
Ci sono guerre che cambiano il mondo. E poi ci sono guerre che finiscono per cambiare soprattutto chi le ha iniziate. Dopo oltre quattro anni e mezzo di combattimenti in Ucraina, il conflitto è ormai entrato in quella fase che i propagandisti detestano: quella dei bilanci. Perché le bandiere sventolano bene nelle piazze, gli slogan riempiono i talk show e i proclami fanno impazzire gli algoritmi dei social. I numeri, invece, hanno il pessimo vizio di essere indifferenti alla propaganda. Ed è proprio dai numeri che bisogna partire. Per la Russia, questa guerra ha ormai superato, come durata, la partecipazione sia alla Prima sia alla Seconda guerra mondiale considerate singolarmente. Un dato impressionante, che racconta molto più di qualsiasi discorso patriottico. Quando un’operazione militare che avrebbe dovuto risolversi in poche settimane diventa una guerra di logoramento lunga anni, significa che qualcosa è andato profondamente storto.
L’obiettivo dichiarato dell’invasione era impedire l’espansione della NATO. Il risultato ottenuto è l’esatto contrario. Finlandia e Svezia hanno aderito all’Alleanza Atlantica, raddoppiando il confine diretto tra Russia e NATO. Un capolavoro strategico al contrario. Mosca voleva allontanare l’Alleanza dai propri confini e si ritrova con centinaia di chilometri in più da presidiare. Anche sul mare il bilancio è impietoso. Il Baltico è ormai, di fatto, un mare quasi interamente sotto l’influenza dell’Alleanza. Nel Mar Nero, la flotta russa ha subito perdite che pochi analisti avrebbero ritenuto possibili nel 2022. L’affondamento dell’incrociatore Moskva, nave ammiraglia della flotta, è diventato il simbolo di una superiorità navale improvvisamente vulnerabile. Ancora più significativo è il progressivo indebolimento del controllo russo sul Mar d’Azov, uno specchio d’acqua che Mosca considerava praticamente un proprio lago interno. E tutto questo contro un’Ucraina che, allo scoppio della guerra, una marina militare degna di questo nome praticamente non l’aveva. Se qualcuno cercava una dimostrazione di quanto la tecnologia moderna possa ridisegnare i rapporti di forza, eccola servita.
Poi c’è il capitolo economico, spesso molto meno spettacolare dei bombardamenti, ma infinitamente più decisivo. Le guerre finiscono quasi sempre quando qualcuno smette di potersele permettere. La Russia continua a vendere petrolio e gas, è vero, ma ha perso il mercato più redditizio che possedeva: quello europeo. Ricostruire una rete commerciale equivalente richiederà anni, forse decenni. Nel frattempo il costo del denaro è schizzato verso livelli che ricordano le grandi crisi del passato. Tassi d’interesse elevatissimi significano investimenti frenati, consumi depressi e crescita soffocata. Anche sul piano politico gli effetti sono stati paradossali. In Paesi come Ungheria e Slovacchia, spesso indicati come i più vicini alle posizioni russe, l’opinione pubblica ha progressivamente rafforzato il sostegno all’appartenenza alla NATO. Ancora una volta, la realtà si è divertita a fare l’opposto delle aspettative del Cremlino.
C’è poi la questione cinese, probabilmente la più delicata di tutte. Per anni abbiamo sentito parlare di un’amicizia “senza limiti” tra Mosca e Pechino. Espressione suggestiva, ottima per le conferenze stampa, molto meno convincente quando si leggono i contratti. Il caso del gasdotto Power of Siberia 2 racconta perfettamente il nuovo equilibrio. La Cina pretende condizioni di acquisto estremamente favorevoli, vicine ai prezzi praticati sul mercato interno cinese, enormemente inferiori rispetto ai valori che la Russia riusciva a ottenere in Europa. Tradotto in linguaggio meno diplomatico: Pechino sa perfettamente che Mosca ha poche alternative e tratta di conseguenza. Quando il tuo principale cliente conosce la tua disperazione negoziale, il tavolo delle trattative smette di essere un tavolo e assomiglia molto di più a una sala operatoria.
La dipendenza emerge ancora più chiaramente osservando gli scambi commerciali. La Russia esporta soprattutto materie prime. La Cina vende tecnologia, componentistica, macchinari e semiconduttori applicando prezzi molto più elevati, giustificati dal rischio delle sanzioni occidentali. È una relazione profondamente sbilanciata. Ancora più preoccupante è la qualità delle forniture. L’aumento dei difetti riscontrati nei semiconduttori destinati all’industria russa rappresenta un problema enorme per un sistema produttivo che fatica già a sostituire la tecnologia occidentale. E poi c’è lo yuan. Sempre più transazioni vengono regolate nella valuta cinese, riducendo il ruolo del dollaro ma aumentando, parallelamente, il potere finanziario di Pechino. È un dettaglio che sfugge al grande pubblico, ma che ogni economista considera fondamentale: chi controlla la valuta controlla anche una parte significativa del margine di manovra dell’altro.
