
Una notizia è passata quasi inosservata, schiacciata dal rumore quotidiano: Donald Trump ha annunciato una “risposta positiva” da parte di Kim Jong-un alla sua proposta di ridurre le esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud. Nel frattempo, il presidente sudcoreano Lee Jae Myung si è affrettato a precisare che l’esercitazione Ulchi ha natura “puramente difensiva”. Una sequenza apparentemente rassicurante, quasi da manuale della diplomazia: il presidente americano tende la mano, il dittatore nordcoreano sembra gradire e Seoul rassicura tutti. A prima vista sembrerebbe una nuova medaglia da appuntare sul petto di Trump, il grande negoziatore capace di ottenere ciò che gli altri presidenti non avevano saputo ottenere. Il solito The Art of the Deal, insomma. Basta però grattare appena la superficie per trovare qualcosa di molto meno brillante: una potenza militare che riduce unilateralmente la propria pressione mentre l’avversario incassa il risultato senza dover concedere praticamente nulla. Più che arte dell’accordo, somiglia alla vecchia arte della ritirata raccontata come vittoria.
Il punto fondamentale è proprio questo. Trump sembra avere una concezione della politica internazionale nella quale ogni rapporto viene ridotto a una trattativa commerciale: io ti do qualcosa, tu mi dai qualcosa, ci stringiamo la mano e tutti a casa. È una visione che può perfino funzionare quando stai negoziando il prezzo di un grattacielo. Con le autocrazie funziona molto meno. Perché Kim Jong-un, Vladimir Putin e la leadership cinese non stanno cercando semplicemente di ottenere qualche concessione dagli Stati Uniti per poi accomodarsi soddisfatti al tavolo delle potenze. Hanno interessi differenti, strategie differenti e livelli di ambizione differenti, ma condividono un elemento: vogliono ridurre la capacità americana di condizionare gli eventi alle loro porte. E per farlo hanno bisogno soprattutto di una cosa: che gli alleati degli Stati Uniti comincino a dubitare della loro affidabilità.
È qui che entra in gioco la deterrenza. Una parola terribilmente noiosa per chi ama i grandi annunci, ma fondamentale per capire come funziona davvero la sicurezza internazionale. La deterrenza esiste quando l’avversario crede che il costo di un’azione aggressiva sarà superiore al beneficio che pensa di ottenere. Se quella convinzione viene meno, puoi scrivere tutti i post che vuoi, minacciare fuoco e fiamme, promettere guerre commerciali e proclamarti il più grande negoziatore della storia: hai già perso una parte del vantaggio. Ronald Reagan lo aveva capito molto bene. Non perché fosse un infallibile stratega — la storia è sempre più complicata dei santini — ma perché comprese che l’Unione Sovietica doveva essere convinta dell’esistenza di una capacità americana credibile di reagire. Il riarmo degli anni Ottanta fu anche questo: rendere costoso per Mosca immaginare di poter vincere semplicemente aspettando che Washington si stancasse.
Oggi Washington sembra muoversi nella direzione opposta. E il problema non riguarda soltanto una singola esercitazione militare. Riguarda il messaggio complessivo che gli Stati Uniti stanno inviando ai propri alleati. Se sei Seoul e osservi Washington ridurre progressivamente il proprio impegno militare nella penisola mentre Pyongyang sviluppa le proprie capacità missilistiche e nucleari, la domanda che ti viene spontanea non è “quanto è bravo Trump a fare accordi?”. È: “quanto posso fidarmi degli americani quando arriverà il momento difficile?”. Se sei Varsavia, Tallinn o Helsinki, la domanda cambia destinatario ma non natura. Se sei Taipei, probabilmente osservi tutto con un’attenzione ancora maggiore. Le alleanze vivono di trattati, certo, ma soprattutto di aspettative. E quando le aspettative vengono demolite, ricostruirle è molto più difficile che distruggerle.
