La rabbia divora le proprie ragioni

Davanti agli scontri di Milano, Bologna e altre città italiane, dopo quelli visti in Francia, il dibattito riparte con il solito copione: da una parte chi liquida tutto come teppismo, dall’altra chi trasforma ogni vetrina sfasciata in un grido di dolore. Gli uni scambiano la condanna per un’analisi, gli altri l’analisi per un’assoluzione. Ma la questione decisiva è un’altra: come fa una protesta nata da un disagio reale a perdere di vista i propri obiettivi, fino a diventare controproducente e facilmente strumentalizzabile?

Gustave Le Bon aveva intuito già nell’Ottocento come la folla possa attenuare il senso di responsabilità individuale e trasformare il contagio emotivo in comportamento collettivo. Il gesto che da soli non si compirebbe diventa accettabile quando lo compiono tutti. L’eccitazione cresce, l’emulazione prende il sopravvento e la distruzione finisce per sostituire la rivendicazione. Non conta più che cosa si vuole ottenere: conta esserci, colpire, farsi vedere. La rabbia, da mezzo per cambiare le cose, diventa un fine in sé.

«Sono un ribelle, mamma», cantavano gli Skiantos. Oggi qualcuno sembra aver aggiornato la formula: cassonetto in fiamme, video virale e rivoluzione fatta. Peccato che il giorno dopo il potere sia ancora al suo posto, i problemi restino e i danni li paghi qualcun altro. «Dateci qualcosa o spacchiamo tutto» è un ricatto, non una proposta. Cambiare le cose richiede obiettivi, alleanze, organizzazione e la fatica di sostenere una battaglia nel tempo. È un lavoro meno spettacolare, ma almeno può produrre risultati.

Il problema, naturalmente, non è la protesta in sé. Manifestare è un diritto fondamentale, anche quando disturba e mette in imbarazzo chi governa. Ma aggredire, devastare e mettere a rischio l’incolumità altrui significa colpire persone spesso estranee alle ingiustizie denunciate. E significa anche regalare agli avversari gli argomenti migliori per delegittimare le rivendicazioni. La comprensione delle cause non implica l’assoluzione di chi commette reati; la condanna dei reati non autorizza a ignorare le cause del malessere.

Oggi, inoltre, la protesta non finisce quando la piazza si svuota. Gli scontri diventano filmati, i filmati circolano sui social e gli algoritmi privilegiano spesso le immagini capaci di suscitare indignazione e paura. Una rivendicazione complessa lascia il posto a pochi secondi di devastazione, buoni per dimostrare che tutti i manifestanti sono criminali oppure che ogni gesto estremo è una legittima ribellione. Ciascuno trova conferma delle proprie convinzioni, mentre il contesto scompare. La piazza produce lo spettacolo, le piattaforme lo amplificano: la protesta viene separata dalle ragioni che l’avevano portata in strada e diventa materiale per uno scontro permanente.

Questo meccanismo può essere sfruttato anche nella guerra ibrida. Chi conduce operazioni di influenza non deve necessariamente creare un conflitto: può amplificare tensioni esistenti, diffondere contenuti manipolati e alimentare la sfiducia reciproca. Non significa che dietro ogni disordine ci sia una regia straniera. Significa che una società già divisa offre a chi vuole destabilizzarla un terreno favorevole.

Quelle fratture, del resto, hanno anche responsabilità interne. Se le istituzioni rispondono con promesse rinviate, formule burocratiche e interventi insufficienti, la fiducia negli strumenti di partecipazione si consuma. La repressione può essere necessaria davanti a reati concreti, ma non sostituisce una risposta alle cause della rabbia. Chi invoca soltanto l’ordine pubblico confonde il silenzio con la soluzione; chi giustifica qualsiasi eccesso in nome del disagio confonde la comprensione con l’impunità.

