
Vedere in questi giorni il nome di Sara Curtis dominare i social, tra i suoi straordinari trionfi agli Europei di Parigi e l’immancabile polarizzazione sul suo essere nera e italiana, fa un certo effetto. Da nuotatrice della domenica quale sono da una vita — di quelle che conoscono bene l’odore di cloro sui vestiti, la fatica della vasca da 50 metri e quel silenzio particolare che soltanto l’acqua riesce a regalare — mi è venuta una gran voglia di buttare giù due righe. Ma a spingermi a scrivere è stata soprattutto la rabbia. Perché ormai sembra diventato impossibile gioire semplicemente per una ragazza di diciannove anni che sta facendo qualcosa di straordinario senza trasformare ogni suo successo in un referendum sull’identità nazionale. Sara Curtis ha appena vinto l’oro europeo nei 50 dorso dopo aver stabilito due volte il record mondiale, portando il primato a 26″56, e prima ancora aveva conquistato un bronzo nei 100 stile libero e un argento nella staffetta 4×100. Eppure, mentre lei nuota, una parte del Paese discute del colore della sua pelle come se fosse quello il dato interessante. È il momento di Roberto Vannacci, purtroppo, e qui casca l’asino.
Il problema di Vannacci non è soltanto ciò che dice sull’immigrazione, sulla famiglia o sulle donne, ma la filosofia che tiene insieme questi pezzi: l’idea che l’Italia possa risolvere problemi modernissimi recuperando categorie sociali appartenenti a un’altra epoca, come se la storia fosse un guardaroba e bastasse andare in soffitta a recuperare il vestito del 1955 per affrontare il 2026. Il suo nuovo movimento, Futuro Nazionale, ha messo al centro la remigrazione, un tetto del 4% all’immigrazione, lo stop al decreto flussi, una concezione fortemente tradizionale della famiglia e perfino la possibilità di riportare il lavoro regolare a partire dai quattordici anni. Sono proposte che meritano di essere discusse seriamente, proprio perché provengono da un soggetto che aspira a trasformare un consenso personale in una struttura politica. Tuttavia, una volta tolta la patina provocatoria degli slogan, emerge una domanda molto semplice: quale Italia stiamo cercando di costruire? Se prendiamo sul serio le sue ricette, il modello appare sorprendentemente antico: di fronte alla crisi demografica si rafforza la famiglia tradizionale; per il mercato del lavoro si riapre il libretto a quattordici anni; per la manodopera si riduce l’immigrazione puntando al ritorno degli italiani; e per le donne che partecipano sempre più al mercato del lavoro si torna a valorizzare il ruolo familiare. È una curiosa forma di modernizzazione: invece di portare il futuro nel presente, si porta il passato nel futuro e si spera che nessuno se ne accorga.
Sulla questione femminile ho una sensibilità particolare, non perché ritenga le donne una categoria fragile da proteggere, ma per il motivo opposto: le considero una componente pienamente produttiva della società, capace di studiare, lavorare, dirigere imprese, fare ricerca, assumere responsabilità e costruire ricchezza. Questa non è una posizione ideologica, ma economia elementare: una società che investe nell’istruzione di una donna, la forma professionalmente, ne sviluppa le competenze e poi le suggerisce che la sua collocazione naturale sia fuori dal mercato del lavoro sta semplicemente distruggendo capitale umano. Possiamo chiamarlo famiglia, tradizione, protezione, Mediterraneo o sacro focolare domestico, ma dal punto di vista economico il risultato non cambia. Vannacci ha recentemente definito il “patriarcato mediterraneo” come un sentimento di protezione esercitato dal pater familias nei confronti delle donne, considerate fisicamente più fragili. È una definizione affascinante per la sua capacità di trasformare una relazione gerarchica in un atto di benevolenza, ma il problema è che una donna adulta non ha bisogno di essere “protetta”: ha bisogno di istruzione, autonomia economica, proprietà, accesso al credito, servizi efficienti, sicurezza, possibilità di conciliare maternità e lavoro e, soprattutto, della libertà di scegliere. Sono concetti meno romantici del pater familias, ma funzionano decisamente meglio.
