Un Mito per il Presente

Elderly man playing lyre and speaking to attentive group in ancient stone ruins

Alla fine mi sono deciso. Ho visto L’Odissea di Christopher Nolan. E sì, confesso che mi aspettavo il solito colossal hollywoodiano confezionato con il consueto arsenale di effetti speciali, musiche roboanti e qualche concessione all’inclusività da catalogo. Invece mi sono trovato davanti qualcosa di molto più interessante. Un’opera che, pur con inevitabili libertà artistiche, riesce a fare ciò che il cinema dovrebbe fare molto più spesso: restituire al mito la sua funzione originaria. Non quella di reperto archeologico da contemplare dietro una teca di vetro, ma quella di strumento per comprendere il presente.

È questa la grande intuizione di Nolan. L’Odissea smette di essere il racconto di un eroe che vaga per il Mediterraneo e torna a essere ciò che era per gli antichi: una riflessione sulla fragilità della civiltà. In un’epoca come la nostra, nella quale ci illudiamo che la tecnologia abbia sostituito la storia e che il progresso abbia abolito il tragico, il regista britannico ricorda una verità quasi scandalosa: gli uomini cambiano molto meno di quanto credano. Cambiano le armi, cambiano gli strumenti, cambiano le reti commerciali. Restano identiche le passioni, l’avidità, la paura, la sete di potere e la necessità di costruire un ordine condiviso.

Il primo grande pilastro del film è la stratigrafia del tempo. Nolan rifiuta deliberatamente l’estetica da cartolina dell’antica Grecia, preferendo un mondo sporco, annerito, consumato, dove le armature sembrano aver già attraversato decine di guerre e i palazzi portano sulle pietre il peso di secoli di storia. Non è soltanto una scelta visiva: è una dichiarazione culturale. L’Odissea originale non è mai stata una cronaca lineare degli eventi. È il prodotto di secoli di trasmissione orale, di racconti che si sovrappongono, di ricordi che si fondono. Dentro Omero convivono il mondo miceneo, la Grecia arcaica e perfino elementi appartenenti a epoche differenti.

Nolan sembra aver compreso perfettamente questa natura “geologica” del poema. Il suo racconto procede come una memoria collettiva: frammentaria, irregolare, fatta di ritorni, salti temporali, ricostruzioni e omissioni. È curioso osservare come proprio il regista che ha costruito la propria carriera cinematografica manipolando il tempo trovi nell’opera più antica dell’Occidente il terreno ideale per esprimere questa ossessione. Il tempo, nel suo cinema, non è mai una linea retta. È una materia viva. Nell’Odissea accade esattamente lo stesso. Il passato continua a invadere il presente e il presente riscrive continuamente il passato.

Il secondo pilastro è ancora più affascinante perché riguarda un concetto oggi quasi incomprensibile: la xenia, l’ospitalità sacra. Per il mondo antico essa non rappresentava una semplice forma di educazione. Era il cemento stesso della civiltà. In un Mediterraneo privo di Stati moderni, di ambasciate, di trattati multilaterali e di organizzazioni internazionali, l’ospitalità costituiva il diritto internazionale dell’epoca. Ogni straniero poteva essere un dio sotto mentite spoglie. Ogni ospite meritava protezione. Ogni dono creava un vincolo reciproco.

Nolan compie una scelta coraggiosa. Riduce l’importanza del soprannaturale per riportare al centro questa legge morale. Mostri e magie passano in secondo piano; il vero protagonista diventa il patto tra gli uomini. Anche il Cavallo di Troia assume così un significato completamente diverso. Per secoli lo abbiamo celebrato come il capolavoro dell’intelligenza militare. Nolan lo trasforma invece nel peccato originale della civiltà mediterranea. Il dono, simbolo per eccellenza dell’ospitalità, viene convertito in un’arma. La fiducia diventa inganno. La reciprocità si trasforma in tradimento.

È una lettura estremamente potente. Nel momento in cui Ulisse vince con l’inganno, perde qualcosa di infinitamente più prezioso della guerra: rompe il principio che rende possibile la convivenza fra popoli diversi. La xenia cessa di essere una certezza condivisa e il sospetto prende il suo posto. La storia dimostra che le civiltà raramente muoiono perché qualcuno le conquista militarmente. Molto più spesso iniziano a dissolversi quando viene meno la fiducia reciproca. Quando ogni vicino diventa un potenziale nemico, ogni alleanza un rischio e ogni scambio commerciale una possibile trappola.