La cosa quasi grottesca è che gli Stati Uniti stanno riuscendo a fare una parte del lavoro dei propri avversari senza che questi debbano nemmeno sforzarsi troppo. Per decenni Washington ha costruito una rete di alleanze senza precedenti nella storia moderna. Europa, Giappone, Corea del Sud, Australia e altri partner hanno accettato di affidare una parte significativa della propria sicurezza agli Stati Uniti perché consideravano credibile la loro presenza. Oggi quella stessa rete viene trattata sempre più spesso come un insieme di clienti insolventi, rompiscatole da rimproverare o parassiti da mettere alla porta. È una strategia curiosa. Se il tuo obiettivo è mantenere un sistema internazionale nel quale la tua potenza abbia un peso enorme, forse non è geniale comportarti come se i tuoi alleati fossero un fastidio amministrativo.
E la parte più surreale è che per indebolire gli Stati Uniti non serve nemmeno immaginare un grande complotto internazionale. Basta osservare quello che fanno da soli. Ogni concessione presentata come un capolavoro negoziale può diventare, vista dall’altra parte del tavolo, una prova che la pressione funziona. Ogni minaccia ritirata può diventare un incentivo a resistere ancora un po’. Ogni alleato umiliato può cominciare a chiedersi se non sia il caso di costruire alternative. Non serve scomodare The Manchurian Candidate, anche se ammetto che il titolo sarebbe perfetto per un certo tipo di giornalismo complottista. La spiegazione è molto meno cinematografica e proprio per questo più inquietante: una superpotenza può iniziare a consumare il proprio capitale strategico attraverso una lunga serie di decisioni apparentemente scollegate.
È questa, a mio giudizio, la parte più triste della vicenda. Gli Stati Uniti hanno vinto la Guerra Fredda non soltanto perché avevano più portaerei o più testate nucleari. Hanno vinto perché avevano costruito un sistema nel quale una quantità enorme di Paesi considerava conveniente stare dalla loro parte. Avevano denaro, tecnologia e forza militare, certamente. Ma avevano anche istituzioni, alleanze, università, imprese, mercati, capacità diplomatica e soprattutto un’enorme forza di attrazione. Il potere americano non era soltanto quello di costringerti. Era anche quello di convincerti che stare con Washington fosse nel tuo interesse. Buttare via questo patrimonio sarebbe una delle più clamorose forme di autolesionismo strategico che una grande potenza possa concepire.
Ed è qui che devo fare una confessione che probabilmente farà arrabbiare qualcuno: io, che per anni sono stata convintamente filo-americana, oggi non ho più alcun interesse a difendere l’egemonia americana in quanto tale. Anzi, penso che un ridimensionamento degli Stati Uniti possa essere salutare. Le potenze egemoni diventano pericolose quando cominciano a considerare il proprio predominio come un diritto naturale e permanente. Il mondo ha bisogno di un equilibrio più articolato, di più centri di potere, di rapporti meno sbilanciati. Se la fine dell’egemonia americana significa che Washington dovrà finalmente imparare che il pianeta non è il suo giardino privato, francamente posso conviverci benissimo.
Ma attenzione: una cosa è il ridimensionamento americano, un’altra è la sua demolizione strategica. E soprattutto una cosa è auspicare la fine di un’egemonia, altra cosa è desiderare che gli Stati Uniti vengano sostituiti da una potenza molto peggiore. Il primo scenario può produrre equilibrio. Il secondo può produrre semplicemente un cambio di padrone. E io non ho nessuna intenzione di applaudire alla sostituzione di un imperialismo con un altro soltanto perché il primo mi ha stancata.