Quando sento parlare di Roma antica come modello sociale mi viene spontaneamente da sorridere. La Roma che celebriamo nei manuali era una società estremamente complessa, stratificata, violenta e fondata su rapporti di subordinazione del tutto incompatibili con una democrazia liberale. Trasformarla in una ricetta per l’Italia contemporanea equivale a suggerire di risolvere i problemi della mobilità urbana ripristinando le bighe perché i Romani erano bravissimi a costruire strade. Io, personalmente, non avrei potuto costruire la mia vita seguendo quel modello: ho studiato economia, ho lavorato, viaggiato, assunto responsabilità, diretto aziende, partecipato a consigli di amministrazione e preso decisioni con conseguenze pesanti che mi hanno imposto di studiare ancora di più. Ho costruito la mia indipendenza attraverso il lavoro e la competenza. Secondo una certa idea del mondo tutto questo avrebbe dovuto rappresentare una deviazione, mentre io lo considero uno dei più grandi successi della mia generazione.
E veniamo alla remigrazione, dove la distanza tra slogan e realtà economica diventa ancora più evidente. Il progetto di Futuro Nazionale propone di eliminare il decreto flussi e contrastare la manodopera straniera a basso costo, affiancando incentivi per favorire il rientro degli italiani dall’estero. Discutere di immigrazione economica, sfruttamento, salari e integrazione è doveroso, ma c’è una differenza enorme tra governare i flussi e immaginare che la sostituzione della manodopera straniera con quella italiana risolva la fuga dei giovani. Prendiamo un trentenne con una laurea in ingegneria o un dottorato che progetta sistemi industriali in Germania, una ricercatrice in un laboratorio francese, un medico in Svizzera o un informatico per una multinazionale americana: davvero pensiamo che il loro problema sia non aver ricevuto sufficienti incentivi per tornare in Italia a raccogliere pomodori? La battuta è brutale, ma il problema è serio. I giovani qualificati emigrano perché cercano salari addeguati, ricerca, meritocrazia, organizzazioni efficienti e infrastrutture; non stanno aspettando che qualcuno liberi un posto in un magazzino o in un ristorante. L’Italia perde capitale umano perché una parte del sistema produttivo non riesce a remunerarlo e perché si investe troppo poco in innovazione. Un Paese competitivo deve chiedersi come creare imprese capaci di pagare bene tutti, non come sostituire un lavoratore straniero con uno italiano.
È qui che il dibattito sul “Vannaccismo” mostra la sua fragilità: l’identità nazionale non è un fossile da conservare sotto formalina, bensì un’energia dinamica. L’identità italiana non è rimasta immobile nel 1500 o nel 1950, ma è cambiata continuamente attraverso migrazioni, scambi, innovazioni, contaminazioni e mobilità sociale. Pensare che la cultura nazionale si preservi riducendo la complessità della società è una concezione fragile ed economicamente inefficiente. Una nazione moderna deve attrarre capitali e competenze, formare i propri cittadini, valorizzare chi arriva, pretendere il rispetto delle regole e offrire condizioni vantaggiose per appartenere alla comunità, intendendo la cittadinanza non come un premio per chi ci somiglia, ma come il riconoscimento di un percorso.
Mentre ci accapigliamo sul patriarcato mediterraneo o sul colore della pelle di una campionessa diciannovenne, le vere questioni strutturali rimangono irrisolte: la produttività cresce troppo lentamente, la ricerca manca di investimenti stabili, l’energia costa troppo e la burocrazia soffoca le imprese. La verità è che queste scelte strategiche nessun governo degli ultimi quarant’anni ha mai osato affrontarle davvero, perché toccare la produttività, la ricerca vera e l’efficienza significa turbare equilibri e privilegi fin troppo consolidati. È molto più comodo distribuire protezione, gridare slogan e vendere scorciatoie identitarie piuttosto che fare le riforme necessarie. La vera rivoluzione sarebbe rendere l’Italia un luogo dove un giovane brillante possa fare carriera senza emigrare, un’impresa innovativa possa crescere senza chiedere permesso a dieci uffici e una donna possa lavorare senza sacrificare la famiglia.
