Storia di oleografie salentine

Pochi giorni fa ho pubblicato un pezzo per ricordare la complessa e dolorosa storia della Xylella in Puglia, cercando di spiegare come una fitopatologia così aggressiva si combatta nei laboratori, con la quarantena e la genetica, e non invocando una sacralità magica degli alberi. Ieri sera, mentre scorrevo i commenti, la radio ha passato per la millesima volta “Al Mio Paese” di Serena Brancale. Un pezzo trascinante, per l’amor di Dio, ma mentre scorrevano quelle immagini patinate di orecchiette, sole accecante, sorrisi a trentadue denti e finta povertà felice, qualcosa in me è scattato. È andato in cortocircuito.

Ho abbassato il volume e mi sono guardata le mani. Sono le mani lisce e curate di una ricercatrice farmaceutica che ha studiato all’Università di Pisa, che ha passato anni a modellare molecole negli Stati Uniti e che oggi combatte la disinformazione scientifica. Subito dopo ho pensato a mia sorella maggiore, che oggi ha 52 anni. Lei è un ingegnere meccanico alla CNH Industrial – la storica Fiat di Lecce – e quelle mani le usa per coordinare la progettazione di componenti meccaniche avanzate per ruspe ed escavatori. Infine, ho rivisto le mani delle mie nonne: nodose, precocemente invecchiate, con la pelle spaccata dal gelo invernale e i polpastrelli irrimediabilmente neri di nicotina già a dodici anni, quando si svegliavano alle tre del mattino per andare a raccogliere le foglie di tabacco nel buio delle campagne.

Se io e mia sorella oggi abbiamo le mani che abbiamo, lo dobbiamo a un percorso preciso, a una staffetta generazionale che ha i piedi piantati nella realtà e non nel folklore. Nostro padre è entrato in quella fabbrica nel 1972 come operaio di prima generazione, aggrappandosi al sogno industriale per strappare la sua famiglia alla precarietà della terra. Mia sorella, anni dopo, ci è rientrata dalla porta principale come progettista, abbattendo le barriere di un ambiente che fino a quel momento era stato un monopolio esclusivamente maschile. Noi siamo questo: la testa tecnologica, scientifica e accademica di una terra che qualcuno, per pura pigrizia intellettuale, si ostina a voler descrivere e mitizzare solo a piedi scalzi.

C’è una narrazione para-pasoliniana – alimentata negli anni dalla colonna sonora colta di Vinicio Capossela, con i suoi miti della polvere, dei muli e della fame sacra, e oggi reinterpretata in chiave pop – che ha letteralmente colonizzato l’immaginario sul Salento ed esteso il cliché a tutta la regione. E non ne faccio una colpa a Serena Brancale: lei, cresciuta in una famiglia di musicisti in città, in quel contesto urbano e benestante, è la prima a cadere vittima, in totale buona fede, di questo Sud da cartolina. È il lusso di chi può permettersi di guardare il passato attraverso il filtro dell’arte, del ritmo e della nostalgia, trasformando una terra complessa in un oleografico e rassicurante presepe mediterraneo per turisti in cerca di brividi rurali. Quella “purezza contadina” che oggi i turisti urbani celebrano ballando la pizzica fino all’alba nei festival estivi non è mai stata una scelta filosofica, né un manifesto politico di decrescita felice. Era miseria nera. Era la malaria che flagellava le zone costiere prima delle bonifiche. Era la subalternità umiliante al latifondo, dove il bracciante non era un custode dei segreti della terra, ma un uomo che vendeva le proprie braccia un giorno alla volta nella piazza del paese, sperando che il fattore scegliesse lui per non far saltare la cena ai figli. I nostri nonni non facevano slow-living, facevano la fame. E il lavoro delle tabacchine non era un rito antropologico da fotografare: era una fatica tossica, a contatto costante con le resine della pianta che penetravano la pelle causandone la parziale intossicazione, in magazzini privi di aerazione. Oggi lo definiremmo, semplicemente, sfruttamento criminale.

