Diventare nemici pubblici nel 2026

Man holding guitar and microphone next to a judicial algorithm machine displaying 'VERDICT CALCULATION IN PROGRESS' in a courtroom

Siamo nel 2026, in Toscana. I The Devils, eccellente duo rock “selvaggio, rumoroso e sexy” con abbondanti dosi di blasfemia, vengono invitati al Serravalle Rock Festival. Una lista civica locale si scandalizza: possibile finanziare con soldi pubblici una band anti-cristiana? Il sindaco, fiutando il profumo irresistibile della polemica di paese, sceglie la soluzione più amata dalla politica contemporanea: togliere il problema invece di affrontarlo. Concerto annullato.

La band denuncia la censura, parla di moralismo e religione che tornano a decidere cosa sia arte. Per qualche giorno giornali e social si agitano, poi tutti passano all’argomento successivo. Sipario.

Dispiace per i The Devils, sia chiaro. Quando un’amministrazione pubblica decide che un artista sia troppo sconveniente, la faccenda merita attenzione. Ma il punto interessante è un altro. Se questa vicenda fosse accaduta nel 1976, avrebbe riempito settimane di giornali e regalato alla band un’aura da martire. Nel 2026 produce una settimana scarsa di indignazione digitale e qualche editoriale letto quasi esclusivamente da persone già indignate.

Per decenni il rock ha vissuto di conflitto. Bastava che un disco fosse sequestrato o che un assessore parlasse di decadenza morale, ed ecco servita la consacrazione. Il sistema produceva involontariamente i propri nemici migliori. Pensiamo ai Rolling Stones, ai Sex Pistols che trasformavano ogni censura in manifesto, a Frank Zappa davanti ai senatori americani. Il potere reagiva con la delicatezza di un elefante in una cristalleria. E proprio quella goffaggine rendeva giganteschi gli artisti.

Oggi il problema è quasi l’opposto. Viviamo nell’epoca in cui tutti possono dire tutto, purché lo dicano al pubblico giusto, davanti alle cinquecento persone che già la pensano allo stesso modo. È la democrazia della nicchia. Ognuno possiede il proprio pubblico e il proprio indignometro portatile. La censura classica è diventata nostalgica. Oggi esiste qualcosa di più efficace: l’irrilevanza. Il sistema non ti mette più a tacere. Ti lascia parlare finché vuoi, sapendo che verrai sepolto sotto cinquantamila video di gatti e influencer che vendono corsi da 499 euro.

Ecco perché la provocazione tradizionale ha perso gran parte della sua forza. Bestemmiare? Già visto. Attaccare la religione? Archivio storico. Scioccare il pubblico? Auguri. Il pubblico, prima di colazione, ha già visto su X e TikTok cose che negli anni Settanta avrebbero richiesto tre interrogazioni parlamentari. Il vero problema, oggi, è riuscire a diventare abbastanza importanti da meritarsi un nemico.

A fare breccia in questo panorama sono i Kneecap. Tre ragazzi di Belfast che, seguendo ogni manuale di marketing, avrebbero dovuto rimanere confinati nella categoria “interessanti, ma per pochi”. Rap in lingua irlandese. Tematiche repubblicane. Riferimenti a una storia che gran parte del pianeta fatica a collocare sulla cartina. Invece sono diventati un caso internazionale.

La ragione è semplice e, proprio per questo, sfugge a moltissimi. Non hanno inventato un messaggio. Hanno inventato il modo di farlo viaggiare. Il repubblicanesimo irlandese esiste da generazioni. La lingua gaelica non l’hanno riscoperta loro. La novità consiste nell’aver trasformato ogni ostacolo in una cassa di risonanza. Gli revocano un finanziamento? Comunicato pronto. Li escludono da un festival? Pubblicità gratuita. Li accusano di terrorismo? Il dibattito si allarga ben oltre la musica.

C’è poi un dettaglio diabolicamente intelligente. Usano la lingua irlandese come qualcosa di più potente di un mezzo espressivo: un simbolo identitario. Criticarli significa entrare in una discussione su colonialismo, minoranze linguistiche, storia. Costringono gli avversari a giocare una partita molto più complicata di quella che avevano immaginato.

Ancora più brillante è il rapporto con il politicamente corretto. Molti artisti aspettano che qualcuno li accusi di esagerare. Loro esagerano subito. È una vaccinazione preventiva contro la cancellazione. E soprattutto rifiutano il vittimismo, malattia professionale dello spettacolo contemporaneo. Oggi chiunque sembra volere due cose: risultare ribelle e ottenere l’approvazione del comitato etico del condominio. I Kneecap rispondono con una risata, girano un film dove interpretano se stessi, trasformano la polemica in spettacolo. Capiscono una regola antica: se sei tu a raccontare la tua leggenda, gli altri arriveranno sempre in ritardo.

