
C’è un fenomeno che mi sta regalando più soddisfazioni del trailer stesso. Da qualche settimana l’Italia è diventata la più grande succursale mondiale del dipartimento di Filologia Classica. Improvvisamente siamo circondati da specialisti integerrimi del mondo omerico. Persone che fino all’altro ieri avrebbero faticato a spiegare la differenza tra l’epica arcaica e una puntata di Ulisse – Il piacere della scoperta, oggi discutono con feroce sicurezza dell’etnia di Elena, della foggia corretta degli schinieri micenei e della scandalosa “infedeltà” di Christopher Nolan nei confronti del testo di Omero. È magnifico. Perché il mito, per sua natura, sfugge a questa ansia notarile. Non è un reperto da sigillare in una teca climatizzata. È un organismo vivente, una storia che attraversa i secoli cambiando pelle ogni volta che incontra una nuova civiltà. Se davvero Omero potesse assistere a queste discussioni, probabilmente non riconoscerebbe nemmeno la propria opera. E forse si divertirebbe parecchio.
Prendiamo Elena. La domanda che ossessiona internet sembra essere una sola: “Era davvero così?”. Davvero come? Bionda? Greca? Mediterranea? Nordica? Elena non è un documento antropologico. È un simbolo. È il desiderio reso persona. È quell’unicità capace di spingere re e guerrieri a mettere in mare mille navi per inseguire un’ossessione. È un’idea prima ancora di essere un personaggio. Se Nolan sceglie Lupita Nyong’o perché incarna quella forza magnetica, quella presenza quasi mitologica, forse ha compreso l’essenza del personaggio meglio di chi pretende di misurare il DNA di una figura nata dalla poesia.
Poi arrivano le armature. Ah, le armature. È diventata improvvisamente una questione di Stato. “Non appartengono all’Età del Bronzo!” gridano i nuovi sacerdoti della filologia, come se avessero passato gli ultimi vent’anni a catalogare corazze micenee invece che discutere di fantacalcio sotto gli articoli di Facebook. Il dettaglio meraviglioso è che Omero faceva esattamente la stessa operazione. Raccontava un passato remotissimo utilizzando oggetti, usanze e immagini appartenenti anche alla propria epoca. I suoi poemi sono pieni di anacronismi. Non perché fosse ignorante, ma perché era un narratore. Adattava il mito agli occhi di chi lo ascoltava. Se Nolan costruisce una sua estetica personale, non sta tradendo Omero. Lo sta imitando. Con strumenti diversi, naturalmente, ma con identica libertà.
D’altronde Nolan è tutt’altro che ingenuo. Conosce perfettamente il meccanismo mediatico. Ogni polemica è pubblicità gratuita. Ogni indignazione genera milioni di visualizzazioni. Ogni discussione sulla pelle di Elena vale più di una campagna promozionale da decine di milioni di dollari. Da questo punto di vista, sta dirigendo il marketing con la stessa precisione con cui dirige i suoi film.
Ho però una sensazione che mi accompagna da quando è stato annunciato il progetto. Credo che sarà straordinario da vedere e piuttosto faticoso da seguire. Nolan possiede un’intelligenza visiva fuori dal comune, ma ha anche un difetto ricorrente: ama spiegare. Ama costruire architetture narrative così perfette da voler accompagnare continuamente lo spettatore attraverso ogni corridoio del labirinto. L’Odissea, invece, vive di omissioni, di ambiguità, di racconti dentro altri racconti, di silenzi che pesano quanto le parole. È un poema che lascia spazio all’immaginazione. Nolan rischia di trasformarlo in un seminario universitario illustrato in IMAX. Magnifico, impeccabile, ma forse troppo desideroso di dimostrare quanto sia intelligente. E quando un autore comincia a spiegare tutto, il mistero se ne va in punta di piedi.
La cosa buffa è che questa discussione nasce dall’idea che esista una versione “pura” del mito. Non è mai esistita. Il mito greco è probabilmente il materiale narrativo più manipolato, riscritto, tradotto e reinventato della storia occidentale. James Joyce prende l’Odissea e la trasforma in una passeggiata di un giorno nella Dublino del Novecento. Black Orpheus sposta Orfeo nelle favelas di Rio de Janeiro. Dan Simmons, con Ilium e Olympos, spedisce gli dèi su Marte, circondati da intelligenze artificiali, replicanti e archeologie del futuro. Cambia praticamente tutto. Rimane però il cuore del mito. Perché il mito non coincide con la scenografia. Coincide con le domande che continua a porre.
