. La criminalità esiste. La sicurezza è un diritto. L’immigrazione va governata, perché uno Stato che non governa i propri flussi finisce per scaricare il peso delle proprie incapacità proprio sulle persone più fragili. Tutto questo può essere detto senza diventare Vannacci. Anzi, va detto proprio per impedire che Vannacci diventi la risposta.

Servono soluzioni concrete e credibili: case, salari, trasporti, sanità, scuola, periferie, integrazione, sicurezza. Non l’ennesima stagione di buone intenzioni accompagnate da conferenze stampa in cui tutti spiegano quanto sia importante “ripartire dai territori”. E serve una linea netta. L’estrema destra non va normalizzata perché prende molti voti. Non va considerata un interlocutore come un altro soltanto perché ha imparato le buone maniere televisive. Non va corteggiata in nome del pragmatismo.

Perché il fascismo del XXI secolo, ammesso che voglia ancora chiamarsi così, probabilmente non arriverà in camicia nera. Avrà un completo ben tagliato. Sorriderà alle telecamere. Parlerà di libertà. Prometterà di liberarci dalla dittatura dei diritti, dalla tirannia delle regole, dall’invadenza delle istituzioni, dai vincoli europei e magari anche dalla fatica di pensare. Il problema non sarà riconoscerlo dalla divisa. Sarà riconoscerlo mentre ci sorride.

Per questo l’antifascismo non può ridursi alla celebrazione rituale del 25 aprile o alla fotografia davanti a una lapide. Deve diventare difesa concreta della democrazia, delle istituzioni, dello Stato di diritto, della libertà di stampa, della dignità delle minoranze. Ma deve anche tornare a occuparsi della vita quotidiana. Perché la democrazia si difende nelle aule parlamentari, certo, ma anche in un pronto soccorso che funziona, in una scuola che non cade a pezzi, in un salario che consente di vivere, in una casa che non divora metà dello stipendio, in un quartiere nel quale una persona anziana possa uscire di sera senza sentirsi abbandonata. La sinistra dovrebbe tornare a parlare di tutto questo con la stessa forza con cui parla dei propri valori. Perché i valori, se non riescono a entrare nella vita delle persone, diventano decorazione.

L’estrema destra era già qui. Noi abbiamo passato anni a discutere se fosse davvero così, mentre lei cresceva. Adesso almeno abbiamo smesso di poter fingere di non vederla. Resta da capire se avremo finalmente il coraggio di guardarla negli occhi senza diventare come lei.

(Roberto De Santis)

Prompt:

Intro: L’AfD ha preso il 44% in Sassonia-Anhalt. In Francia Le Pen sfiora l’Eliseo. In Italia Vannacci cresce nei sondaggi. Quasi un europeo su quattro vota ormai estrema destra. Sorpresi? Io no. Perché questa ondata non è caduta dal cielo: era già qui, davanti ai nostri occhi, e noi abbiamo fatto finta di niente.

parte 1: Per anni, chi segnalava il pericolo è stato tacciato di essere paranoico. Oggi abbiamo i numeri, i busti del Duce in Senato e un generale fascista in rampa di lancio. Il problema non era l'allarme, ma la nostra sordità. Non serviva la veggenza, bastava guardare.

parte 2: Eppure c'è un Cavallo di Troia che pochi vogliono vedere: il cosiddetto rossobrunismo. Presunti sinistri che, in nome della pace e dell'antimperialismo, legittimano Putin, minimizzano le SS, scaricano sui migranti ogni paura e combattono l'Europa più della destra. Da Wagenknecht a Rizzo, da Contropiano al Fatto Quotidiano: sono i portatori d'acqua dell'estrema destra. Del rosso hanno solo il travestimento. Sotto è rimasto il bruno.

parte 3: la sinistra riformista, nel frattempo, ha negato problemi reali: migrazioni senza governo, degrado urbano, insicurezza, servizi in affanno. Tutto liquidato come islamofobia o razzismo. L’AfD, invece, offriva risposte – brutali, estremiste, ma risposte. La gente, stanca di essere presa per stupida, ha votato chi parlava alle sue paure, non chi le derubricava a pregiudizio. Il successo della destra è anche il fallimento di chi ha smesso di ascoltare.

parte 4: Attenzione a due mosse suicide. La prima: stare a guardare, sperando che si auto-screditino. Una volta al potere, cambiano le leggi e si blindano. La seconda: inseguirli sul loro terreno, adottando lo stesso linguaggio su migranti e sicurezza. Così si legittima la loro narrazione. E tra la copia imbarazzata e l'originale, gli elettori scelgono sempre l'originale.

parte 5: Uscirne sarà difficile. Ma per prima cosa bisogna riconoscere che i problemi esistono – salari, casa, servizi, sicurezza – e offrire soluzioni concrete e credibili, senza cedere al razzismo. Lasciare a Vannacci, Le Pen e AfD i loro capri espiatori. E tracciare un confine netto: nessuna alleanza, nessuna normalizzazione, nessun "pragmatismo" che apra la porta. Oggi il fascismo non arriva in camicia nera: arriva in giacca, sorride in tv e promette di liberarci dai diritti. Per fermarlo serve tornare radicali sulla democrazia e concreti sulla vita delle persone.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.

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