Naturalmente sarebbe ridicolo trasformare tutto in un manuale. Perché il loro metodo funziona solo grazie a qualcosa che nessun consulente d’immagine può vendere: l’autenticità. Sono realmente figli di quella terra, parlano davvero quella lingua, vivono davvero quel conflitto. Ogni provocazione nasce da una biografia, non da un brainstorming con il marketing.

Per capire fino in fondo il salto epocale, basta tornare ai The Devils. Il loro annullamento non dimostra che l’Italia sia sprofondata nella teocrazia. Dimostra che molti musicisti usano ancora il vocabolario della provocazione del Novecento aspettandosi gli stessi risultati. È come spedire un fax a un adolescente: il gesto ha fascino vintage, ma difficilmente cambierà la giornata del destinatario.

Il vero avversario dell’arte contemporanea non è il parroco scandalizzato o il consigliere moralista. È lo scroll del pollice. Quello sì che non concede appelli. Pasolini sosteneva che il vero scandalo fosse incrinare il linguaggio del potere. Oggi il potere ha imparato una tecnica più raffinata: lasciare che ogni scandalo si consumi da solo, mentre l’algoritmo propone il video successivo. Il rock era nato per cambiare il mondo. Nel 2026 gli basterebbe interrompere per dieci secondi il doomscrolling. E, paradossalmente, è una rivoluzione molto più difficile di tutte quelle cantate negli ultimi settant’anni.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: Siamo nel 2026, in Toscana. I The Devils, duo rock dal sound "selvaggio, rumoroso e sexy" con venature blasfeme, vengono invitati al Serravalle Rock Festival. Una lista civica locale si indigna: soldi pubblici a una band che si dichiara "fortemente anti-cristiana"? Il sindaco, temendo polemiche, cancella l'esibizione. La band parla di "grottesco" e di come "politica, moralismo e religione siano tornati a decidere ciò che l'arte debba essere". La notizia fa il giro della Toscana, forse dell'Italia, e poi si spegne. Un martirio locale, una battaglia da paese. Funziona solo su scala ridotta.

parte 1: La domanda vera è un'altra: come si diventa nemici pubblici su larga scala? Oggi il problema non è farsi censurare, ma farsi notare. Viviamo in un ecosistema di bolle impermeabili e algoritmi che premiano il conformismo. Le strade sono due: o parli alle tue nicchie, predicando ai convertiti, o entri nel mainstream annacquando tutto. Essere artisti con un messaggio esplicito, in questo panorama, sembra un suicidio.

parte 2: Almeno fino agli anni '90 compresi, dire la "cosa sbagliata" era un atto eroico: rischiavi il sequestro del disco, la gogna televisiva, le liste nere. Il sistema reagiva in modo lento e ti dava legittimazione da martire. Oggi la censura non è più un muro, ma un macigno che cade nel vuoto: il problema non è farsi attaccare, ma farsi ignorare. L'indignazione dura 24 ore. Non basta più essere "contro".

parte 3: Una risposta arriva da Belfast. Si chiamano Kneecap. Hanno capito che la via d'uscita non è evitare lo scontro, ma diventare l'urto stesso. La loro mossa non è nel contenuto (il repubblicanesimo irlandese esiste da secoli), ma nella strategia. Hanno trasformato ogni ostacolo – revoca dei fondi, bando in Canada, accuse di terrorismo – in una leva per amplificare il messaggio. A differenza dei The Devils, il loro "caso" non si è spento in una settimana: è esploso a livello globale.

parte 4: Primo: usano la lingua irlandese come scudo retorico, rendendo ogni critica un potenziale atto di discriminazione. Secondo: anticipano la cancellazione, dicendo tutto il politicamente scorretto in apertura. Terzo: rispondono alla serietà del sistema con ironia e auto-mitizzazione, girando un film biografico dove interpretano se stessi. In un'epoca in cui tutti hanno paura di sbagliare, loro fanno in modo che ogni parola sia un'esplosione. E la musica regge: hip-hop, punk, rave e tradizione irlandese in un mix che trasforma il dissenso in festa. Un ragazzo in Brasile può non capire l'irlandese, ma capisce l'atteggiamento.

parte 5: Il metodo dei Kneecap funziona perché è il riflesso di un'autenticità radicale: sono radicati nella loro storia, nella loro lingua, nel loro conflitto. Non hanno costruito una strategia a tavolino; hanno portato all'estremo ciò che già erano. Chi copiasse il metodo senza la sostanza cadrebbe nel ridicolo o nell'opportunismo. La lezione non è un manuale, ma una domanda: in un'epoca di ipocrisia e bolle che non comunicano, l'unico modo per essere ascoltati è smettere di preoccuparsi di essere graditi? Forse sì. E forse è proprio questa la vera, difficilissima, via d'uscita. I Kneecap ci sono riusciti. I The Devils, per ora, sono rimasti intrappolati in una logica che non funziona più.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.

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