Mentre penso a tutto questo, torno con la mente a Sara Curtis in piscina, sotto le luci di Parigi, mentre si prepara alla partenza. Diciannove anni, un’atleta italiana che studia negli Stati Uniti e che ha appena battuto il record mondiale dei 50 dorso. Quella ragazza rappresenta esattamente il contrario dell’Italia ripiegata su se stessa: è italiana, è nera, è giovane, è preparata e compete a livello internazionale. Quando entra in acqua, il colore della sua pelle conta esattamente quanto quello della cuffia: zero, conta solo quanto è veloce. Un Paese serio non chiede a una giovane atleta di dimostrare continuamente di essere italiana, ma le mette a disposizione strutture adeguate e la lascia nuotare. L’Italia non ha bisogno di tornare all’antichità, ha bisogno di diventare contemporanea, superando le nostalgie per affrontare ciò che da decenni impedisce al Paese di crescere e mettendo in discussione chi sta comodamente seduto sul proprio privilegio. Quella, sì, sarebbe una battaglia degna di un generale.
(Emma Nicheli)
Prompt:
intro: Vedere in questi giorni il nome di Sara Curtis dominare i social, tra i suoi straordinari trionfi agli Europei e l'immancabile polarizzazione sul suo essere nera E italiana, fa un certo effetto. Da nuotatrice della domenica quale sono da una vita — di quelle che conoscono bene l'odore di cloro sui vestiti, la fatica della vasca da 50 metri e il silenzio rigenerante dell'acqua — mi è venuta una gran voglia di buttare giù due righe. Ma a spingermi a scrivere è stata anche la rabbia nel constatare come in rete sia ormai diventato impossibile gioire liberamente per i successi di una giovane atleta senza allo stesso tempo provare nausea per la marea di commenti razzisti. E' il momento di Roberto Vannacci, purtroppo. E qui casca l'asino.
parte 1: Guardando alle proposte politiche di Roberto Vannacci e del suo movimento, si nota una costante profondamente sconfortante: la tendenza a ricorrere a slogan identitari e ricette del passato. Quando si pretende di affrontare la crisi demografica o il lavoro ripescando modelli sociali d'altri tempi, l'idea di fondo resta sempre la stessa: disincentivare il lavoro femminile o incentivare la permanenza delle donne a casa per liberare posti di lavoro per i padri di famiglia, perdendo del tutto il contatto con la realtà del Paese.
parte 2: Nel programma di Vannacci si arriva persino a celebrare il cosiddetto "patriarcato mediterraneo" e a rispolverare la Roma antica come modello. Su questo punto la questione diventa quasi personale: se avessi dovuto seguire questa logica, non avrei mai potuto costruire la carriera professionale e l'indipendenza che mi sono conquistata sul campo con lo studio e il lavoro. In pratica, quello che Vannacci e i suoi ci stanno dicendo è che il nostro posto è a casa e che la nostra realizzazione professionale sarebbe parte dei problemi dell'Italia.
parte 3: Ma il picco del ridicolo si raggiunge quando la "remigrazione" viene abbinata all'incentivo ad assumere italiani nei lavori oggi svolti dagli immigrati, ipotizzando che questo spinga il rientro dei nostri giovani dall'estero. Immaginare che medici, ricercatori, infermieri, progettisti e informatici tornino in Italia per andare a raccogliere i pomodori nei campi o a fare le pulizie non è solo grottesco, è un insulto alla realtà economica e al valore delle competenze. I cervelli in fuga non tornano per diventare manodopera a basso valore aggiunto, ma per stipendi adeguati, ricerca e settori ad alta tecnologia.
parte 4: Il problema di fondo del "Vannaccismo" sta proprio nell'illusione che l'identità sia un fossile immobile da proteggere alzando muri e rifugiandosi nella propaganda, anziché un'energia dinamica da costruire nel presente. Invece di offrire soluzioni reali, ci si inventa un nemico di comodo o una favola nostalgica per distrarre i cittadini e non affrontare mai i veri motori dello sviluppo: l'innovazione tecnologica, gli investimenti industriali ad alto valore aggiunto, la produttività e l'autonomia energetica.
parte 5: La verità è che questo tipo di scelte strategiche nessun governo degli ultimi quarant'anni ha mai osato affrontarle davvero, perché toccare la produttività, la ricerca vera e l'efficienza significa turbare equilibri e privilegi fin troppo consolidati nel nostro Paese. È molto più comodo vendere slogan reazionari e scorciatoie identitarie piuttosto che fare le riforme strutturali che servirebbero. Ma la realtà non si inganna: per far crescere l'Italia non serve tornare all'antichità, serve avere finalmente il coraggio di guardare avanti.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo.
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