Il vero capolavoro di ipocrisia di questa “Disneyfazione” della povertà è che si tratta di un prodotto culturale confezionato, promosso e consumato rigorosamente da persone che la povertà non l’hanno mai vista nemmeno da lontano. È un lusso da ricchi romanticizzare la scarsità. Chi oggi visita un borgo salentino, guarda le case in pietra con le volte a stella o l’arredamento minimalista e ci vede della “poesia”, compie un errore di anacronismo imperdonabile. Ignora deliberatamente che, per le generazioni che le hanno abitate, quelle stanze erano solo luoghi umidi, bui, impossibili da scaldare d’inverno e totalmente privi di servizi igienici elementari. Esiste un paternalismo estetico sottile e violento in tutto questo. Si pretende che il Sud rimanga immobile, rurale, pittoresco e “incontaminato” – un termine che in biologia usiamo per i sistemi isolati e non evoluti – solo per non rovinare lo sfondo Instagram o le vacanze alternative del professionista di città. È l’idea perversa per cui i locali debbano conservare un’arretratezza da museo antropologico per permettere al visitatore di fare il suo bagno di umiltà settimanale, prima di tornarsene il lunedì mattina al proprio lavoro climatizzato, iper-connesso e lautamente retribuito nelle metropoli del Nord.

La cosa che più mi ferisce, sia come figlia di questa terra sia come scienziata che crede nel progresso, è che questa narrazione romantica cancella con un colpo di spugna il più grande, reale e faticoso miracolo sociale della nostra storia recente: l’emancipazione industriale. La tuta blu di mio padre, la certezza di uno stipendio fisso il 27 del mese, l’orario di lavoro regolamentato e i contributi previdenziali non sono stati un “tradimento della tradizione”. Sono stati la nostra vera rivoluzione, l’equivalente della scoperta degli antibiotici per una popolazione decimata dalle infezioni. È stata la forza d’urto che ha scardinato la precarietà del lavoro a cottimo e il ricatto dei campi. Se oggi i puristi del rustico-chic storcono il naso davanti alle cucine anni ’70 in formica lucida o alle case in mattoni e cemento che hanno sostituito i vecchi tuguri, non capiscono che per quella generazione il laminato rappresentava l’igiene, la facilità di pulizia, la modernità lavabile che scacciava la polvere e la miseria. È solo grazie a quel turno in fabbrica alla Fiat di Lecce, a quei sacrifici e a quella precisa idea di progresso materiale che mia sorella ha potuto frequentare l’università negli anni ’90 diventando ingegnere, e io ho potuto fare chimica farmaceutica a Pisa. Il benessere non si misura con la nostalgia, si misura con le opportunità che riesci a garantire ai tuoi figli.

I nostri nonni odiavano il folklore che oggi vendiamo a pacchetti da dieci euro nei negozi di souvenir, e avevano perfettamente ragione. Per loro il progresso non era una minaccia all’identità, era la conquista della dignità elementare: il bagno in casa, l’acqua corrente, la lavatrice che sollevava le donne da ore di bucato nei lavatoi pubblici, e soprattutto lo studio per le nuove generazioni. La speranza che i figli potessero finalmente camminare a testa alta, senza dover piegare la schiena sulla terra per sbarcare il lunario. Quando esigiamo che il Salento reciti a tutti i costi la parte del paradiso arcaico e incontaminato, stiamo compiendo un atto di profonda ingiustizia. Lo facciamo quando pretendiamo che le persone del posto facciano le comparse in un set cinematografico per curare la nostalgia consumistica altrui, ma lo facciamo anche quando rifiutiamo la scienza in nome di un’idea magica, intoccabile e feticista della natura. Lo abbiamo visto con la gestione della Xylella: preferire le teorie del complotto, gli infusi miracolosi o la retorica dell’olivo sacro alla rigida applicazione dei protocolli scientifici è il sintomo della stessa identica malattia culturale. È il rifiuto dell’evoluzione in nome del mito. Ma la natura non è un tempio pagano che risponde alle preghiere; è un sistema biologico regolato da leggi biochimiche che non fanno sconti alla nostra emotività.

Amiamo pure il nostro mare cristallino, le nostre coste e la bellezza travolgente della nostra musica. Io stessa porto dentro quel calore e quelle tradizioni, che hanno plasmato la mia curiosità e la mia determinazione fin da bambina. Ma smettiamola, vi prego, di mitizzare la privazione materiale e l’arretratezza tecnologica come se fossero virtù spirituali superiori. Immaginare un virus come un ladro che cerca di entrare in casa ci aiuta a capire la vulnerabilità di un organismo; allo stesso modo, capire che la povertà del passato era una gabbia ci aiuta a dare il giusto valore al presente. Mia sorella che coordina la produzione di grandi ruspe e io che analizzo molecole farmaceutiche al computer siamo il Salento tanto quanto la pizzica. Anzi, ne siamo il riscatto più autentico. Rispettare le proprio radici non significa desiderare che restino intrappolate nel fango, nella silicosi delle cave e nella fame per fare atmosfera durante le vacanze. Significa celebrarne l’emancipazione, l’accesso allo studio, la maturità scientifica e la modernità. Perché la dignità di un popolo non si fotografa: si conquista con il progresso.

