
Il 26 giugno 2026 doveva essere il giorno della svolta per Gaza. Otto attivisti e giornalisti palestinesi – quasi tutti residenti in Egitto – avevano lanciato un appello attraverso una pagina Facebook chiamata “Rivoluzione del 26 giugno”. Nessuna chiamata alle armi, nessuna rivoluzione violenta. Chiedevano la fine delle ostilità, l’attuazione del cessate il fuoco, l’avvio della ricostruzione. Dopo mesi di bombe, fame, malattie e tende infestate dai topi, sembrava una richiesta banale. Invece era la richiesta più pericolosa che si potesse rivolgere a Hamas.
Le strade sono rimaste vuote. E qui è iniziata la solita lettura superficiale: “Vedete? Il popolo è con la resistenza.” No. Le strade erano vuote per la paura.
Fin dalle prime ore del mattino Hamas aveva blindato la Striscia. Miliziani armati agli incroci, camionette, posti di blocco. Persino uomini reclutati e pagati 200 shekel – una sessantina di euro – per presidiare le strade. Domanda semplice: se davvero il consenso fosse così solido, perché schierare un apparato di sicurezza così imponente contro una manifestazione pacifica?
La risposta l’ha fornita Yousef Yasser, uno degli organizzatori: “Sono bastati otto attivisti dietro un computer a terrorizzare Hamas per sedici giorni. Il movimento ha vissuto un terrore indescrivibile.” Otto ragazzi, otto telefoni, una pagina Facebook. Dall’altra parte, un’organizzazione armata che governa due milioni di persone, costretta per oltre due settimane a mobilitare uomini, diffondere disinformazione, minacciare, controllare ogni angolo della Striscia. Se bastano otto persone a provocare una simile reazione, forse il problema non è la forza degli oppositori. È la fragilità del potere.
Le dittature hanno sempre adorato le piazze silenziose. Le fotografano, le mostrano come prova del consenso e poi dimenticano un dettaglio minuscolo: quando fuori ci sono uomini armati e dentro casa hai dei figli, il silenzio non è un’opinione politica. È un istinto di sopravvivenza.
Anche le parole dei dirigenti di Hamas raccontano molto più di qualsiasi comunicato ufficiale. Osama Hamdan ha dichiarato che il diritto della popolazione di Gaza consiste nella lotta e nel silenzio, non nella richiesta di una vita dignitosa. Khaled Meshal ha definito la morte dei civili semplici “perdite tattiche”. Ismail Haniyeh ha ripetuto che “abbiamo bisogno del vostro sangue”. Ghazi Hamad è arrivato a sostenere che il popolo rappresenta una carta di pressione, anche se dovessero morire ventimila persone o più. Ogni volta che rileggo queste dichiarazioni mi chiedo cosa sarebbe accaduto se frasi simili fossero state pronunciate da qualsiasi altro leader del pianeta. Invece, troppo spesso, queste parole vengono archiviate come rumore di fondo.
A rendere il quadro ancora più inquietante è arrivata una fatwa emessa da ulema vicini ai Fratelli Musulmani: protestare contro Hamas è diventato haram, proibito. Chi dissente viene dipinto come collaborazionista di Israele. La selettività morale è impressionante. Contestare Hamas diventa un gravissimo peccato religioso. Il massacro del 7 ottobre? Nessuna urgenza teologica. I rapimenti dei civili? Silenzio. Le violenze sessuali? Silenzio. Il furto degli aiuti umanitari? Silenzio. L’utilizzo sistematico dei civili come scudi umani? Silenzio. La religione, che dovrebbe rappresentare un limite morale, viene trasformata nell’ennesimo strumento di controllo politico.
Anche la struttura sociale della Striscia aiuta a capire perché una mobilitazione popolare sia tanto difficile. Esiste una parte della popolazione che dipende dall’apparato di Hamas: dipendenti pubblici, reti clientelari, commercianti che prosperano grazie all’economia di guerra. Dall’altra parte ci sono gli sfollati, quelli che hanno perso tutto. Sono i più motivati a ribellarsi, ma anche i più vulnerabili. Chi vive in una tenda, senza protezione, è il bersaglio perfetto per minacce e intimidazioni. Fatah, nel frattempo, osserva quasi immobile, paralizzata dal timore che una mobilitazione ufficiale possa degenerare in una guerra civile palestinese.
Alla fine Hamas ha certamente vinto la battaglia del 26 giugno. Ha impedito la protesta, ha mantenuto il controllo del territorio, ha dimostrato di possedere ancora un apparato repressivo efficiente. Ma il dato più significativo resta quello iniziale: otto ragazzi senza armi sono riusciti a terrorizzare, per sedici giorni, un’organizzazione armata. È una sproporzione che racconta molto più di qualsiasi sondaggio. Come ha osservato il dottor Ahmed Mortaja: “Potete impedire alle persone di scendere in strada, ma non potete confiscare la rabbia né reprimere la richiesta di dignità. Questo non è stato l’ultimo tentativo: è solo un primo round.”
