
Emma Bonino è morta.
La frase è breve, quasi sgarbata nella sua semplicità. E forse è giusto così. Emma, del resto, non è mai stata una donna amante dei fronzoli, delle circonlocuzioni, dei sentimenti esibiti in confezione regalo. Persino quando parlava di cose enormi aveva il modo di chi sembra voler dire: bene, abbiamo capito che il problema è enorme, adesso vediamo di fare qualcosa.
È morta a Roma, a 78 anni, dopo una storia cominciata negli anni Settanta e diventata una delle vicende più singolari della Repubblica. Una storia fatta di diritti civili, femminismo, europeismo, disobbedienza civile, scioperi della fame, arresti, Parlamento italiano ed europeo, Commissione europea, ministeri. E naturalmente di Marco Pannella, con il quale ha condiviso una parte sterminata della propria vita. Il problema, adesso, è che ci mancherà Emma Bonino anche per una ragione meno nobile e più prosaica: era una delle poche persone che potevano ancora permettersi di dire certe cose senza dover prima consultare l’ufficio comunicazione. E questo, nella politica italiana contemporanea, è quasi un talento soprannaturale.
Bonino apparteneva a una generazione nella quale le convinzioni venivano messe alla prova nella realtà. Non bastava dichiararsi favorevoli ai diritti delle donne: si organizzavano consultori, si praticava la disobbedienza civile, ci si autodenunciava per procurato aborto. Non bastava parlare di diritti umani: si partiva per andare dove quei diritti venivano calpestati, anche con la ragionevole possibilità di finire in prigione. Non bastava proclamarsi europeisti: si passavano anni nelle istituzioni europee cercando di trasformare quell’idea in qualcosa di concreto. Era un modo di fare politica spesso minoritario, talvolta irritante, spesso scomodo. Ma aveva una caratteristica che oggi sembra diventata esotica: prendeva sul serio le proprie idee.
Questo è probabilmente il punto più importante della sua eredità. Bonino ha contribuito a spostare il perimetro di ciò che nella società italiana era considerato discutibile, possibile, perfino normale. L’aborto, i diritti civili, la laicità dello Stato, la pena di morte, la condizione delle donne, l’integrazione europea, la libertà individuale: molte questioni oggi trattate come componenti ordinarie del dibattito pubblico sono passate anche attraverso persone che, quando ne parlavano, sembravano eccentriche, estremiste o semplicemente rompiscatole.
Poi, naturalmente, Bonino è diventata un’istituzione. E le istituzioni hanno la curiosa abitudine di trasformare i rivoluzionari di ieri nei commemorati illustri di oggi. Lo abbiamo visto anche negli ultimi anni. Emma Bonino era ancora ascoltata, rispettata, invitata, corteggiata, ma il suo peso elettorale e quello della sua area erano diventati molto più piccoli rispetto alla sua statura storica. +Europa non ha mai rappresentato una forza capace di occupare il centro della scena italiana. La stessa Bonino, pur rimanendo una voce autorevole, era ormai una figura quasi testamentaria di quella tradizione radicale che aveva avuto in lei e in Pannella i suoi due grandi interpreti.
Ed è arrivata la parte più malinconica della storia. Pannella è morto nel 2016 e ora è morta Bonino. Con loro scompare anche qualcosa che va oltre due persone: una scuola. Non una scuola con un programma organico, una tessera, un manuale e una sede aperta dalle nove alle diciotto. Piuttosto un modo di intendere la cosa pubblica: individualismo, laicità, diritti civili, europeismo, disobbedienza civile, attenzione quasi ossessiva per le libertà personali. Un insieme di idee che spesso entravano in conflitto con la sinistra, con la destra e persino fra loro.
Il problema è che i veri eredi sono difficili da trovare. E non perché l’Italia sia rimasta senza persone intelligenti. Ne abbiamo parecchie. Alcune, anzi, vengono utilizzate con grande parsimonia, quasi fossero posate d’argento da tirare fuori soltanto a Natale. Il punto è un altro: una personalità come quella di Bonino non si eredita semplicemente occupandone il posto. Non basta prendere il megafono e pronunciare le parole “diritti”, “Europa” e “libertà” ogni tre minuti. Bonino e Pannella avevano una cosa piuttosto rara: erano disposti a pagare personalmente il prezzo delle proprie idee. Le convinzioni si possono copiare; il carattere, purtroppo, viene venduto separatamente.
Io Emma Bonino l’ho conosciuta quando ero molto giovane, e questa è la parte della sua storia che sento più mia. La incontrai in quegli anni in cui la politica non era ancora un’opinione da esibire, ma qualcosa che poteva chiederti tempo, fatica, discussioni interminabili, volantini, riunioni, qualche litigio e parecchia pazienza. Io ero giovane abbastanza da avere ancora bisogno di figure che mi aiutassero a capire che tipo di persona avrei voluto essere. Emma, senza mai atteggiarsi a maestra, fu una di quelle figure.
Ricordo soprattutto la sensazione che mi faceva quando la ascoltavo. Aveva un modo di parlare che metteva immediatamente le cose in ordine. Non necessariamente nel modo in cui le avresti messe tu, e questo era parte del suo fascino. Potevi essere arrivata a una riunione con una convinzione molto solida e uscirne con la sensazione che quella convinzione avesse bisogno, come minimo, di una revisione. Emma aveva questa capacità un po’ irritante e molto preziosa di costringerti a pensare un passo più avanti.
