
Ho letto il discorso di António Guterres all’ONU e, subito dopo, quello di Donald Trump. È stata un’esperienza quasi didattica. Da una parte il tentativo di parlare del mondo come di qualcosa di infinitamente più complicato dell’ego di chi lo governa; dall’altra una concezione della politica internazionale che sembra uscita da una riunione condominiale, purché nel condominio ci siano portaerei, dazi, miliardari e qualche missile. Due discorsi, due idee del ruolo del potere, due modi di guardare a un pianeta che, nel frattempo, continua tranquillamente a bruciare mentre noi discutiamo di chi abbia il microfono più grosso.
Guterres parte da una constatazione che dovrebbe essere banale e invece, nell’epoca dei leader trasformati in marchi personali, assume quasi il carattere di una provocazione: il potere si sta concentrando sempre più nelle mani di poche corporation e di un numero ristretto di individui privati. Non è più soltanto una questione di governi. L’influenza attraversa economia, informazione, tecnologia, spazio pubblico e persino lo spazio fisico oltre il nostro pianeta. Abbiamo creato soggetti privati con capacità che fino a pochi decenni fa sarebbero sembrate fantascienza e poi ci siamo accorti, con l’aria sorpresa di chi scopre che l’acqua bagna, che forse sarebbe il caso di stabilire qualche regola.
Per secoli abbiamo avuto paura del Leviatano statale. Abbiamo scritto costituzioni, separato i poteri, costruito parlamenti e organizzazioni internazionali proprio perché avevamo capito che una forza senza contrappesi tende a diventare arbitrio. Poi sono arrivati colossi tecnologici, patrimoni privati giganteschi e piattaforme capaci di determinare il modo in cui miliardi di persone comunicano, acquistano, si informano e litigano con perfetti sconosciuti. E abbiamo deciso di chiamare tutto questo “innovazione”, che è un modo elegante per evitare domande sgradevoli.
Nel frattempo il vecchio Stato-nazione è rimasto lì, con il suo Parlamento, il suo ministero, il suo comunicato stampa e il suo ministro che promette di “monitorare la situazione”. Un po’ come mandare un vigile urbano con il blocchetto delle multe a dirigere il traffico di un aeroporto internazionale.
Secondo Guterres, davanti a noi ci sono due strade. La prima è la frammentazione: sfiducia, mercati spezzati, istituzioni indebolite, competizione permanente e la grande filosofia contemporanea del “prima io”. È una dottrina molto semplice e proprio per questo molto popolare. Il problema è che viviamo sullo stesso pianeta, compriamo le stesse materie prime, respiriamo la stessa atmosfera e abbiamo costruito economie talmente interdipendenti che una crisi dall’altra parte del mondo può arrivare sul nostro tavolo prima ancora del caffè.
L’alternativa è quella che Guterres definisce una “multipolarità di rete”: più centri di influenza, più interessi, più potenze, ma dentro una cornice comune di diritto internazionale e regole condivise. Sembra persino noioso. Non ci sono superuomini, nemici assoluti o bisogno di fotografarsi davanti a una bandiera annunciando che “da oggi tutto cambierà”. Richiede soltanto una cosa terribilmente impopolare: riconoscere che anche gli altri esistono.
È una richiesta esigente per un’epoca innamorata del leader che entra nella stanza e risolve tutto da solo. Abbiamo trasformato la politica in una specie di cinema Marvel e poi ci lamentiamo se il mondo reale non segue la sceneggiatura. Gli uomini forti hanno un vantaggio narrativo formidabile: non devono spiegare la complessità. La prendono, la semplificano, la mettono in una frase di otto parole e aspettano l’applauso.
Il mondo, purtroppo, ha la pessima abitudine di non collaborare.
Guterres ricorda infatti che anche le superpotenze hanno dei limiti. Ucraina, Iran, Medio Oriente, Gaza, Cisgiordania, Sudan, Myanmar: una lunga successione di guerre, violenze e distruzioni, con i civili relegati quasi sempre alla parte meno interessante della fotografia. Gli strateghi discutono di confini, deterrenza, sfere d’influenza e obiettivi militari. Poi, da qualche parte, una famiglia perde la casa. Un bambino perde un genitore. Una donna raccoglie quello che resta della propria vita dentro una borsa. Quella parte della storia, curiosamente, occupa molto meno spazio nei briefing.
Naturalmente gli Stati hanno interessi, minacce da affrontare e, in determinate circostanze, il diritto di difendersi. Ma il diritto internazionale diventa poco più di una decorazione se viene invocato soltanto quando torna utile. È facile essere un fervente sostenitore delle regole quando proteggono noi; il test arriva quando impongono un limite a ciò che vorremmo fare. A quel punto compaiono improvvisamente “circostanze eccezionali”, “interessi vitali”, “necessità strategiche” e soprattutto quella categoria meravigliosamente elastica chiamata “sicurezza nazionale”, capace di entrare praticamente dappertutto.
Se il diritto internazionale fosse una porta, certe potenze avrebbero passato gli ultimi decenni a spiegare perché il cartello “vietato entrare” significhi in realtà “entrata consentita previo adeguato interesse nazionale”.