C’è infine una riflessione che continuo a farmi. Negli ultimi mesi abbiamo visto manifestazioni oceaniche in ogni parte del mondo in sostegno della popolazione palestinese. Cortei, sit-in, bandiere, slogan. È giusto indignarsi davanti alla sofferenza dei civili. Continuo però ad aspettare la grande manifestazione internazionale in cui qualcuno chieda che quel popolo venga liberato anche da Hamas. Nemmeno una? Curioso. Perché se il principio è difendere i palestinesi, dovrebbe valere anche quando i palestinesi vengono intimiditi e repressi da chi governa Gaza. Altrimenti la solidarietà smette di essere un principio universale e diventa una selezione accurata delle vittime.
La tragedia palestinese non finirà soltanto quando smetteranno di cadere le bombe. Finirà quando un cittadino di Gaza potrà chiedere pace, lavoro, libertà e dignità senza temere né un missile sopra la testa né un kalashnikov puntato alle spalle. Ed è forse proprio questa l’immagine che terrorizza Hamas più di qualsiasi esercito.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: Il 26 giugno 2026 doveva essere il giorno della svolta a Gaza. Un gruppo di otto attivisti e giornalisti palestinesi – per lo più residenti all'estero, in Egitto – aveva lanciato un appello per una mobilitazione pacifica attraverso una pagina Facebook chiamata "Rivoluzione del 26 giugno". Chiedevano la fine delle ostilità, l'attuazione dell'accordo di cessate il fuoco, l'avvio della ricostruzione. Il popolo di Gaza, stremato da fame, malattie e tende infestate da topi, avrebbe dovuto riempire le strade. Invece, le strade sono rimaste deserte. Ma non per un plebiscito di sostegno a Hamas. Per terrore.
parte 1: Hamas ha blindato la Striscia fin dal mattino: miliziani armati, camionette, posti di blocco. Agenti pagati 200 shekel (circa 60 euro) per presidiare gli incroci e impedire qualsiasi assembramento. La narrazione ufficiale – "il popolo è con la resistenza" – è crollata quando Yousef Yasser, uno degli organizzatori, ha svelato la verità: "Sono bastati otto attivisti dietro un computer a terrorizzare Hamas per 16 giorni. Il movimento ha vissuto un terrore indescrivibile." Quegli otto ragazzi, armati solo di parole e telefoni, hanno costretto un intero apparato militare a mobilitarsi, a schierare un imponente dispositivo di sicurezza e a lanciare una campagna di terrore e disinformazione. Non è consenso, è repressione. E la reazione isterica di Hamas rivela la sua fragilità e la paura di perdere il controllo.
parte 2: Le dichiarazioni dei leader di Hamas parlano chiaro. Osama Hamdan: "L'unico diritto di Gaza è la lotta, il silenzio e non sprecare tempo in richieste per una vita dignitosa." Khaled Meshal: "La morte del popolo rappresenta solo perdite tattiche." Ismail Haniyeh: "Abbiamo bisogno del vostro sangue." Ghazi Hamad: "Il popolo è una carta di pressione, anche se ne morissero 20mila o più." Questa è la vera faccia di Hamas: una leadership che vive nel lusso all'estero mentre la popolazione viene sacrificata come carne da cannone.
parte 3: Una fatwa religiosa emessa da ulema legati ai Fratelli Musulmani ha dichiarato "haram" (proibito) protestare contro Hamas, marchiando i dissidenti come collaborazionisti di Israele. Nessuna fatwa, invece, ha mai condannato il 7 ottobre, i rapimenti, le violenze sessuali, il furto di aiuti umanitari o l'uso dei civili come scudi umani. La religione viene strumentalizzata per proteggere il potere di una banda armata, mentre i bambini di Gaza muoiono sotto le bombe e il popolo viene lasciato a marcire nelle tende.
parte 4: La società di Gaza è frammentata e paralizzata. L'80% della popolazione non ha incentivi o protezione sufficienti per rischiare lo scontro con Hamas: ci sono i dipendenti del movimento, i profittatori di guerra, gli speculatori, chi ha stipendi sicuri. Solo il 20% – i più disperati, gli sfollati che hanno perso tutto – ha le motivazioni per protestare. Ma sono anche i più deboli, i più esposti alle campagne di diffamazione e alle minacce. Fatah, dal canto suo, è inerte, temendo che una mobilitazione ufficiale possa scatenare una guerra civile fratricida.
parte 5: Hamas ha vinto una battaglia logistica il 26 giugno, usando fucili e terrore religioso. Ma sta perdendo la guerra per i cuori e le menti della gente. Il fatto che otto ragazzi senza armi abbiano terrorizzato un movimento armato per 16 giorni è la prova più evidente che il consenso di Hamas è una finzione. Come ha detto il Dr. Ahmed Mortaja: "Potete impedire alle persone di scendere in strada, ma non potete confiscare la rabbia né reprimere la richiesta di dignità. Questo non è stato l'ultimo tentativo: è solo un primo round." La partita per il futuro di Gaza resta aperta. Ma finché il popolo sarà appeso a testa in giù nelle vignette della propaganda, il sangue che corre continuerà a macchiare le finte vittorie di Hamas. La verità, prima o poi, verrà a galla.
parte 6: mi fa piacere vedere tante manifestazioni in supporto della popolazione palestinese, perché si liberi di Hamas... ops, come dite, nemmeno una? Chissà come mai...
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo.