Domande sbagliate

Illustration of the Kremlin above an iceberg with labeled sections of the hidden FSB network including cyber unit, intelligence hub, archive & surveillance, operations network, and secret agent network.

L’Occidente ha un’ossessione che ciclicamente torna a occupare prime pagine, talk show e centri studi: il “dopo Putin”. Ogni volta che circolano voci su un malore, un golpe, una lotta interna al Cremlino o un presunto successore, riparte la stessa domanda: chi prenderà il suo posto? È una domanda rassicurante, perché suggerisce che il problema abbia un nome, un volto e una data di scadenza. È anche la domanda sbagliata. Vladimir Putin non è il creatore del sistema russo contemporaneo. Ne è il prodotto più riuscito. È il sintomo di una struttura di potere che esisteva prima di lui e che, con ogni probabilità, continuerà a esistere dopo di lui. Concentrarsi esclusivamente sull’uomo seduto dietro la scrivania del Cremlino significa ignorare il meccanismo che lo ha costruito, alimentato e protetto per oltre venticinque anni.

Per capire la Russia bisogna fare un esercizio che in Occidente sembra diventato proibitivo: studiare la storia. Non quella degli ultimi trent’anni, ma quella degli ultimi tre secoli. L’errore più comune consiste nel considerare i servizi di sicurezza russi come l’equivalente della CIA o dell’MI6. Non lo sono mai stati. In Russia gli apparati di sicurezza non sono un’istituzione dello Stato: sono lo Stato. Dall’Okhrana degli zar alla Cheka fondata da Felix Dzeržinskij, passando per NKVD, KGB e fino all’attuale FSB, cambiano i nomi, cambiano le uniformi, cambiano le insegne sulle porte degli uffici. Rimane identica la funzione. Sorvegliare, infiltrare, reprimere, eliminare gli oppositori, controllare la società, condurre operazioni clandestine all’estero, manipolare l’informazione e garantire la sopravvivenza del potere centrale. È una continuità impressionante, che attraversa monarchia, comunismo e Federazione Russa con la stessa naturalezza con cui un fiume attraversa il paesaggio.

Questa continuità emerge perfino negli ambiti che molti occidentali continuano ingenuamente a considerare indipendenti dal potere. Prendiamo la Chiesa Ortodossa Russa. Oggi è guidata dal patriarca Kirill, figura il cui passato nei circuiti del KGB è stato documentato da numerosi studiosi e archivi. Pensare alla Chiesa semplicemente come a un’autorità religiosa significa non comprendere il modello russo. Essa rappresenta uno strumento di influenza internazionale, un moltiplicatore della narrativa del Cremlino, una rete capace di esercitare pressione culturale e politica in Europa, in Africa e perfino negli Stati Uniti. Lo stesso vale per la disinformazione. Ogni volta che qualcuno descrive le campagne sui social come una novità nata con Facebook o Telegram, dimostra di conoscere poco la storia sovietica. L’Operazione INFEKTION, che diffuse la falsa notizia secondo cui l’AIDS sarebbe stato creato in un laboratorio militare americano, venne costruita dal KGB negli anni Ottanta, quando Internet era ancora fantascienza. Cambiano gli strumenti tecnologici, resta immutata la logica: confondere, dividere, esasperare le fratture interne dei Paesi rivali. La propaganda russa non ha inventato le fake news. Le ha trasformate in una disciplina quasi industriale.

Anche il discorso sull’Ucraina viene spesso schiacciato su una cronologia sorprendentemente corta. Per molti osservatori tutto comincia nel 2022. Per altri nel 2014. In realtà la questione affonda le radici in secoli di dominazione imperiale russa. Mosca ha tentato ripetutamente di cancellare lingua, cultura e identità nazionale ucraine molto prima che qualcuno immaginasse la NATO. L’Holodomor, la carestia artificiale provocata dal regime staliniano nei primi anni Trenta, non fu una semplice tragedia agricola. Fu uno strumento utilizzato per spezzare la resistenza di un popolo e consolidare il controllo di Mosca. Chi ignora questo passato finisce inevitabilmente per leggere il presente con una lente deformata. Lo stesso vale per gli oligarchi. Da noi vengono spesso descritti come i veri padroni della Russia, quasi fossero un consiglio di amministrazione che dirige il Cremlino. La realtà è molto meno romantica. Gli oligarchi sono ricchi finché risultano utili. La loro fortuna dipende dalla benevolenza dello Stato. Quando smettono di essere funzionali, possono ritrovarsi in prigione, costretti all’esilio oppure protagonisti di quelle misteriose cadute dalle finestre che sembrano aver assunto, in Russia, una frequenza statistica decisamente curiosa.