Il terzo pilastro è probabilmente il più ambizioso dell’intero film. Nolan sceglie infatti una lettura storiografica che negli ultimi decenni ha conquistato sempre maggiore credito fra gli studiosi: il collasso dell’Età del Bronzo non fu provocato da una singola invasione, bensì da una concatenazione di crisi. Intorno al 1200 avanti Cristo il Mediterraneo orientale rappresentava una rete globale sorprendentemente sofisticata. Il rame arrivava da Cipro, lo stagno proveniva da regioni lontanissime, le grandi monarchie commerciavano, stringevano matrimoni diplomatici, si scambiavano ambasciatori, artigiani e tecnologie. Un sistema internazionale complesso, interdipendente e apparentemente stabile.

Poi qualcosa si spezza. Una lunga siccità colpisce vaste aree del Vicino Oriente. Terremoti devastano numerosi centri urbani. Le rotte commerciali si interrompono. Il bronzo diventa difficile da produrre. Le carestie alimentano rivolte interne. I grandi palazzi amministrativi crollano uno dopo l’altro. Dentro questo scenario appaiono i famosi Popoli del Mare.

La narrazione tradizionale li ha spesso descritti come misteriosi invasori venuti da chissà dove, quasi fossero un esercito uscito da una leggenda. La ricostruzione proposta da Nolan è invece molto più plausibile e infinitamente più tragica. Quei guerrieri potrebbero essere stati gli ultimi prodotti della stessa civiltà che stavano distruggendo: contadini rimasti senza raccolti, mercenari senza esercito, marinai senza commerci, profughi, ex soldati micenei reduci dalla guerra di Troia. Intere popolazioni che, private di ogni forma di sostentamento, si trasformano in una gigantesca migrazione armata. Non arrivano perché desiderano conquistare il mondo. Arrivano perché il loro mondo è già morto.

Ed è questa forse la riflessione più inquietante dell’intero film. Una civiltà non genera soltanto la propria grandezza. Può generare anche i propri demolitori quando perde la capacità di mantenere in equilibrio il sistema che essa stessa ha costruito. Persino la scrittura scompare. La Lineare B viene dimenticata. Per secoli il Mediterraneo entra in una lunga notte culturale.

L’attualità di questa lettura è quasi imbarazzante. Viviamo dentro una civiltà infinitamente più complessa di quella dell’Età del Bronzo, ma anche infinitamente più interdipendente. Le catene produttive attraversano continenti. Le economie dipendono da materie prime estratte dall’altra parte del pianeta. I commerci sono vulnerabili a guerre, crisi climatiche, tensioni geopolitiche e instabilità energetiche. Basta osservare ciò che è accaduto negli ultimi anni: una pandemia interrompe le forniture globali, un conflitto modifica gli equilibri energetici, una crisi nel Mar Rosso rallenta il traffico commerciale mondiale. Ogni ingranaggio influenza tutti gli altri.

Nolan non costruisce un pamphlet politico. Costruisce un’allegoria storica. Il suo Ulisse comprende troppo tardi che ogni vittoria ottenuta violando le regole fondamentali della convivenza contiene già il seme della futura disfatta. Quando si rompe il filo invisibile della fiducia collettiva, l’intero edificio della civiltà inizia lentamente a incrinarsi. È un messaggio che dovrebbe interessare tanto chi governa quanto chi continua a immaginare il progresso come un percorso irreversibile. La storia insegna esattamente il contrario. Nessuna civiltà possiede un’assicurazione contro il declino.

Quando i palazzi bruciano, quando gli archivi vengono distrutti, quando le rotte commerciali scompaiono e persino la scrittura cade nell’oblio, resta una sola cosa: la parola. Il canto. La memoria affidata agli aedi. Per secoli nessuno ha potuto leggere gli archivi micenei. Eppure Ulisse è sopravvissuto. Achille è sopravvissuto. Troia è sopravvissuta. Non grazie ai documenti amministrativi, ma grazie alla forza del racconto.

Il mito svolge precisamente questa funzione. Conserva l’esperienza umana quando tutto il resto scompare. Attraversa le epoche come una torcia passata di mano in mano, ricordando a ogni generazione che il progresso materiale può crollare in pochi anni, mentre una storia capace di parlare all’animo umano può attraversare tremila anni senza perdere la propria voce.

