Fin qui tutto bene

Nel 1995 uscì La Haine, il film di Mathieu Kassovitz che raccontava la rabbia delle banlieue francesi, il rapporto malato tra periferie e istituzioni, una generazione cresciuta con la sensazione di essere già stata condannata prima ancora di cominciare a vivere. Per noi adolescenti dei primi anni Duemila fu un film culto, insieme a Fight Club, American History X, Fa’ la cosa giusta e Trainspotting. Eravamo ragazzini borghesi di provincia, abbastanza protetti da poterci permettere il lusso della ribellione per procura. Guardavamo quei film e ci sembrava di scoprire un mondo proibito, di mettere in discussione gli adulti e le loro ipocrisie. La rabbia degli altri diventava la nostra avventura, il caos una forma di emancipazione, la marginalità una favola nera da raccontare agli amici. Poi spegnevamo il televisore e tornavamo alle nostre rassicuranti case di provincia. La rivoluzione poteva aspettare il fine settimana.

Le banlieue, però, non erano una favola. Esistevano eccome, anche in Italia, dove le periferie più difficili rimanevano ai margini del racconto pubblico. La televisione le mostrava poco, i social non c’erano e chi viveva lontano da certe realtà poteva tranquillamente ignorarle. A trent’anni da La Haine, la distanza tra centro e periferia non si è ricomposta: in molti casi si è trasformata in una frattura più profonda. I disagi si sono accumulati fino a diventare problemi strutturali. Continuare a parlare di «crisi» è quasi un modo per rassicurarci: una crisi è una fase temporanea, dalla quale prima o poi si esce. Quando una condizione di precarietà ed esclusione dura da decenni, forse la crisi è finita da un pezzo. È semplicemente la società che abbiamo costruito.

A questo punto arriva puntuale la predica sulla società dei consumi: i giovani vogliono le scarpe firmate, lo smartphone di ultima generazione, le vacanze da pubblicare online. Basterebbe educarli alla sobrietà e spiegare loro che la felicità non si compra. Il tutto, possibilmente, da una casa confortevole, con una connessione veloce e una carta di credito funzionante.

Il problema è che questa spiegazione confonde il sintomo con la struttura che lo produce. Una società votata al consumo non è soltanto una società nella quale si comprano troppe cose. È una società nella quale il consumo è diventato uno strumento di partecipazione sociale e riconoscimento. Uno smartphone non è solo un oggetto elettronico: è una porta d’accesso alle conversazioni, alle relazioni, ai gruppi di cui si fa parte. Una vacanza non è soltanto qualche giorno trascorso altrove: è anche un’esperienza da condividere, un riferimento comune, la possibilità di sentirsi dentro una normalità che gli altri danno per scontata.

Il mercato vende merci, ma anche appartenenza. Pubblicità e social alimentano continuamente la promessa di una vita desiderabile, accessibile almeno in apparenza a tutti. Il conto, però, non è uguale per tutti. Chi non può permettersi determinate esperienze rischia di restare escluso non soltanto dal consumo, ma anche dalle relazioni e dai codici attraverso cui i propri coetanei costruiscono la loro identità. La disuguaglianza economica diventa così una gerarchia sociale: non hai meno soltanto perché possiedi meno, ma perché finisci per sentirti meno degli altri.

Le ricerche sulla deprivazione relativa mostrano quanto il confronto con gli altri possa incidere sul benessere, soprattutto durante l’adolescenza. La possibilità di comunicare, spostarsi, partecipare alla vita dei coetanei e vestirsi senza sentirsi fuori posto contribuisce al senso di appartenenza. Quando queste possibilità mancano, possono emergere isolamento, stigma e frustrazione. Non significa che ogni ragazzo senza scarpe costose sia una vittima del sistema, né che qualsiasi reazione sia giustificabile. Significa che liquidare tutto come invidia per gli oggetti impedisce di capire come l’esclusione materiale possa trasformarsi in umiliazione sociale.

Per questo la vetrina è un bersaglio tanto eloquente. Rappresenta la promessa del consumo nella sua forma più immediata: tutto è visibile, desiderabile, apparentemente accessibile, fino al momento in cui arriva il conto. «Ma perché non hanno assaltato i panifici?», chiedono talvolta i commentatori più soddisfatti delle proprie obiezioni. Perché il punto non è soltanto il pane. Una vetrina può rappresentare anche l’accesso negato a uno stile di vita, a un’identità, a una forma di riconoscimento.

Naturalmente, spaccare una vetrina non redistribuisce le opportunità. La devastazione non apre scuole, non crea posti di lavoro e non restituisce fiducia alle comunità. Ma condannare la violenza, pur necessario, non basta a spiegare perché la rabbia esploda proprio in determinati contesti. La domanda scomoda è un’altra: che cosa accade quando una società alimenta continuamente aspirazioni che una parte dei suoi membri non ha i mezzi per soddisfare, e poi attribuisce a questi ultimi la responsabilità esclusiva della propria esclusione?

La risposta non può essere una semplice predica sul merito. Il sistema presenta la competizione come una gara aperta a tutti, omettendo di ricordare che qualcuno parte con un vantaggio enorme e qualcun altro con una scarpa slacciata. Quando la gara produce esclusione, ci si stupisce che i perdenti non applaudano. È una caricatura, certo, ma non più dell’idea secondo cui basti impegnarsi per rendere uguali le opportunità.

Come se ne esce? Con politiche strutturali oppure con una stretta repressiva. La prima strada richiede investimenti nelle scuole, servizi sociali, formazione professionale, lavoro e spazi di aggregazione. Richiede soprattutto continuità: bisogna cominciare oggi per ottenere risultati fra anni, senza la certezza di poterli rivendicare alle prossime elezioni. La seconda offre vantaggi assai più immediati. Si aumentano i controlli, si inaspriscono le pene, si annunciano nuove misure di sicurezza e si promette di restituire le strade ai cittadini. Il problema è che quei cittadini, nelle periferie dimenticate, ci vivono già. E avrebbero bisogno anche di uno Stato che si faccia vedere prima che qualcosa vada a fuoco, non soltanto dopo.