Il simbolo più evidente di questa trasformazione è probabilmente la Siberia orientale. Basta osservare una mappa demografica per capire il problema. Sul lato russo vivono pochi milioni di persone distribuite su territori immensi. Dall’altra parte del confine, nelle province cinesi confinanti, la popolazione supera abbondantemente i cento milioni. La differenza non è soltanto numerica. È economica, infrastrutturale, industriale. Attraversando il fiume Amur si passa da Heihe, città moderna e in continua espansione, a Blagoveščensk, che sembra appartenere a un’altra epoca. Gli investimenti cinesi nelle concessioni forestali, nei progetti infrastrutturali e perfino nel turismo attorno al Lago Baikal alimentano, tra molti residenti russi, la sensazione di assistere a una lenta penetrazione economica. Nessuno parla di invasioni militari. Sarebbe una caricatura. Ma le influenze si esercitano anche con il capitale, con il commercio, con il controllo delle filiere produttive e con il peso demografico. È una forma di espansione molto meno appariscente di una colonna di carri armati, ma spesso infinitamente più duratura.
Nel frattempo Mosca vede restringersi anche la propria rete internazionale. L’influenza costruita in decenni in aree come Siria, Armenia, Sahel e, in misura diversa, Venezuela, appare sempre più fragile. Ogni guerra assorbe risorse, attenzione politica, capacità diplomatica. Più energie vengono concentrate su un fronte, meno ne restano per mantenere il resto dell’impero delle relazioni internazionali. È una legge che vale da secoli e continua a funzionare con una puntualità quasi crudele.
Il paradosso finale è forse il più amaro. L’operazione nata per riaffermare la centralità strategica della Russia rischia di accelerarne la trasformazione in un partner sempre più dipendente da una potenza economicamente molto più forte. La storia è piena di imperi convinti di stare espandendo la propria influenza mentre, in realtà, stavano lentamente cedendo la propria autonomia. La propaganda continuerà a raccontare vittorie inevitabili. Lo farà oggi e probabilmente lo farà anche domani. Ma la storia, quella vera, raramente si lascia impressionare dai discorsi. Preferisce guardare i confini, i mercati, le alleanze e i rapporti di forza. E da quel punto di osservazione, il prezzo pagato dalla Russia appare molto più alto di quanto molti fossero disposti ad ammettere quando tutto ebbe inizio.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: Oltre quattro anni e mezzo di guerra in Ucraina. Per la Russia, questo conflitto ha già superato in durata la partecipazione a entrambe le guerre mondiali, prese singolarmente. I risultati sul campo e sullo scenario internazionale offrono un quadro chiaro delle conseguenze di questa scelta.
parte 1: Sul piano militare, l'invasione ha prodotto l'effetto opposto a quello dichiarato. La NATO si è allargata a Svezia e Finlandia, raddoppiando il confine con la Russia. Il Mar Baltico è oggi controllato dall'alleanza atlantica. La Flotta del Mar Nero, un tempo componente fondamentale della marina russa, ha perso la sua nave ammiraglia e il controllo del Mar d'Azov, storicamente considerato acque interne russe. Tutto ciò contro un avversario navale pressoché inesistente all'inizio del conflitto.
parte 2: La crisi economica e energetica che ne è seguita è tra le più gravi dalla seconda guerra mondiale. I tassi di interesse hanno raggiunto il 15% e il mercato del gas russo ha perso i suoi migliori clienti europei. Nel frattempo, l'opinione pubblica in paesi come Ungheria e Slovacchia si è avvicinata alla NATO, con un effetto contrario a quello sperato da Mosca.
parte 3: Il rapporto con la Cina, presentato come un'amicizia senza limiti, si sta rivelando una dipendenza senza condizioni. Il progetto del gasdotto Power of Siberia 2 è in stallo perché Pechino pretende di acquistare il gas a un prezzo interno di 50 dollari per mille metri cubi, contro gli attuali 258. Una tariffa che renderebbe l'infrastruttura in perdita per la Russia, ma Mosca non ha alternative commerciali.
parte 4: La bilancia commerciale tra i due paesi mostra una dipendenza strutturale. La Cina acquista materie prime russe a prezzi stracciati e vende componenti tecnologiche a tariffa quadruplicata, giustificata dal rischio di sanzioni occidentali. Il tasso di difetti dei semiconduttori forniti dalla Cina è salito quasi al 50%, con gravi ripercussioni sull'industria russa. Inoltre, la dipendenza dallo yuan come valuta di riferimento espone Mosca a un forte potere di leva finanziaria da parte di Pechino.
parte 5: Il caso più emblematico è quello della Siberia orientale. La regione, quasi vuota con 6-8 milioni di abitanti, confina con province cinesi che ne contano oltre 100 milioni. Gli investimenti cinesi, le concessioni forestali e il turismo di massa al Lago Baikal sono percepiti dalla popolazione locale come una colonizzazione strisciante. Le città gemelle divise dal fiume Amur mostrano il divario: Heihe, lato cinese, è una metropoli moderna; Blagoveščensk, lato russo, è rimasta ferma al passato. La guerra in Ucraina, anziché garantire a Mosca nuove influenze, sta accelerando la perdita di quelle tradizionali in Siria, Venezuela, Armenia e Sahel. La Russia rischia così di diventare essa stessa il teatro di una colonizzazione economica e demografica senza precedenti.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
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