Poi Guterres parla delle donne. Donne e ragazze continuano a subire discriminazioni, violenze, esclusioni e abusi; in molte guerre i loro corpi diventano strumenti attraverso i quali esercitare il potere sul nemico. In altre società, più rispettabili nelle fotografie ufficiali, vengono private della libertà, dell’istruzione, dell’autonomia economica o della possibilità di decidere della propria vita.
Abbiamo costruito una civiltà capace di mandare satelliti nello spazio e, contemporaneamente, ci sono uomini convinti che una donna debba chiedere il permesso per studiare. È una delle contraddizioni più straordinarie della nostra specie. Possiamo far atterrare una sonda su un altro pianeta, ma davanti alla libertà di una ragazza improvvisamente diventiamo medievali. Per alcune cose siamo il XXI secolo; per altre sembriamo aver perso la password.
Quando le donne possono studiare, lavorare, scegliere, parlare e partecipare alla vita pubblica senza essere subordinate alla volontà altrui, cambia l’intera società. Non perché esista una misteriosa virtù femminile capace di redimere l’umanità, altra scorciatoia da lasciare ai poster motivazionali, ma perché escludere sistematicamente una parte della popolazione significa sprecare talento, lavoro, intelligenza e creatività. È una questione di diritti, ma anche di buon senso.
Alla fine, però, tutto torna alla domanda da cui il discorso era partito: chi esercita il potere e secondo quali limiti? Il problema del nostro tempo riguarda governi e Stati, ma anche piattaforme tecnologiche, grandi imprese, patrimoni privati e tutti quei centri di influenza che possono incidere sulla vita collettiva senza essere stati scelti da nessuno. Cambiano gli strumenti, ma la tentazione resta antica: convincersi che ciò che è possibile fare sia, per questo solo motivo, legittimo.
L’ONU nacque dopo una guerra mondiale perché qualcuno aveva finalmente capito che affidare il destino dell’umanità ai rapporti di forza era un esperimento già provato, con risultati piuttosto mediocri. Oggi il problema è diventato più complicato: i centri di potere sono aumentati, i confini tra Stato, mercato, tecnologia e informazione sono diventati meno netti e la capacità di produrre conseguenze globali si è diffusa ben oltre i governi.
La risposta non può essere la nostalgia di un mondo in cui esisteva un unico padrone del cortile. Il punto dovrebbe essere esattamente l’opposto: costruire un mondo nel quale nessuno possa considerare il pianeta il proprio cortile.
È una prospettiva poco spettacolare. Non produce slogan memorabili, non offre un nemico assoluto da indicare alla folla e richiede compromessi, istituzioni e quella fastidiosa abitudine chiamata responsabilità. Non regala il brivido del leader che promette di “riprendere il controllo”. Chiede qualcosa di più difficile: accettare che il potere, proprio perché necessario, debba avere dei limiti.
Perché il mondo può essere governato dalla legge oppure dalla forza. La seconda soluzione ha un vantaggio evidente: è molto più semplice da capire. Vince chi è più forte. Peccato che, nella storia dell’umanità, prima o poi arrivi sempre qualcuno ancora più forte.
La civiltà dovrebbe servire precisamente a evitare di dover ricominciare ogni volta da questo punto.
(Giancarlo Salvetti)
Prompt:
Assumi la personalità di Giancarlo Salvetti. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito. Non cercare sul web
[VINCOLI DI SCRITTURA]
- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo. Non spezzettare in brevi frasi.
- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico" e "politico". Non abusare di "E qui" e "Ed è qui che"
- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".
- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.
[SCALETTA E CONTENUTI]:
Ho letto il discorso di Guterres all’ONU e mi ha colpito per il contrasto con quello di Trump. Da una parte la piccolezza, dall’altra la statura di un vero leader globale in un’era drammatica per tutta l’umanità.
Guterres ha lanciato un allarme chiaro: il potere sta passando dai governi a poche corporation e a pochi individui privati. E questo potere ormai tocca politica, economia, informazione, tecnologia e spazio civico. Proprio mentre le minacce si moltiplicano, i nostri strumenti di azione collettiva sono sempre più sotto pressione.
Davanti a noi ci sono due strade. O la frammentazione, fatta di sfiducia, mercati spezzati, istituzioni indebolite e logiche a somma zero. Oppure una “multipolarità di rete”: un mondo interdipendente, con più centri di influenza dentro un quadro comune di diritto internazionale e regole condivise. Io scelgo la seconda.
Ha ricordato che anche le superpotenze stanno scoprendo di avere dei limiti. Ucraina, Iran, Medio Oriente, Gaza, Cisgiordania, Sudan, Myanmar: troppe guerre, troppe violenze, troppe vittime civili. Non possiamo accettare che la forza decida quali vite, quali diritti e quale futuro contano.
Poi ha parlato della disuguaglianza più universale: quella tra uomini e donne. Donne e ragazze continuano a subire discriminazioni, violenze, esclusioni e abusi. I loro diritti vengono calpestati, le loro voci silenziate, i loro corpi trasformati in campi di battaglia. Ma quando le donne sono libere, le società sono più resilienti. L’uguaglianza non è un sogno: è una decisione.
Alla fine la domanda è una sola: il potere sarà esercitato attraverso la legge o al di fuori di essa? L’ONU è nata come atto di sfida contro la paura e contro l’idea che la forza crei il diritto. Oggi tocca a noi scegliere da che parte stare.
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