L’Occidente, nel frattempo, è riuscito a commettere lo stesso errore due volte. Negli anni Novanta Boris Eltsin venne celebrato come il simbolo della democratizzazione russa. Sembrava che bastasse organizzare elezioni e privatizzare qualche impresa per trasformare un impero autoritario in una democrazia liberale. Gli apparati, però, erano rimasti al loro posto. Gli uomini chiave pure. Cambiava l’insegna sulla porta, non chi teneva le chiavi dell’edificio. Quando arrivò Putin, molti lo presentarono come il riformatore pragmatico che avrebbe garantito stabilità dopo il caos postsovietico. Pochi vollero interrogarsi seriamente sulle circostanze della sua ascesa. Gli attentati contro alcuni condomini russi nel 1999, attribuiti ufficialmente ai separatisti ceceni, furono contestati da numerosi dissidenti e investigatori. Fra questi, Alexander Litvinenko sostenne che dietro quelle esplosioni vi fosse un’operazione orchestrata dall’FSB per creare il clima favorevole all’ascesa di Putin e alla seconda guerra cecena. Le sue accuse gli costarono la vita, dopo l’avvelenamento con polonio a Londra nel 2006. Nel frattempo il simbolismo parlava già da solo. La statua di Dzeržinskij, il fondatore della polizia politica sovietica, abbattuta tra gli applausi nel 1991, è tornata a essere celebrata nello spazio pubblico russo. Non è archeologia urbana. È una dichiarazione. Significa che il passato non è stato ripudiato: è stato riabilitato.

Ed è qui che arriviamo al punto che tanti continuano a evitare. Il vero problema non consiste nello stabilire chi succederà a Putin. Potrebbe chiamarsi Ivan, Sergej o Dmitrij. Potrebbe avere quarant’anni o settanta. Potrebbe mostrarsi più elegante davanti alle telecamere, parlare un inglese impeccabile e sorridere ai summit internazionali. Tutto questo cambierebbe ben poco se continuerà a governare attraverso gli stessi apparati, gli stessi servizi, la stessa cultura e la medesima concezione imperiale dello Stato. La Federazione Russa non ha mai davvero rotto con il proprio passato. Ha semplicemente imparato a vestirlo con abiti nuovi ogni volta che era necessario.

La vera domanda, quindi, non è “chi verrà dopo Putin?”. È un interrogativo molto più scomodo: come si trasforma uno Stato costruito, da secoli, attorno al predominio dei servizi di sicurezza e all’idea che il potere valga più della legge? Finché l’Occidente continuerà a inseguire il prossimo volto del Cremlino come se bastasse cambiare protagonista per cambiare il copione, continuerà a sbagliare diagnosi. E quando sbagli la diagnosi, prima o poi sbagli anche la terapia. La storia della Russia lo dimostra da oltre un secolo. Sarebbe ora di smettere di ignorarla.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: L’Occidente è ossessionato dal "dopo Putin". Ogni mese spuntano titoli su un presunto colpo di Stato, sulle crepe nel Cremlino o sul successore in agguato. Ma questa è la domanda sbagliata. Putin non è l’artefice del sistema russo, né il suo unico collante. È un sintomo, non la causa. Guardare solo l’uomo dietro la scrivania significa perdere di vista il mostro che lo ha messo lì, che lo sostiene e che gli sopravviverà.

parte 1: Per capire la Russia bisogna risalire indietro di secoli, non fermarsi al 1999. I servizi di sicurezza non sono semplici "agenzie di intelligence" come le intendiamo noi: sono lo scheletro dello Stato. Dall’Okhrana zarista alla Cheka di Dzerzhinsky, dal KGB all’FSB di oggi, le uniformi e le sigle cambiano, ma i metodi restano gli stessi: repressione, omicidi mirati, guerra ibrida e controllo totale su ogni ingranaggio della società.

parte 2: Questa continuità si infiltra persino nei luoghi che meno immagineremmo. La Chiesa Ortodossa, oggi guidata da un Patriarca (Kirill) che serviva il KGB, è usata come prolungamento dello Stato per operazioni di influenza in Europa, Africa e Stati Uniti. Le bufale sui social non sono Niente di nuovo: l’Operazione INFEKTION, che attribuiva falsamente l'AIDS agli USA, risale a decenni prima dell'avvento di Internet. E potrei fare altri esempi. I russi hanno perfezionato la disinformazione per generazioni.

parte 3: L’Ucraina? Chi parla solo del 2022 o del 2014 non ha capito la storia. La Russia occupa, colonizza e tenta di cancellare l’identità ucraina da secoli, ben prima che la NATO esistesse. Lo dimostra l’Holodomor, il genocidio per fame che uccise milioni di ucraini sotto Stalin. Quanto agli oligarchi, dimentichiamo l'idea che siano "padroni" del Cremlino: sono burattini. La loro ricchezza esiste solo finché il regime gliela concede. Basta un disaccordo per ritrovarsi in carcere, in esilio o cadere da una finestra.

parte 4: Il vero errore dell’Occidente è stato ripetuto due volte: con Eltsin, osannato come democratico mentre il sistema restava intatto, e con Putin, presentato come il "riformatore" che avrebbe portato stabilità. Dimentichiamo che Putin salì al potere sfruttando una serie di attentati dinamitardi contro palazzi russi, attribuiti ai ceceni ma rivelatisi (dalle testimonianze di Litvinenko) vere e proprie operazioni di false bandiera dell’FSB. Simbolo di questa continuità è La statua di Dzerzhinsky, abbattuta con entusiasmo nel 1991, tornata a svettare davanti alla sede dell’intelligence russa.

parte 5: La lezione è durissima: chiunque si sieda al Cremlino dopo Putin governerà con gli stessi strumenti, gli stessi apparati e la stessa visione imperiale. Il sistema non è crollato nel 1991, si è solo adattato. Se l’Occidente continuerà a chiedersi "chi verrà dopo?" invece di chiedersi "come smantellare le istituzioni che hanno prodotto Putin?", siamo condannati a ripetere gli stessi tragici errori. Cambiare il volto al potere senza cambiare lo Stato non cambierà la Russia.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

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