Mi colpiva anche il suo rapporto con le parole. Non aveva bisogno di renderle belle. Le bastava renderle precise. “Libertà”, per lei, non era una parola da comizio: significava poter decidere della propria vita. “Diritti” significava che qualcuno, in carne e ossa, avrebbe potuto vivere un po’ meglio o un po’ più liberamente grazie a quella battaglia. “Europa” non era una bandierina azzurra da mettere sul tavolo durante le celebrazioni: era un progetto nel quale valeva la pena sporcarsi le mani.
Io questa concretezza me la sono portata dietro. Anche quando ho smesso di avere l’età e la pazienza per le riunioni, qualcosa di quel modo di ragionare è rimasto. Soprattutto l’idea che una battaglia abbia senso quando riesce a uscire dalla retorica e ad arrivare alla vita delle persone. È una lezione che continuo a considerare preziosa, forse ancora più oggi, in un’epoca nella quale abbiamo trasformato ogni convinzione in un’identità da difendere e ogni dissenso in un piccolo processo penale.
E poi c’era Emma, semplicemente. Quella donna lì, con il suo carattere.
La ricordo brusca. Aveva poca pazienza per le sciocchezze e ancora meno per chi cercava di impressionarla. Poteva essere secca, persino tagliente. Aveva quella maniera molto piemontese di ascoltarti fino a un certo punto e poi farti capire, con una sola occhiata, che avevi già avuto più spazio del necessario. Non era una donna costruita per piacere a tutti. Per fortuna, aggiungerei.
Eppure era simpatica. Molto. Aveva un umorismo asciutto, spesso inatteso, e una capacità di prendere in giro l’assurdità delle situazioni senza bisogno di trasformare tutto in una gag. Ricordo soprattutto questo contrasto: la durezza delle battaglie e, insieme, una certa leggerezza personale. Emma poteva parlare di una questione drammatica e, un attimo dopo, trovare il modo di sgonfiare la solennità della stanza con una battuta. Era probabilmente uno dei suoi sistemi di sopravvivenza.
Anche per questo faccio fatica a pensarla attraverso le formule dei necrologi. “Una grande donna”, “un gigante della politica”, “una figura irripetibile”. Tutto vero, probabilmente. Ma Emma, se fosse stata lì, avrebbe avuto certamente qualcosa da ridire sulla quantità di aggettivi. La immagino mentre ascolta il coro delle celebrazioni con quell’aria un po’ perplessa e, dopo qualche minuto, lascia cadere una frase secca che rimette tutti con i piedi per terra.
È questa l’Emma che vorrei ricordare: una donna molto seria sulle cose che contavano e sorprendentemente poco seria sulla propria importanza. Una donna che sapeva essere dura senza diventare cinica, che poteva essere brusca senza essere cattiva, che aveva idee radicali senza trasformare ogni conversazione in una prova di purezza ideologica. Una donna capace di stare in minoranza per anni senza confondere la minoranza con il martirio.
Per me, poi, c’è qualcosa di ancora più semplice. Emma appartiene alla mia giovinezza. A quel periodo della vita in cui incontri persone che magari non vedrai per sempre, ma che finiscono per accompagnarti molto più a lungo di quanto immagini. Alcune ti lasciano una frase, altre un gesto, altre ancora un modo di guardare le cose. Emma mi ha lasciato soprattutto questo: la convinzione che la libertà vada presa sul serio, ma che per difenderla servano anche ironia, ostinazione e una certa allergia alla retorica.
Forse è per questo che oggi mi dispiace così tanto. Perché insieme a Emma se ne va una persona che apparteneva alla storia del Paese, certo, ma anche una persona che appartiene alla mia storia personale. E questa seconda perdita, quella privata, ha un peso che nessun curriculum può spiegare.
Adesso resta la sua eredità. Restano le leggi, le battaglie vinte, quelle perse, le istituzioni attraversate, le idee diventate patrimonio comune e quelle rimaste minoritarie. Resta soprattutto il ricordo di una donna che ha avuto il raro privilegio di vedere alcune delle sue battaglie diventare normalità. Ma resta anche un vuoto.
E questo vuoto, a differenza di molti altri, non verrà colmato con una commemorazione, un minuto di silenzio o una fotografia in bianco e nero. Per riempirlo servirebbe qualcuno disposto a fare quello che faceva Emma: avere un’idea, crederci abbastanza da esporsi personalmente e poi lavorare per anni affinché quella che sembrava un’idea stravagante smettesse semplicemente di esserlo.
Di questi tempi sarebbe già una discreta rivoluzione.
(Luisa Bianchi)
Prompt:
Intro: Emma Bonino è morta.
parte 1: la sua importanza, la sua eredità, il ruolo ormai marginale che occupava, l'assenza di eredi lasciata da lei e da Marco Pannella.
parte 2: una figura davvero importante che ha segnato la tua vita.
parte 3: la ricordi come brusca, poco incline ai sentimentalismi, molto piemontese e molto simpatica.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito.
Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo. Non usare la domanda retorica. Usa il meno possibile la formula "non... non... non...". Usa il meno possibile "E qui". Non dare titoli ai paragrafi. Non esagerare con gli a capo, l'articolo deve avere un formato leggibile.
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