
Sono figli di immigrati e non solo, cresciuti tra casermoni e periferie che nessun politico o giornalista conosce davvero, perché al massimo ci passa davanti con il SUV, osservando il panorama umano dal finestrino oscurato. Hanno genitori umiliati per un italiano stentato, conoscono uno Stato spesso assente e vivono in un mondo dove il rispetto si misura in denaro, oro al collo e capacità di imporsi sugli altri. Per loro l’ascensore sociale ha due pulsanti funzionanti: il pallone e la musica. Per gli altri resta il lavoro in nero dallo zio, ottocento euro al mese, mentre le Nike Air Max in vetrina ne costano 189,99.
È una realtà che merita di essere compresa e affrontata. Ma nel dibattito pubblico italiano accade qualcosa di curioso: quando un ragazzo spacca una vetrina, la discussione finisce rapidamente per occuparsi di tutto tranne che del gesto e delle sue conseguenze. Si parla di marginalità, alienazione, trauma identitario e capitalismo. Il proprietario raccoglie i cocci, mentre gli intellettuali si interrogano sul significato politico del mattone.
Ed eccoci al nuovo catechismo progressista: attribuire una responsabilità a chi commette un reato sarebbe profondamente ingiusto. Il ragazzo ha avuto un’infanzia difficile, la scuola non ha funzionato, il quartiere è degradato e lo Stato è assente. Tutto vero, almeno in parte. Ma da queste premesse si ricava una conclusione singolare: siccome la società ha delle responsabilità nei suoi confronti, lui non dovrebbe averne nei confronti di nessuno. La comprensione delle cause diventa un’assoluzione preventiva, mentre la responsabilità personale viene liquidata come un residuo della morale borghese.
Il meccanismo è semplice: più si insiste sulle condizioni che hanno preceduto un comportamento, meno spazio rimane per discutere del comportamento stesso. Il ragazzo finisce così per essere considerato incapace di scegliere, una vittima persino quando danneggia qualcun altro. È un paternalismo travestito da emancipazione: lo si difende negandogli proprio quella capacità di agire che dovrebbe renderlo un adulto.
Naturalmente, per completare l’opera occorre trovare il colpevole universale. Ed ecco il Capitalismo, o meglio il Neoliberismo, responsabile della frustrazione, del desiderio di possedere scarpe costose e, presumibilmente, anche della scelta del mattone. La vetrina diventa un dispositivo di oppressione, il lancio una forma di elaborazione del trauma identitario. Peccato che quei ragazzi, con ogni probabilità, del Neoliberismo sappiano poco o nulla e siano assai più interessati a conquistare prestigio nel proprio gruppo che a rovesciare il sistema economico. Ma il commentatore ha già pronta la teoria: basta un mattone contro una vetrina perché una bravata diventi lotta di classe, senza che l’interessato abbia avuto bisogno di iscriversi al seminario.
Le disuguaglianze, la segregazione urbana e l’assenza di prospettive possono certamente alimentare la rabbia. Ma spiegare perché qualcuno commette un reato non significa cancellare il reato. La povertà non è una colpa; devastare un negozio non diventa un atto di giustizia sociale perché a farlo è un ragazzo povero. E il commerciante, magari titolare di una piccola attività costruita con anni di sacrifici, non diventa un oppressore per il solo fatto di avere una vetrina da riparare.
La vera vittima, secondo questa sensibilità, sarebbe comunque il ragazzo. Si è dovuto procurare il mattone senza l’assistenza di uno psicologo, senza un educatore di strada e, presumibilmente, senza un bonus per l’acquisto di materiale da demolizione. Il commerciante, invece, dovrà chiamare il vetraio, compilare una denuncia e sperare che l’assicurazione paghi. Ma anche lui potrebbe essere invitato a interrogarsi sul proprio privilegio: magari ha un’attività, due dipendenti e un mutuo. Un curriculum sospetto agli occhi della sociologia da talk show.
Propongo allora di abolire il codice penale e sostituirlo con un abbonamento collettivo a Netflix. Il giovane che devasta un negozio sarà invitato a raccontare il proprio disagio in un podcast intitolato Il mattone che avevo dentro. Quaranta minuti di confessione, fotografia in bianco e nero, tisana sul tavolo e un esperto pronto a spiegare che il gesto va contestualizzato. Alla fine, sponsorizzazione di una bevanda rilassante e invito a iscriversi alla newsletter. La recidiva potrebbe essere interpretata come una seconda stagione particolarmente riuscita.
Il commerciante avrà cinque minuti per raccontare la propria esperienza, prima che un sociologo riconduca la sua sofferenza alle strutture economiche che l’hanno prodotta. Quanto alle forze dell’ordine, basterà un corso sulla comunicazione non giudicante. Davanti a un ragazzo che sta sfondando una vetrina, l’agente potrebbe chiedergli quali bisogni profondi stia cercando di esprimere. Se la risposta fosse un altro mattone, avremmo almeno raccolto un dato qualitativo.
La questione, in fondo, è tutta qui: una società può essere ingiusta e un individuo può comunque essere responsabile delle proprie azioni. Le due cose non si escludono. Combattere il degrado significa offrire scuole, lavoro regolare, sicurezza e opportunità, ma anche tutelare chi subisce la violenza. Trasformare ogni autore di un reato in una vittima significa invece lasciare irrisolti entrambi i problemi: le cause del disagio e i danni che quel disagio produce sugli altri.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
1: Sono figli di immigrati e non solo, cresciuti tra casermoni e periferie che nessun politico o giornalista capisce, perché ci passa solo davanti chiuso in un SUV. Sono incazzati e pure parecchio, tra genitori umiliati per l’italiano, Stato assente e un vuoto pneumatico riempito con brand, soldi, oro e legge del più forte. Il loro unico metro è il rispetto: o hai soldi o sei nella merda, l’ascensore sociale è musica o calcio, il futuro è lavorare in nero per uno zio, 800 euro contro 189,99 di Nike Air Max.
2: E allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo: se oggi un ragazzo spacca una vetrina, è profondamente ingiusto attribuirgli una responsabilità. Sì, avete letto bene. Colpa, responsabilità, conseguenze: concetti antichi, probabilmente da superare.
3: Perché è evidente che quella vetrina rappresenta un dispositivo di oppressione capitalistica, mentre il mattone costituisce un disperato tentativo di elaborazione del trauma identitario. E il vero colpevole, naturalmente, è il Capitalismo, anzi, il Neoliberismo. Non facciamo finta di niente: dietro quel gesto c’è un mondo che non ascolta.
4: Anzi, a ben vedere, la vera vittima è il ragazzo: costretto da una società disumana a procurarsi personalmente il mattone, senza neppure il sostegno di uno psicologo. Nessuno pensa mai al disagio di chi deve organizzarsi da solo per rompere una vetrina.
5: Propongo pertanto di abolire il codice penale e sostituirlo con un abbonamento collettivo a Netflix. Molto più inclusivo, molto più moderno, e soprattutto non giudica. Chi delinque non sarà più processato, ma invitato a raccontare il proprio disagio in un podcast: i giovani caduti in tentazione potranno salvarsi dopo opportuna confessione pubblica, magari in puntate da quaranta minuti con sottofondo soft e sponsorizzazione di una marca di tisane. Sfasciare la vetrina di Foot Locker è evidentemente un atto politico, anche se non è l’atto politico che volevamo noi.
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