Il più pulito è Blatter

Two men in suits holding green cards inside a stadium box with a soccer field and crowd in the background

Partiamo dai fatti. Quelli nudi e crudi, senza la retorica da spot motivazionale che accompagna ogni Mondiale e senza la colonna sonora trionfale con cui la FIFA ama raccontare sé stessa. Giovedì 2 luglio 2026, durante i sedicesimi di finale del Mondiale, l’attaccante statunitense Folarin Balogun viene espulso contro la Bosnia-Erzegovina. Cartellino rosso diretto. Una giornata di squalifica automatica. Fine della storia. O almeno così dovrebbe funzionare in qualsiasi campionato del pianeta, dal torneo parrocchiale fino alla finale della Champions League.

Poi arriva domenica 5 luglio e accade qualcosa che, nel calcio moderno, è quasi un’eclissi totale. La Commissione Disciplinare della FIFA invoca l’articolo 27 e sospende cautelarmente la squalifica. Una decisione rarissima, con appena un paio di precedenti nella storia del calcio internazionale. Già questo basterebbe a far alzare più di un sopracciglio.

Il bello, però, arriva dopo.

Il Guardian ricostruisce il retroscena: Donald Trump avrebbe telefonato tre volte a Gianni Infantino. La prima chiamata sarebbe partita addirittura il 1° luglio, il giorno prima dell’espulsione, seguita da altri contatti nei giorni successivi. Trump, anziché smentire, conferma tutto con il consueto entusiasmo e celebra la decisione su Truth Social come se avesse appena negoziato un trattato di pace e non la squalifica di un centravanti.

Il Belgio, avversario degli Stati Uniti, si dice “sbalordito”. La UEFA parla apertamente di un “limite invalicabile”. Dalla Germania arrivano richieste di trasparenza. La FIFA, invece, respinge il ricorso come inammissibile e tira dritto con quella serenità burocratica che spesso accompagna le decisioni più difficili da spiegare.

La beffa finale è degna di una commedia all’italiana. Gli Stati Uniti perdono comunque 4-1 e vengono eliminati. I giocatori belgi festeggiano improvvisando la Trump Dance sulle note dei Village People, trasformando quella che avrebbe dovuto essere una partita di calcio in una satira vivente. Quando la realtà supera la parodia, ai vignettisti resta davvero poco lavoro.

La parte più esilarante, però, è un’altra. A indignarsi pubblicamente è persino Sepp Blatter.

Sì, proprio lui.

L’uomo che per anni è stato il volto della FIFA più discussa, più opaca, più travolta da scandali, decide di salire sul pulpito della moralità. Sul suo profilo X scrive che i cartellini rossi non si cancellano con telefonate politiche ma attraverso regole e organi indipendenti. Poi chiude con una domanda semplice quanto devastante: Quo vadis, FIFA?

Bisogna fermarsi un attimo ad assaporare l’ironia della scena.

È come se un piromane rimproverasse qualcuno perché ha acceso una candela vicino alle tende. O come se il comandante del Titanic si lamentasse della puntualità dei traghetti. Quando persino Blatter, simbolo di un’epoca che ha trasformato la FIFA nel sinonimo mondiale di opacità amministrativa, riesce a guardarti dall’alto verso il basso, significa che sei riuscito nell’impresa apparentemente impossibile di abbassare ancora l’asticella.

E forse è proprio questo il punto. Continuiamo a raccontarci che il calcio sia il gioco più bello del mondo, ma da troppo tempo il rettangolo verde è soltanto il palcoscenico. Dietro il sipario, il copione lo scrivono sempre gli stessi interessi. Cambiano gli attori, cambiano i presidenti, cambiano i capi di Stato, ma il tendone del circo resta saldamente nelle mani di chi conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.

Del resto, la FIFA non ha certo scoperto oggi il fascino delle relazioni pericolose.

Il caso più cupo resta inevitabilmente Qatar 2022. Ancora oggi basta pronunciare quelle due parole per ricordare uno dei capitoli più controversi nella storia dello sport moderno. Un Mondiale assegnato a un Paese dove, in estate, il termometro supera tranquillamente i cinquanta gradi, tanto da costringere a riscrivere il calendario calcistico mondiale. Un torneo costruito sopra un sistema, quello della kafala, che per anni ha legato milioni di lavoratori migranti ai propri datori di lavoro attraverso un meccanismo che, nella sostanza, somigliava molto più a una forma di servitù che a un normale rapporto lavorativo.

Le cifre fanno ancora rabbrividire. Oltre quattromila morti tra gli operai impegnati nella costruzione delle infrastrutture, calcolati considerando soltanto i lavoratori provenienti da India e Nepal, prima ancora del calcio d’inizio. Migliaia di famiglie rimaste senza figli, fratelli o padri mentre il mondo discuteva dei palloni ufficiali, delle nuove maglie e delle trovate pubblicitarie.

La FIFA continuava a firmare contratti, presentazioni e accordi commerciali. I bilanci sorridevano. Le bare molto meno.

