
Il drammatico caso di Bologna, dove un uomo ha perso la vita sull’asfalto durante un fermo di polizia, ha riaperto una ferita che l’Italia si ostina a ricucire con il nastro adesivo della propaganda. Davanti a immagini tanto violente, davanti a un corpo immobilizzato e a grida che chiedono aiuto, il primo sentimento dovrebbe essere il silenzio. Il secondo, la ricerca della verità. Invece il nostro tempo ha abolito entrambe le cose. Prima ancora che la magistratura possa ricostruire i fatti, prima ancora che le perizie dicano cosa sia realmente accaduto, il caso viene risucchiato nel tritacarne della polarizzazione permanente. Nel giro di poche ore tutto è già deciso: per alcuni siamo davanti all’ennesimo abuso di potere, per altri all’ennesima campagna contro le forze dell’ordine. La realtà, quella vera, viene schiacciata sotto il peso delle tifoserie.
Da anni assistiamo a una trasformazione inquietante del linguaggio pubblico. La sicurezza è stata ridotta a uno slogan elettorale, a una parola d’ordine da agitare nei comizi e sui social. La destra oggi al governo, con la sua miscela di populismo e pulsioni nostalgiche che troppo spesso strizzano l’occhio a un immaginario autoritario, ha costruito una parte consistente del proprio consenso sulla promessa di “ripulire” le città, di restituire ordine, di alzare muri contro tutto ciò che viene percepito come diverso: immigrati, poveri, marginali, tossicodipendenti, chiunque possa diventare il bersaglio perfetto della rabbia collettiva.
Il problema è che la propaganda costa poco. Governare costa molto di più.
Perché mentre si organizzano conferenze stampa dai toni muscolari e si promettono pugni di ferro, gli uomini e le donne in divisa continuano a lavorare con organici insufficienti, turni massacranti, formazione spesso inadeguata per affrontare situazioni di estrema tensione psicologica. Chi manda ogni giorno gli agenti nelle strade dovrebbe avere il pudore di garantire loro strumenti migliori invece di limitarsi a usarli come scenografia permanente della propria narrazione securitaria.
Il paradosso è persino crudele. Gli stessi che alimentano l’idea di uno scontro permanente fra “noi” e “loro” finiscono poi per lasciare soli proprio coloro ai quali chiedono di incarnare l’autorità dello Stato. L’ordine pubblico diventa così una gigantesca operazione di marketing, dove la complessità viene sacrificata sull’altare dello slogan.
Naturalmente esiste anche l’altra faccia della medaglia, e ignorarla sarebbe intellettualmente disonesto. Chi indossa una divisa esercita uno dei mestieri più difficili che una democrazia possa affidare ai propri cittadini. Ogni intervento può trasformarsi in pochi secondi in una questione di vita o di morte. Chi affronta persone armate, alterate da sostanze o in piena crisi psicotica deve prendere decisioni rapidissime, spesso impossibili da giudicare con il telecomando in mano e il video rallentato sui social.
Da questa prospettiva, la tentazione di importare automaticamente in Italia lo schema americano del Black Lives Matter viene percepita come una forzatura ideologica. Molti vedono nelle manifestazioni immediate e nelle accuse preventive un tentativo di delegittimare le forze dell’ordine, quasi che ogni agente diventi automaticamente un potenziale carnefice e ogni intervento coercitivo un abuso di potere.
È una preoccupazione comprensibile. Uno Stato democratico non può funzionare senza una polizia autorevole. Ma autorevole non significa intoccabile. E proprio perché la polizia rappresenta lo Stato, deve essere la prima istituzione sottoposta al controllo rigoroso della legge. L’autorità senza trasparenza smette di essere autorevolezza e diventa arbitrio.
Il punto, però, è un altro. La vera malattia italiana consiste nell’aver trasformato ogni tragedia in un referendum identitario. Non importa più capire cosa sia accaduto. Importa sapere da quale parte stare.
Lo si è visto anche nel dibattito sulla legittima difesa e nel caso del gioielliere Mario Roggero. All’improvviso emerge una curiosa fisica quantistica applicata al diritto, una sorta di polizia di Schrödinger che esiste e contemporaneamente non esiste. Quando serve giustificare chi si fa giustizia da solo, gli agenti vengono descritti come eternamente assenti, incapaci di arrivare in tempo, impotenti di fronte alla criminalità. Quando invece bisogna difendere qualsiasi intervento delle forze dell’ordine, gli stessi agenti diventano infallibili, impeccabili, sempre nel giusto e persino insufficienti di numero.
Due narrazioni incompatibili che convivono serenamente nella stessa parte dell’opinione pubblica, senza il minimo imbarazzo logico.
Ancora più inquietante è il criterio morale con cui vengono distribuite compassione e indignazione. La nazionalità della vittima, il suo passato giudiziario, il colore della pelle, il suo curriculum penale sembrano determinare il valore della sua stessa vita. Se era un immigrato irregolare, un tossicodipendente o un piccolo delinquente, allora qualcuno ritiene che la sua morte pesi meno. Come se la Costituzione prevedesse esseri umani di serie A e di serie B.
È precisamente qui che uno Stato di diritto comincia a sgretolarsi.
La civiltà giuridica occidentale è nata proprio per sottrarre la giustizia all’istinto della vendetta. La pena appartiene ai tribunali, non alla strada. L’uso della forza appartiene allo Stato, ma proprio per questo deve rispettare limiti rigorosi. Se accettiamo che l’esito di un fermo possa essere giudicato sulla base della simpatia che proviamo per la persona fermata, allora stiamo rinunciando alla radice stessa della democrazia.
