Diversity Washing: Smascherare il Paternalismo

Speaker addressing judges in a wood-paneled courtroom

La critica alle politiche sulla diversity sta diventando sempre più pretestuosa. Parte da problemi reali, e su quelli si può discutere serenamente, ma poi li gonfia fino a trasformarli in una teoria generale che, guarda caso, conferma esattamente ciò che chi critica aveva già deciso prima ancora di guardare i fatti. È un meccanismo antico: si prende una patologia, la si presenta come l’essenza del fenomeno e infine si dichiara malato l’intero organismo. Cambiano le parole, cambia il lessico, ma la logica resta quella.

Sarebbe sciocco negare che il diversity washing esista. Esiste eccome. Esiste il tokenismo, esiste la fotografia istituzionale costruita per dimostrare quanto siamo inclusivi mentre le leve vere del potere restano saldamente nelle mani degli stessi di sempre. Mettere una persona appartenente a una minoranza in una posizione visibile non significa automaticamente redistribuire autorità, risorse e possibilità. Una fotografia di gruppo con qualche volto diverso non è una rivoluzione sociale. Su questo, francamente, non vedo quale scandalo dovrebbe esserci nel dirlo.

Il problema nasce quando da questa constatazione ragionevole si compie un salto acrobatico e si pretende di descrivere l’intero mondo culturale occidentale come una specie di pachiderma ideologico ossessionato dall’identità, disposto a sacrificare ogni criterio di merito sull’altare della rappresentazione. A quel punto la domanda diventa inevitabile: dove sono le prove? Perché curiosamente le prove possono sempre aspettare. Basta evocare qualche episodio, suggerire un clima, ammiccare a un presunto sistema di complicità e il teorema è già confezionato.

Prendiamo il caso di Jason Arday a Cambridge. Se l’università ha commesso errori nella valutazione del suo lavoro, quegli errori vanno individuati, discussi e, se necessario, denunciati con tutta la severità del caso. Le istituzioni culturali non sono immuni dalle critiche solo perché si presentano con il timbro della rispettabilità accademica. Anzi, proprio perché attribuiscono valore alla conoscenza, dovrebbero essere le prime a sottoporsi alla verifica dei propri criteri.

Ma insinuare che Arday sia stato valutato con minore severità perché nero è un’altra cosa. Quella non è una semplice osservazione. È un’accusa precisa. E un’accusa precisa ha bisogno di qualcosa di più robusto di un sopracciglio alzato e di una teoria sul paternalismo dei bianchi progressisti. Altrimenti la discussione sulla qualità del lavoro scivola rapidamente in una narrazione prefabbricata nella quale la conclusione viene stabilita prima dell’esame delle circostanze.

È una tentazione particolarmente insidiosa perché si presenta con l’abito della razionalità. Il critico della diversity dice di voler difendere il merito, l’universalismo, l’uguaglianza davanti agli standard. Benissimo. Sono principi difficilmente contestabili. Ma proprio per questo bisogna guardarli con attenzione quando diventano slogan. Perché il merito non vive nel vuoto pneumatico delle astrazioni: emerge dentro istituzioni, scuole, famiglie, condizioni economiche e percorsi educativi profondamente differenti.

Il ragionamento anti-diversity, poi, possiede una qualità quasi metafisica: è costruito per avere sempre ragione. Se una persona appartenente a una minoranza ottiene un grande risultato, significa che è stata favorita. Se fallisce, ecco la dimostrazione che la diversity abbassa gli standard. Se sostiene idee progressiste, è stata indottrinata. Se le rifiuta, finalmente abbiamo trovato la minoranza autenticamente libera dal conformismo. Se protesta contro una discriminazione, è una vittima professionale; se tace, diventa la prova vivente che il problema della discriminazione è stato inventato.

Quando scrivi tu le regole, è impossibile perdere la partita.

La cosa dovrebbe insospettirci. Perché un’analisi seria dovrebbe poter essere smentita dai fatti. Dovrebbe esistere almeno qualche circostanza capace di costringere chi sostiene una tesi a correggerla. Se invece qualunque esito viene interpretato come conferma, non siamo più nel campo dell’analisi. Siamo dentro un sistema chiuso di convinzioni. E un sistema chiuso di convinzioni può essere molto brillante, molto colto, persino molto elegante, ma continua a essere un sistema chiuso.

Il passaggio più interessante, tuttavia, arriva quando la critica degli abusi comincia lentamente a trasformarsi nella critica dell’inclusione in quanto tale. È qui che il trucco diventa più evidente. Si parte dall’ipocrisia di alcune istituzioni, dalla retorica aziendale usata per lavarsi la coscienza, dalle procedure burocratiche costruite male, dagli eccessi simbolici. Tutte questioni legittime. Poi, quasi senza accorgersene, si arriva alla conclusione che sarebbe meglio non intervenire affatto.

Come se l’errore di una politica fosse la prova dell’inutilità del suo obiettivo.