Ogni volta arrivava la stessa risposta: il calcio unisce i popoli.

Una frase bellissima, peccato che spesso a unire siano soprattutto i bonifici.

E se qualcuno pensa che quello del Qatar sia stato un incidente isolato, basta fare qualche passo indietro.

Brasile 2014 rappresenta un’altra pagina che meriterebbe di essere studiata più nelle facoltà di economia politica che in quelle di scienze motorie. Oltre undici miliardi di dollari investiti. Lo stadio di Manaus costruito nel cuore dell’Amazzonia, con materiali arrivati via nave dal Portogallo, utilizzato appena quattro volte dopo il Mondiale. Una cattedrale nel deserto tropicale, monumento perfetto all’idea secondo cui basta chiamare “legacy” uno spreco per farlo sembrare un investimento.

Come se non bastasse, la FIFA pretese l’esenzione fiscale totale, sottraendo al Brasile circa 250 milioni di dollari di entrate. E riuscì persino a ottenere l’abolizione del divieto di vendita di alcol negli stadi, introdotto anni prima per ragioni di ordine pubblico. Lo sponsor Budweiser aveva esigenze commerciali. Le leggi nazionali, evidentemente, potevano accomodarsi in panchina.

La famigerata “Budweiser Law” resta uno dei simboli più lampanti di come, quando entra in scena la FIFA, perfino la sovranità legislativa possa trasformarsi in una variabile negoziabile.

Ancora più inquietante fu il precedente del Sudafrica nel 2010.

Per garantire il perfetto svolgimento del torneo vennero istituiti tribunali speciali capaci di processare e condannare persone nel giro di quarantotto ore. Una giustizia sprint, rapidissima, efficiente come una catena di montaggio. Il problema è che la velocità, in uno Stato di diritto, dovrebbe essere una virtù, non un favore concesso agli organizzatori di un evento sportivo.

La sensazione era chiara allora come oggi: quando arriva il grande carrozzone del calcio globale, le istituzioni locali devono semplicemente spostarsi.

Eppure sarebbe ingeneroso attribuire ogni responsabilità soltanto agli ultimi dirigenti.

Lo stesso Blatter, oggi trasformato quasi involontariamente nel censore dell’epoca Infantino, ci ha regalato pagine che sembravano scritte da uno sceneggiatore di satira. Davanti a una FIFA formalmente “senza scopo di lucro” ma seduta su riserve superiori al miliardo di dollari, spiegava con assoluta tranquillità che si trattava soltanto di una riserva. Come se uno trovasse un lingotto sotto il divano e lo definisse spiccioli per le emergenze.

Quando gli chiesero come rendere più popolare il calcio femminile, suggerì pantaloncini più corti per le giocatrici. Una dichiarazione che già allora sembrava uscita da un’altra epoca, e che oggi appare semplicemente imbarazzante.

Ma il capolavoro arrivò con United Passions. Ventisette milioni di dollari investiti per realizzare un film celebrativo sulla FIFA, con Tim Roth nei panni dello stesso Blatter. Un’operazione di autoesaltazione talmente scollegata dalla realtà da trasformarsi in uno dei flop cinematografici più clamorosi di sempre. Pochissimi spettatori, incassi ridicoli, critiche feroci.

In fondo era una metafora perfetta dell’organizzazione che voleva rappresentare: costosissima, autoreferenziale e convinta che bastasse raccontarsi come eroica perché il pubblico ci credesse.

Arriviamo così al presente.

Trump, Infantino e Balogun sono soltanto i nomi aggiornati di una storia vecchia quanto il potere. Una storia nella quale le regole sembrano scolpite nella pietra finché non diventano scomode. Allora improvvisamente diventano elastiche, interpretabili, sospendibili, adattabili.

Le reazioni indignate di questi giorni fanno quasi sorridere. C’è chi parla di scandalo senza precedenti, chi invoca commissioni d’inchiesta, chi scopre improvvisamente che il potere può interferire nello sport.

Davvero?

La FIFA è la stessa organizzazione che per decenni ha trattato i Mondiali come una gigantesca piattaforma commerciale capace di piegare governi, riscrivere normative, ottenere privilegi fiscali, modellare decisioni politiche e presentare tutto questo come una festa universale dello sport.

La telefonata di Trump non rappresenta una deviazione dal sistema. Ne è, semmai, la naturale evoluzione.

Perché quando per anni insegni al mondo che le regole sono flessibili per chi conta abbastanza, arriva sempre qualcuno disposto a verificare fino a dove possano piegarsi.

Il calcio continuerà a emozionarci. Continueremo ad amare un gol al novantesimo, una parata impossibile, un bambino che rincorre un pallone su un campo sterrato. Quella magia appartiene ancora ai tifosi e ai giocatori.

Il problema è tutto ciò che succede sopra quel campo.