(Giulia Remedi)

Prompt:

intro: dopo aver scritto un pezzo per ricordare, pochi giorni fa, la storia della Xylella in Puglia, e dopo aver ascoltato casualmente per la millesima volta Al Mio Paese di Serena Brancale, qualcosa è scattato. ho guardato le mie mani lisce e curate da ricercatrice farmaceutica. Ho pensato a mia sorella maggiore, 52 anni, ingegnere meccanico alla CNH Industrial (la storica Fiat di Lecce) e alle sue belle mani che progettano componenti avanzate. E poi ho pensato alle mani delle mie nonne: nodose, spaccate dal freddo e nere di nicotina già a dodici anni, quando raccoglievano tabacco alle tre del mattino. Se io e mia sorella abbiamo le mani che abbiamo, è perché mio padre è entrato in quella fabbrica nel '72 come operaio, e lei ci è rientrata anni dopo da progettista. Noi siamo la testa tecnologica e scientifica di una terra che qualcuno si ostina a voler descrivere solo a piedi scalzi.

parte 1: C’è una narrazione para-pasoliniana — alimentata negli anni dalla colonna sonora colta e finto-ancestrale di Vinicio Capossela, con i suoi miti della polvere, dei muli e della fame sacra — che ha letteralmente colonizzato il Salento, trasformandolo in un oleografico presepe mediterraneo per turisti. E' ormai immaginario pop, come testimonia pure Serena Brancale, della cui buona fede sono certa. Questa "purezza contadina" che oggi i turisti urbani celebrano nei festival della pizzica non è mai stata una scelta filosofica. Era miseria, malaria e subalternità al latifondo. I nostri nonni non facevano "slow-living", facevano la fame; e le tabacchine subivano una fatica tossica che oggi definiremmo sfruttamento criminale.

parte 2: Il vero capolavoro di ipocrisia di questa "Disneyfazione" della povertà è che viene promossa e consumata rigorosamente da chi povero non lo è mai stato. Chi guarda oggi la casa in pietra o la cucina minimalista e ci vede della "poesia" ignora che, per chi ci abitava, quelle erano solo stanze umide, senza riscaldamento e senza servizi igienici. Un paternalismo estetico imperdonabile pretende che il Sud rimanga immobile, rurale e "incontaminato" solo per non rovinare lo sfondo Instagram e le vacanze alternative di chi il lunedì torna comodamente al proprio lavoro climatizzato e iper-connesso nelle grandi città del Nord.

parte 3: La cosa che più mi fa rabbia è che questo racconto cancella il più grande miracolo sociale della nostra storia recente: l’emancipazione industriale. La tuta blu di mio padre, lo stipendio fisso, l'orario regolamentato e i contributi previdenziali sono stati la nostra vera rivoluzione, la forza d'urto che ha scardinato la precarietà del cottimo nei campi. È solo grazie a quel turno in fabbrica e a quella cucina in formica – tanto snobbata dai puristi del rustico-chic – che mia sorella ha potuto prendersi una laurea in ingegneria alla fine degli anni '90 e io ho potuto fare chimica farmaceutica.

parte 4: I nostri nonni odiavano il folklore che oggi vendiamo a pacchetti da dieci euro, e avevano perfettamente ragione. Per loro il progresso non era una minaccia alla tradizione, era la dignità del bagno in casa, dell'acqua corrente e delle nuove generazioni che finalmente non dovevano più piegarsi sulla terra per sbarcare il lunario. Quando esigiamo che il Salento reciti la parte del paradiso arcaico — o quando rifiutiamo la scienza per difendere un'idea magica e intoccabile della natura, come succede con la Xylella — stiamo negando a questa terra il diritto all'evoluzione, pretendendo che le persone del posto facciano le comparse in un set cinematografico per curare la nostalgia consumistica altrui.

parte 5: Amiamo pure il nostro mare e la nostra musica, ma smettiamola di mitizzare la privazione materiale come se fosse una virtù spirituale. Mia sorella che progetta macchine movimento terra e io che analizzo molecole siamo il Salento tanto quanto la pizzica, anzi, ne siamo il riscatto. Rispettare le proprie radici significa celebrarne l'emancipazione, lo studio e la modernità, non desiderare che restino intrappolate nel fango e nella fame per fare atmosfera.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove necessario.

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