È un ragionamento che abbiamo già incontrato molte volte nella storia. Un’amministrazione gestisce male una politica sociale e allora la politica sociale diventa il problema. Un programma educativo fallisce e allora diventa sospetta l’idea stessa di educazione pubblica. Una misura di redistribuzione produce effetti perversi e improvvisamente la redistribuzione viene trattata come una bestemmia. Si confonde la cattiva realizzazione di un principio con l’inconsistenza del principio.

La sinistra dovrebbe essere la prima a guardarsi da questa trappola, perché la critica seria alle proprie politiche è una delle condizioni della propria sopravvivenza. Se una procedura di inclusione produce risultati paradossali, va cambiata. Se un sistema premia il simbolo anziché la competenza, va corretto. Se il linguaggio diventa rituale e sostituisce l’azione, bisogna dirlo senza paura. La sinistra non ha bisogno di difendere ogni circolare, ogni ufficio risorse umane, ogni slogan aziendale con la parola diversity stampata sopra.

Ha bisogno, piuttosto, di ricordarsi perché la questione esiste.

Perché le disuguaglianze non sono un’invenzione delle università americane, né un capriccio dei consulenti aziendali, né una moda importata da qualche campus californiano. Appartengono alla storia concreta delle nostre società. Riguardano l’accesso all’istruzione, il patrimonio familiare, la posizione sociale, le reti di relazione, il luogo in cui si nasce, la qualità della scuola frequentata, la possibilità di dedicare tempo allo studio anziché al lavoro, la probabilità di essere ascoltati quando si entra in una stanza dove le persone importanti si conoscono già tutte tra loro.

A questo punto arriva puntualmente il mantra: “stessi standard per tutti”.

Formula ineccepibile. Talmente ineccepibile da sembrare quasi un truismo. Il problema è che gli standard possono essere uguali mentre le condizioni di partenza sono profondamente diverse. E applicare lo stesso metro a persone che hanno avuto accesso a strumenti radicalmente differenti non produce automaticamente giustizia. Produce semplicemente una misurazione uniforme di percorsi che uniformi non sono mai stati.

Immaginiamo due studenti davanti allo stesso esame. Uno arriva da una famiglia nella quale ci sono libri ovunque, genitori con un alto livello di istruzione, una stanza propria, lezioni private quando servono e nessuna necessità di lavorare durante l’estate. L’altro ha passato gli ultimi anni dividendo il tempo tra scuola e lavoro, magari in una casa affollata, con genitori che hanno avuto poche opportunità educative. L’esame è identico. Il voto può essere identico. Ma raccontare che quei due percorsi siano semplicemente il risultato di due individui messi davanti allo stesso identico mondo significa scambiare l’uguaglianza formale per l’uguaglianza sostanziale.

E questo vale anche quando entrano in gioco le minoranze, purché si abbia la decenza di evitare ogni automatismo. Una persona appartenente a una minoranza non è necessariamente svantaggiata. Una persona appartenente alla maggioranza non è necessariamente privilegiata in ogni circostanza. La società è più complicata delle caselle che utilizziamo per descriverla. Proprio per questo servono analisi concrete, non catechismi di segno opposto.

Il vero universalismo, del resto, non consiste nel fingere che le differenze sociali non esistano. Consiste nel costruire condizioni nelle quali l’origine conti il meno possibile. E per ottenere questo risultato occorre talvolta intervenire sulle condizioni di partenza, sui meccanismi di selezione, sulle barriere invisibili. Non per regalare risultati, ma per evitare che il risultato sia deciso in anticipo da fattori che con il talento hanno ben poco a che fare.

Naturalmente, questo principio può essere deformato. Può diventare burocratico, identitario, opportunistico. Può trasformarsi in una liturgia aziendale nella quale tutti dichiarano di amare la diversità mentre continuano tranquillamente a promuovere gli stessi profili sociali di sempre. Può persino produrre forme nuove di paternalismo, quando si presume di sapere in anticipo che cosa una persona appartenente a una minoranza debba pensare, desiderare o rappresentare.

Ma proprio qui sta il punto: criticare queste degenerazioni significa prendere sul serio l’obiettivo dell’inclusione, non necessariamente respingerlo.

Il paternalismo progressista è un problema reale. Pensare che ogni individuo appartenente a una minoranza debba necessariamente essere grato, progressista, fragile o politicamente conforme è una forma di infantilizzazione bella e buona. Una società davvero emancipata dovrebbe considerare una persona libera anche di essere antipatica, conservatrice, brillante, mediocre, geniale, contraddittoria o semplicemente diversa dalle aspettative che abbiamo costruito su di lei.

Ma l’antidoto al paternalismo non può essere il ritorno alla rimozione delle disuguaglianze. Se davvero crediamo nell’uguaglianza degli individui, dobbiamo avere il coraggio di perseguirla anche quando il percorso è imperfetto. E soprattutto dobbiamo smettere di raccontarci che ogni tentativo fallito dimostri l’assurdità dell’obiettivo.

Qui la questione diventa persino culturale, nel senso più profondo del termine. Una società democratica vive della capacità di distinguere. Distinguere tra un abuso e una regola. Tra un fallimento e una finalità. Tra un caso individuale e una tendenza generale. Tra una critica fondata e un’interpretazione ideologica dei fatti. È esattamente ciò che insegniamo, o dovremmo insegnare, quando portiamo un ragazzo davanti a un testo storico e gli chiediamo di non confondere ciò che il documento dice con ciò che vorrebbe trovare scritto.

Forse dovremmo applicare la stessa disciplina anche al dibattito pubblico.

Perché il problema della nuova crociata contro la diversity non è che critichi troppo. È che, troppo spesso, critica male. Prende alcuni eccessi reali, li assolutizza, attribuisce loro un significato generale e poi usa quella generalizzazione per delegittimare qualunque intervento volto a correggere disuguaglianze che invece sono terribilmente concrete.

È il vecchio argomento reazionario, soltanto ripulito. Non arriva più necessariamente con il tono sprezzante di chi dice che certe persone “non sono all’altezza”. Arriva parlando di merito, universalismo, standard, paternalismo. Parole rispettabili, spesso giustissime. Ed è proprio questo a renderlo più insidioso.

Le parole giuste possono essere utilizzate per costruire conclusioni profondamente sbagliate.

Difendere il merito significa pretendere criteri seri, trasparenti e applicati con coerenza. Difendere l’universalismo significa riconoscere ogni persona come individuo, senza trasformarla in una caricatura della propria appartenenza. Difendere la libertà significa lasciare a ciascuno il diritto di essere ciò che è, anche quando delude le aspettative della propria parte.

Ma nessuna di queste cose ci obbliga a ignorare le disuguaglianze reali.

Anzi, dovrebbe essere esattamente il contrario. Se prendiamo sul serio l’idea che ogni individuo valga quanto ogni altro, allora dovremmo preoccuparci moltissimo di quelle condizioni sociali che rendono quell’uguaglianza soltanto teorica. Altrimenti finiamo per celebrare l’universalismo proprio mentre accettiamo tranquillamente una società nella quale le opportunità vengono distribuite in modo tutt’altro che universale.

E allora sì: continuiamo pure a criticare il diversity washing, il tokenismo, le caricature identitarie, le procedure assurde e il paternalismo di certa sinistra culturale. Critichiamoli senza sconti. Ma facciamolo con gli strumenti della ragione, non con il bisogno di dimostrare che avevamo ragione fin dall’inizio.

Perché se l’obiettivo della critica è semplicemente trovare un argomento per non cambiare nulla, allora abbiamo smesso di discutere di uguaglianza.

Stiamo soltanto cercando un modo più elegante per difendere lo status quo.

(Roberto De Santis)

Prompt:

Intro: La critica alle politiche sulla diversity sta diventando sempre più pretestuosa. Parte da problemi reali – e su quelli si può essere d’accordo – ma poi li gonfia fino a trasformarli in una teoria generale che, guarda caso, conferma esattamente ciò che chi critica aveva già deciso prima ancora di analizzare i fatti.

parte 1: Certo, il diversity washing e il tokenismo esistono. Aumentare la presenza di minoranze nelle istituzioni non significa automaticamente redistribuire potere, se a decidere restano sempre gli stessi. Su questo non c'è molto da obiettare. Ma da qui a dipingere l'intero mondo culturale come un pachiderma ideologico ossessionato dall'identità, che premia solo in base al colore della pelle, ce ne passa. E le prove? Curiosamente, possono aspettare.

parte 2: Prendiamo il caso di Jason Arday a Cambridge. Se l'università ha commesso errori nella valutazione del suo lavoro, vanno accertati e criticati. Ma insinuare che sia stato giudicato con minore severità perché nero non è un'osservazione, è un'accusa. E un'accusa del genere richiede prove, non basta un sopracciglio alzato e una teoria sul paternalismo dei bianchi progressisti.

parte 3: Il bello del ragionamento anti-diversity è che è costruito per avere sempre ragione. Se una persona di minoranza ha successo, è stata favorita. Se fallisce, è la prova che la diversity abbassa gli standard. Se condivide idee progressiste, è conformista; se le rifiuta, è finalmente indipendente. Quando scrivi tu le regole, è impossibile perdere la partita.

parte 4: Il passaggio più interessante, però, è un altro. Si parte criticando gli abusi delle politiche inclusive – cosa legittima – e si finisce per mettere sotto accusa l'inclusione stessa. Dall'ipocrisia di alcune istituzioni si ricava la conclusione che sarebbe meglio non intervenire affatto. Come se gli errori di alcune pratiche giustificassero l'abbandono di ogni tentativo di correggere le disuguaglianze.

parte 5: Puntualmente arriva il ritornello: "stessi standard per tutti". Formula ineccepibile, peccato che in una società profondamente diseguale e classista, applicare gli stessi criteri non cancella magicamente le differenze nell'accesso alla ricchezza, all'istruzione e alle opportunità. Criticare le patologie burocratiche e opportunistiche delle politiche di inclusione è giusto. Scambiarle per la loro essenza, però, è un'altra storia. È il vecchio argomento reazionario, solo ripulito e confezionato con il linguaggio della lotta al paternalismo progressista.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.

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