La destra securitaria ha una risposta pronta per tutto: più controlli, pene più severe, tolleranza zero. Di fronte alle periferie che esplodono, il copione è sempre lo stesso: individuare i responsabili, invocare il pugno duro e presentare la repressione come prova di aver ripreso il controllo. È una strategia efficace sul piano della comunicazione, perché offre un colpevole, una soluzione apparentemente immediata e la rassicurazione che qualcuno stia finalmente facendo qualcosa. Peccato che ristabilire l’ordine non significhi risolvere il problema. Una pattuglia può impedire un’aggressione; non può restituire prospettive a un ragazzo che cresce senza opportunità. Una pena più severa può punire un reato; non crea un lavoro e non migliora una scuola. La violenza va contrastata, ma usare la sicurezza come risposta universale significa evitare la domanda più difficile: che cosa intende fare lo Stato per chi è cresciuto ai margini, prima che la rabbia diventi disperazione e la disperazione si trasformi in violenza?

Temo che prevarrà questa strada, anche perché è quella politicamente più redditizia: consente di esibire decisioni immediate, individuare colpevoli riconoscibili e trasformare la complessità in una contrapposizione fra chi difende l’ordine e chi, chiedendo di capire le cause del disagio, viene accusato di giustificare i disordini. Nel frattempo, le periferie restano periferie. Cambiano le dichiarazioni, si moltiplicano gli annunci, ma la distanza fra chi può immaginare il proprio futuro e chi fatica persino a immaginarlo rimane intatta. È una strategia che può produrre consenso senza risolvere il problema: del resto, affrontare le cause richiede anni, mentre dichiarare di aver ristabilito l’ordine basta a riempire il telegiornale della sera.

Trent’anni dopo La Haine, resta l’immagine conclusiva del film: un uomo precipita da un palazzo e ripete che fin lì tutto va bene. È la metafora perfetta di una classe dirigente che scambia l’assenza di conseguenze immediate per la prova che tutto funzioni. Possiamo moltiplicare i controlli, inasprire le pene e celebrare ogni ritorno alla calma come una vittoria. Ma se le condizioni che alimentano l’esclusione rimangono le stesse, avremo soltanto amministrato la caduta. Il problema non è quanto siamo bravi a ripetere «fin qui tutto bene». È che, prima o poi, si arriva a terra.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Assumi la personalità di Giancarlo Salvetti. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito. Non cercare sul web
[VINCOLI DI SCRITTURA]
\- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo. Non spezzettare in brevi frasi.
\- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico" e "politico". Non abusare di "E qui" e "Ed è qui che"
\- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".
\- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo. 
L'argomentazione deve essere portata avanti senza che i concetti vengano ripetuti. Asciuga bene l'articolo.
[SCALETTA E CONTENUTI]:

1: Nel 1995 uscì *La Haine*. Per me e per noi adolescenti dei primi anni 2000 è stato un film culto, come *Fight Club*, *American History X*, *Fa La Cosa Giusta*, *Trainspotting*. Eravamo ragazzini borghesi di provincia, attratti da quei film di ribellione e caos: ci bastava guardarli per sentirci liberi dai grandi. Quei mondi ci sembravano favole.

2: Invece le banlieue esistevano eccome, anche in Italia: solo che non le vedevamo in TV e i social non c’erano. A trent’anni da *La Haine* non è cambiato niente, anzi è tutto caduto più in basso. I disagi sono diventati problemi. E non parliamoci di “crisi”: per definizione è momentanea, se ne esce migliorando o peggiorando. È finita da un pezzo.

3: Arrivati a questo punto, solitamente, si parla della società che ti definisce solo come consumatore. Ci può stare, ma è meno facile di quello che sembra. Quando dico che viviamo in una “società votata al consumo”, non intendo banalmente che la gente va matta per le griffe o per lo status symbol. Intendo che il consumo, oggi, non è solo comprare cose: è una pratica sociale e identitaria, una specie di infrastruttura della partecipazione e del riconoscimento. Non conta lo smartphone in sé: conta l’accesso ai circuiti della comunicazione e della reciprocità. Non conta la vacanza in sé: conta poterne parlare con gli altri, sentirsi dentro la vita sociale “normale”. Chi resta fuori non è solo un cliente mancato: è qualcuno a cui viene negato il riconoscimento sociale ordinario.

4: Le ricerche lo mostrano bene: non poter accedere a ciò che è “normale” per gli altri — connessione, mobilità, socialità, il potersi vestire senza sentirsi fuori luogo — produce deprivazione relativa, stigma, isolamento ed effetti negativi misurabili sul benessere, soprattutto negli adolescenti. Non è frustrazione da vetrina: è la ferita di chi si sente giudicato, messo ai margini, escluso dal linguaggio con cui la società ti dice che esisti. 

5: Non è un caso se la vetrina è il bersaglio: è il luogo dove la promessa viene mostrata e negata nello stesso istante. Quindi non chiedetevi “eh ma perché non hanno assaltato i panifici?”: il punto non è il pane, è l’accesso negato al riconoscimento. 

6: Come se ne esce? Riforme strutturali o stretta autoritaria. Le prime richiedono progettazione, impegno, studio, soldi e lungimiranza; la seconda è facile, veloce, a risultati immediati. Temo si sceglierà la seconda. *La Haine* finiva con l’uomo che cade e ripete “fin qui tutto bene”: il problema non è la caduta, è l’atterraggio.

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