Qualcuno continua a invocare modelli di tolleranza zero adottati in altre parti del mondo, evocando città ripulite con metodi inflessibili e criminalità azzerata grazie alla durezza assoluta. È una suggestione che seduce chi ha paura e cerca soluzioni semplici. La paura è una cattiva consigliera, e la storia lo dimostra con impressionante regolarità.
L’ordine è una conquista civile. L’accanimento è un’altra cosa.
Quando un uomo muore immobilizzato sull’asfalto, davanti agli occhi dei passanti e alle telecamere dei cellulari, il problema smette di riguardare esclusivamente la sicurezza. Diventa una questione morale. Ogni cittadino, indipendentemente dalle proprie idee, dovrebbe domandarsi se quello sia davvero il punto di equilibrio che desidera tra autorità e diritti.
Non significa condannare preventivamente gli agenti. Significa pretendere che venga fatta piena luce, senza sconti e senza pregiudizi. Significa ricordare che una divisa protegge lo Stato proprio quando dimostra di sapere esercitare la forza con misura.
L’Italia avrebbe bisogno di una discussione adulta. Avrebbe bisogno di investimenti seri nelle forze dell’ordine, di formazione continua, di protocolli chiari per la gestione delle persone in stato di alterazione, di strumenti tecnologici che tutelino contemporaneamente cittadini e agenti, di trasparenza nelle indagini e di una classe dirigente che smetta di usare ogni tragedia come carburante per la campagna elettorale permanente.
Invece continuiamo a oscillare fra gli ultras del manganello e quelli della delegittimazione totale dello Stato. Due estremismi che si alimentano reciprocamente e che impediscono qualunque ragionamento.
La sicurezza dei cittadini e la tutela di chi porta una divisa meritano molto più di un hashtag, di un video su TikTok o dell’ennesima rissa televisiva. Meritano istituzioni credibili, giustizia rigorosa, responsabilità e umanità.
Perché la dignità della persona non dovrebbe mai dipendere dal passaporto che porta in tasca, dalla fedina penale che ha alle spalle o dall’orientamento elettorale di chi osserva quella scena. Se questo principio dovesse venir meno, allora il problema non sarebbe più soltanto quello che è accaduto a Bologna. Sarebbe quello che, lentamente, sta accadendo alla nostra democrazia.
(Roberto De Santis)
Prompt:
Intro: Il drammatico caso di Bologna, dove un uomo ha perso la vita sull'asfalto durante un fermo di polizia, ha riaperto ferite mai del tutto rimarginate nel dibattito pubblico italiano. Davanti a immagini così forti e a urla che chiedono aiuto, la prima reazione collettiva è di profondo shock. Eppure, ancora prima che la magistratura possa fare chiarezza sulle dinamiche esatte e sulle responsabilità, l'evento è stato immediatamente assorbito dall'incessante macchina della polarizzazione.
parte 1: Da un lato, si solleva una dura requisitoria contro l'attuale gestione della sicurezza nel Paese. Molti cittadini vedono in questi episodi il riflesso di una propaganda tossica che soffia sul fuoco dell'intolleranza verso gli immigrati e i più deboli, promettendo "piazze pulite" ma lasciando poi gli agenti sul territorio da soli, sotto organico e senza una formazione adeguata. Una critica che accusa la politica di cavalcare la pancia del Paese e il "diritto alla vendetta" per scopi puramente elettorali, salvo poi dimenticarsi dei problemi reali. Nota: il governo in carica è di destra criptofascista e populista, non di "zecche buoniste".
parte 2: Dall'altro lato della barricata, si difende fermamente il principio dell'ordine e della legalità. Chi sostiene questa visione ricorda che fare il poliziotto oggi è un mestiere ad altissimo rischio e che l'uso della forza, purtroppo, diventa necessario quando ci si trova di fronte a soggetti in forte stato di alterazione che oppongono resistenza. Da questo punto di vista, l'evocazione del modello BLM e l'immediata discesa in piazza della sinistra vengono percepite come un tentativo ideologico e d'importazione americana per delegittimare le forze dell'ordine e lo Stato, quasi a voler depotenziare la polizia a discapito della sicurezza dei cittadini.
parte 3: In mezzo a questo scontro titanico, persino il dibattito sulla giustizia fai-da-te e su casi eclatanti come quello del gioielliere Roggero si intreccia con i fatti di Bologna. C'è chi intravede una pericolosa ipocrisia di fondo nell'opinione pubblica: una parte di elettorato che giustifica la morte di un uomo ammanettato o la reazione violenta di un privato cittadino solo in base alla nazionalità o alla fedina penale della vittima, sdoganando implicitamente una giustizia sommaria che non dovrebbe appartenere a uno Stato di diritto. Siamo alla polizia di Schroedinger: nel caso di Roggero, non sarebbe mai arrivata in tempo e nel caso non avrebbe fatto nulla, nel caso di Bologna sono stati bravissimi e anzi ce ne vogliono di più.
parte 4: Anche le posizioni più ciniche o favorevoli a modelli di tolleranza zero — come quelli radicali applicati all'estero per eradicare la criminalità — vacillano di fronte a dinamiche che superano il confine del contenimento per sfociare in quello che viene percepito come un accanimento fatale. Quando l'asfalto rovente diventa il teatro di un decesso in diretta, il naturale bisogno di ordine e protezione che ogni comunità avverte rischia di collassare, lasciando spazio al dubbio e alla richiesta di umanità.
parte 5: La verità è che, finché ogni tragedia verrà ridotta a una tifoseria da stadio per raccattare voti o per alimentare l'algoritmo dei social, non faremo un solo passo avanti. La sicurezza dei cittadini e la tutela di chi indossa una divisa non si costruiscono con i post su TikTok o con i processi sommari nelle piazze, ma pretendendo serietà, risorse, trasparenza e il rispetto sacrosanto della dignità umana. Sempre e per chiunque.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
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