La sinistra dovrebbe saper tenere insieme queste due esigenze. Non può limitarsi alla condanna rituale per rassicurare i benpensanti, ma nemmeno concedere un’assoluzione preventiva a chiunque agisca in nome di una causa condivisibile. Difendere i diritti sociali significa anche tutelare chi subisce le aggressioni e chi si vede distruggere il negozio. Soprattutto, significa costruire organizzazioni, sindacati e rappresentanze capaci di trasformare la rabbia in richieste precise e battaglie durature. Senza questo lavoro, la piazza resta esposta a chi sa accendere gli animi ma non ha nulla da costruire.

La questione, dunque, non è scegliere tra ordine e giustizia. È impedire che il dissenso perda la propria direzione e diventi uno spettacolo autoreferenziale, utile agli avversari e sfruttabile da chi prospera sulle divisioni. Una rabbia organizzata può cambiare la realtà; una rabbia che si consuma nella propria rappresentazione finisce per rafforzare ciò che voleva combattere. Dopo aver rotto tutto, si rischia di scoprire di aver fatto esattamente il gioco di chi non voleva cambiare niente.

(Roberto De Santis)

Prompt:

1: Quello che è successo a Milano, Bologna e in altre città italiane — e prima in Francia — non si spiega solo con “ragazzi delinquenti” né solo con “rabbia sociale”. La domanda vera è un’altra: come mai un disagio reale può trasformarsi in violenza di massa, perdendo le ragioni per cui era nato? Se non partiamo da qui, continueremo a scegliere tra condanna e giustificazione, senza capire nulla.

2: Gustave Le Bon lo aveva descritto bene: nella folla l’individuo perde senso di responsabilità, si sente potente perché è “numero”, si contagia emotivamente e diventa suggestionabile. Non è semplice somma di persone: è un organismo provvisorio che agisce per istinto, immagini e parole d’ordine. Il ragazzo che da solo non spaccherebbe una vetrina, nella massa può farlo. Non per caso: per regressione psicologica collettiva.

3: Manifestare è un diritto fondamentale. Una protesta può essere dura, rumorosa, scomoda, persino feroce nelle parole. Ma c’è una differenza sostanziale tra alzare la voce e alzare le mani. Quando si aggredisce, si devasta, si mette a rischio l’incolumità, si supera un limite che nessuna rivendicazione può giustificare. E la violenza va condannata da qualunque parte provenga. Sempre. Fai una battuta o un paragone che utilizzi "Sono un ribelle, mamma" degli Skiantos.

4: C’è però un secondo problema: troppo spesso la protesta resta performativa. Si scende in piazza, si fa rumore, si sfida la polizia, ma manca proposta, organizzazione, capacità di costruire un’alternativa. “Dateci qualcosa o spacchiamo tutto” non è politica: è ricatto. La massa distrugge perché è la cosa più facile, ma senza progetto e senza simboli nuovi non diventa contropotere: resta sfogo. E il disagio, reale, resta senza rappresentanza.

5: Oggi contagio e suggestionabilità sono moltiplicati dai social: algoritmi che premiano estremismo e polarizzazione trasformano rabbia virtuale in scontro fisico. A questo si aggiungono, storicamente, le “misure attive” della guerra ibrida: disinformazione, troll, bot, mirroring, operazioni sotto falsa bandiera. Non tutto è manipolazione — il disagio è reale — ma chi vuole destabilizzare le democrazie sfrutta le fratture esistenti. La folla è il carburante; la manipolazione è l’accelerante.

6: La linea comune è questa: il disagio va riconosciuto, la violenza va condannata, il dissenso va organizzato. Condannare la violenza non significa delegittimare chi manifesta; difendere il diritto di protesta non significa giustificare ogni comportamento. Una democrazia matura non ha paura delle proteste dure: ha bisogno di trasformare la “folla” in “pubblico”, la rabbia in domanda politica, la piazza in proposta. Altrimenti restano solo macerie, immagini e propaganda.

articolo: 1,2,3,4,5,6 approfondisci se necessario.

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