Questo è anche il motivo per cui bisognerebbe evitare di confondere continuamente il mito con la storia. Sono due categorie completamente diverse. Cleopatra VII Philopator è esistita davvero. Ha incontrato Giulio Cesare e Marco Antonio. Ha inciso concretamente sulla politica mediterranea. Se ne alteri arbitrariamente la biografia, stai modificando un fatto storico. Omero, invece, non scrive cronaca. Costruisce immaginari. Pretendere da lui la stessa fedeltà documentaria significa chiedere a un sogno di presentare il certificato catastale.
E allora lasciatemi chiudere con un desiderio assolutamente serio, proprio perché è completamente assurdo. Io voglio vedere John Waters dirigere l’Iliade. Ambientata a Baltimora. Con un cast interamente composto da drag queen. Achille sarebbe una diva isterica, fasciata di paillettes e tacchi dodici, che abbandona il campo perché qualcuno ha osato rubarle la scena. Agamennone diventerebbe una matrona monumentale, avvolta in lustrini e pellicce sintetiche, convinta che il cattivo gusto sia una forma superiore di comando. Ettore sarebbe il personaggio tragico, elegantissimo, intrappolato tra il dovere e un’identità che nessuno comprende davvero. Elena potrebbe tranquillamente entrare in scena come se fosse uscita dal Pride direttamente su un carro miceneo ricoperto di glitter.
Sarebbe blasfemo? Certamente. Kitsch? Inevitabilmente. Infedele? Più o meno quanto lo sono state tutte le grandi riscritture degli ultimi tremila anni. Ma forse, proprio perché completamente libero, riuscirebbe a ricordarci una cosa che internet sembra aver dimenticato: il mito non è mai stato una reliquia. È teatro. È eccesso. È travestimento. È provocazione. È una storia che continua a vivere proprio perché ogni epoca ha avuto l’arroganza di raccontarla a modo proprio.
Se proprio volete conservare le energie per uno scandalo, aspettate John Waters. Ecco, quella sì che sarebbe una guerra degna dell’Iliade.
(Margherita Nanni)
Prompt:
Intro: C'è un fenomeno che mi diverte moltissimo, in queste settimane. Improvvisamente, l'Italia si è popolata di classicisti integerrimi. Gente che fino a ieri pensava ad Odisseo e Ulisse come a due personaggi diversi oggi pontifica sull'etnia di Elena, sull'accuratezza degli scudi micenei, sulla presunta "violazione" del testo omerico. Io trovo tutto esilarante. Perché il mito non è un monumento da preservare: è un fiume carsico che scorre sottoterra e riemerge in forme sempre diverse. E nessuno, nemmeno Omero, lo riconoscerebbe come proprio.
parte 1: Elena è desiderio, è unicità, è ciò che fa bruciare gli uomini fino a scatenare una guerra. Se Nolan sceglie un'attrice che incarna questa unicità, come la bellissima Lupita Nyong'o, forse ha capito il mito meglio di chi cerca la "verità storica" in un personaggio che è pura poesia. E le armature? I classicisti della domenica vanno in estasi: "Non sono dell'età del bronzo!". Peccato che Omero facesse esattamente la stessa cosa: mescolava anacronismi a più non posso per adattare il racconto al gusto del suo pubblico. Se Nolan si inventa un'estetica sua, sta onorando la tradizione omerica.
parte 2: Nolan non è scemo. Sa che le polemiche sono il miglior carburante per il buzz mediatico, meglio di qualsiasi campagna promozionale. Ma io ho una previsione: sarà un capolavoro visivo, e sarà noioso. Perché Nolan, quando fa il professore, spiega, sviscera, toglie ogni mistero. E l'Odissea vive di silenzi, di ellissi, di cose non dette. Lui rischia di trasformarla in una lezione universitaria. Vedremo.
parte 3: La storia delle riscritture omeriche è lunga e variegata. C'è Joyce, c'è Orfeu Negro, c'è persino Dan Simmons che con Ilium (e il sequel Olympos) trasporta il mito su Marte, con dèi replicanti e archeologie future. Simmons cambia il titolo, eppure coglie il nucleo profondo del poema. Ma i nuovi paladini della purezza ignorano che il mito è sempre stato materia plasmabile. Attenzione: non confondiamo mito e storia. Cleopatra è esistita, ha incontrato Cesare e Antonio, ha segnato il destino di un impero. Se stravolgi la sua storia, è un altro discorso.
parte 4: E già che ci siamo, esprimo un sogno: vorrei che John Waters girasse una versione dell'Iliade ambientata a Baltimora, con un cast di drag queen. Achille diva isterica in tacchi a spillo, Agamennone matrona in paillettes, Ettore travestito tormentato. Sarebbe infedele, dissacrante, kitsch, eppure forse più vera di qualsiasi ricostruzione filologica. Perché il mito è anche questo: carnevalesco, travestimento, eccesso. Se proprio volete scandalizzarvi, aspettate Waters. Quella sì che sarà una polemica.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci se necessario.
assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.