Della Cina, personalmente, mi preoccupo meno di quanto facciano certi profeti occidentali del disastro. Pechino è autoritaria, repressiva e perfettamente capace di perseguire con durezza i propri interessi. Ma è anche una potenza economica profondamente inserita nel sistema commerciale internazionale. Decenni di delocalizzazioni occidentali hanno costruito una rete di dipendenze reciproche che non si dissolve perché qualcuno pronuncia la parola “guerra fredda” davanti a una telecamera. La Cina vuole diventare più potente, certamente. Vuole maggiore influenza, accesso ai mercati, controllo delle proprie catene strategiche e un peso internazionale commisurato alla propria forza economica. Tutto questo va monitorato con lucidità. Trasformare però ogni interesse cinese in un piano per la conquista del pianeta è analisi da fumetto.
Anche sulla Corea del Nord occorre evitare la caricatura. Pyongyang è una dittatura feroce, possiede armi nucleari e ha dimostrato più volte di essere perfettamente disposta a usare la minaccia militare come strumento. Ma proprio per questo bisogna distinguere le capacità reali dalle fantasie. Il regime nordcoreano ha soprattutto un interesse primario: sopravvivere. Non ha alcun bisogno di conquistare Seoul per dimostrare la propria esistenza. Una guerra totale significherebbe rischiare esattamente ciò che la dinastia Kim vuole evitare: la fine del regime. Ecco perché, al di là della retorica, la stabilità della penisola e una possibile progressiva normalizzazione dei rapporti tra le due Coree restano obiettivi che vale la pena perseguire. Se un giorno Seoul e Pyongyang riuscissero davvero a seppellire l’ascia di guerra, sarei la prima a brindare.
La Russia, invece, è un’altra storia. E qui mi rifiuto di fare la diplomatica da salotto. La guerra contro l’Ucraina, l’uso sistematico della coercizione militare, la pressione esercitata sui Paesi vicini, le operazioni ibride, la disinformazione e la disponibilità del Cremlino a mettere alla prova i limiti occidentali rendono Mosca un problema concreto. Non perché i russi siano “il male”, categoria infantile che lascio volentieri ai fumetti, ma perché l’attuale leadership russa ha dimostrato di considerare la forza come uno strumento legittimo per ridisegnare gli equilibri regionali. E una Russia convinta che l’Occidente sia troppo diviso o troppo impaurito per reagire rappresenta un rischio molto più serio di una quantità di fantasmi agitati quotidianamente nei talk show.
Quanto a Trump e Putin, non ho intenzione di fingere simpatia per nessuno dei due. E non ho nemmeno bisogno di augurare loro la morte per esprimere un giudizio durissimo su di loro. La politica internazionale è già abbastanza sanguinosa senza trasformare l’auspicio della morte fisica degli avversari in una categoria di analisi. Preferisco qualcosa di molto più efficace: vederli sconfitti dalle conseguenze delle loro stesse scelte. È una forma di karma decisamente meno teatrale, ma molto più interessante.
Perciò sì, guardo al declino dell’egemonia americana con una certa soddisfazione. Ma lo guardo anche con attenzione. Perché se Washington perde influenza, qualcuno occuperà lo spazio lasciato libero. La domanda decisiva è chi. Un mondo più equilibrato può essere una buona notizia. Un mondo nel quale le democrazie occidentali si indeboliscono mentre le potenze autoritarie imparano che basta aspettare per ottenere concessioni è un’altra faccenda. E sarebbe francamente stupido festeggiare la caduta di un vecchio equilibrio senza chiedersi cosa arriverà dopo.
La lezione della Corea, quindi, è molto più grande di Kim Jong-un e di un’esercitazione militare. Ci ricorda che la forza di una potenza non si misura soltanto dai missili che possiede, ma dalla credibilità della parola data. Se gli Stati Uniti vogliono davvero ridurre il proprio ruolo nel mondo, sono liberi di farlo. Ma dovrebbero almeno avere l’onestà di chiamarlo per quello che è: un disimpegno strategico, non una straordinaria vittoria diplomatica. Perché quando una superpotenza comincia a raccontare le proprie ritirate come trionfi, il problema non è più soltanto quello che sta facendo. È che potrebbe aver smesso di capire cosa le sta accadendo.