Forse è questa la lezione più profonda del film di Nolan. Le civiltà non sopravvivono soltanto grazie alle infrastrutture, agli eserciti o alle ricchezze. Sopravvivono se conservano un’identità, una memoria condivisa e il desiderio di raccontarsi. Per questo motivo L’Odissea continua ancora oggi a parlarci. Perché non racconta il passato. Racconta ogni presente nel quale gli uomini rischiano di dimenticare chi sono. E quando accade, la storia ricomincia sempre allo stesso modo: con un viaggio, con una crisi e con qualcuno che, nel buio, trova ancora la forza di trasformare il dolore in racconto.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: alla fine mi sono deciso e ho visto L'Odissea di Christopher Nolan. La pellicola si rivela un'operazione culturale capace di riattivare la funzione ancestrale del mito. Attraverso tre pilastri fondamentali, Nolan dimostra come una storia di tremila anni fa possa parlare direttamente alle nostre paure più profonde e contemporanee, trasformando l'epica classica in uno specchio del nostro presente. Già.

parte 1: Il primo pilastro è la stratigrafia del tempo. Nolan unisce la precisione dell'archeologia dell'Età del Bronzo con la frammentarietà narrativa del ciclo omerico. Le armature annerite, i palazzi arcaici e la struttura a incastri non sono semplici licenze poetiche, ma riflettono la natura stessa del poema originale, che non è una cronologia lineare ma un mosaico di epoche stratificate nei secoli. Questa sovrapposizione toglie il mito dal museo e lo lancia nel presente, dimostrando che la memoria storica ha la stessa natura fluida del tempo tipica del regista.

parte 2: Il secondo elemento cardine è la xenia (l'ospitalità) intesa come legge universale, la vera spina dorsale del mondo antico. Nel film, mostri e incantesimi lasciano il posto a un ordinamento normativo basato sulla reciprocità e sulla fiducia. Il Cavallo di Troia smette di essere un trionfo di astuzia e diventa il "peccato originale": l'aver trasformato il dono ospitale in un'arma. Quando Ulisse viola questo codice sacro, spezza la fiducia globale tra i popoli. La xenia non è un semplice dovere morale, ma la regola fondamentale che permette la convivenza ed evita la barbarie.

parte 3: Ed è qui che si arriva al terzo pilastro: la dissoluzione e il crollo. Nolan adotta un'affascinante prospettiva storiografica per spiegare il collasso dell'Età del Bronzo intorno al 1200 a.C. Non fu un singolo evento a distruggere quel mondo globalizzato ante litteram, ma una "tempesta perfetta": una siccità secolare e una serie di catastrofici terremoti mandarono in blocco le rotte interdipendenti del rame e dello stagno, scatenando carestie e rivolte sociali interne che fecero crollare i palazzi. I misteriosi "Popoli del Mare" che le cronache egizie descrivono come un'apocalisse di predoni, non sono quindi invasori alieni, ma l'effetto finale di questa reazione a catena. Intere masse di profughi, contadini affamati e soldati micenei rimasti senza patria dopo la guerra di Troia si uniscono in una valanga umana disperata, costretta a razziare la civiltà successiva per sopravvivere, cancellando imperi e persino la scrittura (la Lineare B).

parte 4: Questa interpretazione rende il film straordinariamente attuale. In un'epoca come la nostra, complessa e iper-connessa, segnata da tensioni geopolitiche, cambiamenti climatici e dal rischio di veder crollare i patti internazionali che garantiscono l'equilibrio globale, la pellicola risuona come un monito familiare. Ci ricorda che le civiltà avanzate sono fragili e che basta spezzare il filo della fiducia collettiva e della cooperazione per far crollare l'intero sistema sotto il peso delle nostre stesse azioni, trasformando le vittime della crisi nei suoi stessi distruttori, proprio come accade all'Ulisse del film.

parte 5: questa Odissea conferma la funzione eterna del mito: un racconto che non appartiene al passato, ma che serve a decodificare le crisi del presente. Quando tutto crolla — rotte commerciali, palazzi e istituzioni — l'unica cosa che sopravvive alla distruzione e al silenzio dei secoli bui è la parola, il canto degli aedi. Il mito attraversa le epoche per ricordarci chi siamo, dimostrando che finché ci sarà una voce capace di raccontare il nostro trauma, ci sarà sempre la speranza di ricostruire il futuro.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.

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