Lì, da troppo tempo, il risultato più prevedibile non è quello scritto sul tabellone, ma quello inciso nei bilanci. E finché sarà così, lo spirito sportivo continuerà a fare la stessa fine degli arbitri indipendenti evocati da Blatter: evocato nei discorsi ufficiali, applaudito nelle conferenze stampa e puntualmente espulso appena comincia davvero la partita.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Assumi la personalità di Giancarlo Salvetti. Scrivi un articolo approfondito, immersivo e dal tono tagliente, ironico, brillante e marcatamente sarcastico, basandoti sulla scaletta e sui dati forniti di seguito.

[VINCOLI DI SCRITTURA]
- Stile: Paragrafi compatti, flusso narrativo continuo.
- Divieti assoluti: NON usare linee di separazione (es. ---). Non abusare della parola "geopolitico".
- Divieti linguistici: Evita formule come "è qui che" e strutture ripetitive come "non... non... non...".
- Sviluppo: Amplia e approfondisci l'analisi dove ritieni necessario per dare forza al pezzo.

[SCALETTA E CONTENUTI]
intro: Partiamo dai fatti così come sono accaduti sul rettangolo verde. Giovedì 2 luglio 2026, l'attaccante statunitense Folarin Balogun viene espulso nei sedicesimi di finale contro la Bosnia-Erzegovina: cartellino rosso diretto, squalifica automatica di una giornata, una sanzione che capita ogni weekend in ogni campionato. Domenica 5 luglio, però, la Commissione Disciplinare della FIFA fa qualcosa di incredibilmente raro (solo un paio di precedenti in tutta la storia del calcio): invoca l'articolo 27 e sospende cautelarmente la squalifica. E il retroscena? Il Guardian rivela che dietro ci sono tre telefonate di Donald Trump a Gianni Infantino, iniziate già dal mercoledì precedente (1° luglio) e proseguite nei giorni successivi. Trump lo ammette pubblicamente e festeggia su Truth Social. Il Belgio (avversario degli USA) si dice "sbalordito", la UEFA parla di "limite invalicabile", la Germania chiede chiarezza, ma la FIFA respinge il ricorso come inammissibile. Beffa finale: gli USA perdono comunque 4-1 e vengono eliminati, mentre i giocatori belgi si concedono la Trump Dance sulle note dei Village People.

parte 1: Il bello è che a condannare pubblicamente l'accaduto ci mette la faccia persino Sepp Blatter, l'ex presidente più chiacchierato e indagato della storia FIFA. Sul suo account X scrive che i cartellini rossi non si annullano con telefonate politiche, ma con regole e organi indipendenti, e si chiede senza mezzi termini: "quo vadis, FIFA?". Quando persino Blatter, il re degli scandali, ti prende per i fondelli e ti dà dell'opaco, vuol dire che hai raggiunto un nuovo, storico record negativo. Il calcio è un circo, ma il padrone del tendone è sempre lo stesso.

parte 2: Perché la FIFA non è nuova a questi giochi di potere, e il caso più buio rimane quello del Qatar 2022. Un Mondiale assegnato a un Paese con 50 gradi d'estate, dove il sistema della kafala trasformava i lavoratori migranti in una manodopera praticamente in schiavitù, legata al datore di lavoro tramite il visto di uscita. Il conto è agghiacciante: oltre 4.000 morti tra gli operai impegnati nella costruzione degli stadi, calcolati solo sui dati di India e Nepal, prima ancora che il torneo iniziasse. La FIFA incassava assegni mentre quelle famiglie piangevano i loro cari.

parte 3: E non è che in passato fossero stati meglio. Brasile 2014: 11 miliardi di dollari spesi, con lo stadio di Manaus costruito in mezzo all'Amazzonia (materiali arrivati via nave dal Portogallo) usato appena 4 volte. La FIFA pretese l'esenzione fiscale totale, negando al Paese 250 milioni di dollari di tasse, e fece addirittura abolire il divieto di vendita di alcol negli stadi pur di accontentare lo sponsor Budweiser: la famigerata "Budweiser Law". Sudafrica 2010: la FIFA ottenne tribunali speciali capaci di processare e condannare le persone in appena 48 ore. Giustizia? Solo quella che faceva comodo a loro.

parte 4: Lo stesso Blatter, davanti a un'organizzazione "senza scopo di lucro" con riserve oltre il miliardo di dollari, rispondeva placido che era "solo una riserva". Alla domanda su come rendere più popolare il calcio femminile, suggerì pantaloncini più corti per le giocatrici. E per chiudere in bellezza, finanziò con 27 milioni di dollari United Passions, un film autocelebrativo con Tim Roth nei suoi panni, che si rivelò uno dei flop più clamorosi della storia del cinema. Una metafora perfetta: una bolla gonfiata a suon di soldi che nessuno va mai a vedere.

parte 5: Oggi, nel 2026, cambiano i nomi (Trump, Infantino, Balogun) ma il meccanismo è identico: il potere che si crede sopra le regole, che le piega quando gli fa comodo e che calpesta tutto pur di non perdere un centesimo. A leggere le reazioni in giro, sembra una cosa inaudita, e invece no: i Mondiali corrotti sono business as usual, lo spirito sportivo, beh, va inteso come fantasma.

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