Il declino americano, dunque, può essere una grande occasione. Può significare la fine di un’egemonia troppo lunga, un riequilibrio dei rapporti internazionali e una maggiore autonomia per gli alleati. Ma può anche diventare il preludio a qualcosa di molto peggiore, se nel vuoto lasciato da Washington entreranno potenze convinte che il modo migliore per costruire il proprio futuro sia ricostruire gli imperi del passato. È questa la partita che dobbiamo guardare. Con meno slogan e più memoria storica. Perché la storia ha già dimostrato parecchie volte che quando un impero arretra, il problema successivo non è stabilire se qualcuno occuperà il vuoto. È capire chi arriverà per primo.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: Una notizia passata quasi inosservata è che Trump annuncia una "risposta positiva" da parte di Kim Jong-un dopo la sua proposta di ridurre le esercitazioni militari con la Corea del Sud. Nel frattempo, il presidente sudcoreano Lee Jae Myung si affanna a precisare che l'esercitazione Ulchi è "puramente difensiva". A prima vista sembra una vittoria per la diplomazia personale del Tycoon, ma basta grattare appena la superficie per rendersi conto che qui non c'è nessun "The Art of the Deal", bensì il solito teatrino.
parte 1: Perché la realtà è un'altra: Trump sta calando le braghe di fronte alle autocrazie. Corea del Nord, Russia e Cina non hanno alcun interesse a spartirsi il mondo in zone d'influenza come crede l'idiota alla Casa Bianca; vogliono solo indebolire gli Stati Uniti fino a metterli fuori gioco. Reagan, a differenza di questo imbecille, aveva capito che la deterrenza funziona solo quando la minaccia è credibile, e per questo si riarmò contro l'URSS. Oggi l'America sta facendo esattamente l'opposto, rendendo la sua parola una barzelletta e defenestrando gli alleati come se fossero avanzi di un pasto.
parte 2: E il bello è che non c'è nemmeno bisogno di un nemico esterno per distruggerli, perché stanno facendo tutto da soli. Viene quasi da pensare al "Manchurian Candidate", anche se lascio perdere il complottismo. La verità è più semplice e più tragica: una superpotenza che ha vinto la Guerra Fredda si sta autodistruggendo. Davvero singolare, e francamente imbarazzante.
parte 3: Detto ciò, e lo dico da ormai ex filo-americana convinta, io spero proprio che questo annientamento diplomatico internazionale avvenga. Spero che gli USA vengano ridimensionati e schiacciati il più possibile. Se questo significa mandare in frantumi l'egemonia a stelle e strisce, ben venga, perché un altro Trump o un'altra avventura bellica sarebbero letali per il pianeta intero.
parte 4: Della Cina non mi preoccupo affatto: è un Paese capitalista con interessi troppo strettamente intrecciati al nostro mercato grazie a decenni di delocalizzazioni. Della Corea del Nord nemmeno: fino a oggi hanno sostanzialmente badato ai fatti loro, e spero con tutto il cuore che le due Coree riescano a seppellire l'ascia di guerra. Il vero, unico, terrificante pericolo è la Russia. Quella sì che è una minaccia concreta, e non c'è bisogno di elencare i motivi perché li conosciamo fin troppo bene.
parte 5: Quindi, per chiudere: il karma spero faccia presto schiattare sia Trump che Putin. Ma mentre aspettiamo quel momento, teniamo gli occhi bene aperti. Il declino americano può essere una grande occasione di riequilibrio mondiale, ma se lascia il campo libero alla Russia di turno, rischiamo di passare dalla padella alla brace. Il problema non è la fine dell'America, ma chi potrebbe approfittarne per ricostruire un nuovo imperialismi. E su questo, personalmente, non ho nessuna intenzione di stare a guardare.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui..." se non il minimo indispensabile.
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