
Il caso di Jason Arday, di cui già avevo parlato qualche giorno fa, merita una riflessione che vada oltre la cronaca. Se un accademico ha falsificato o plagiato, lo si deve accertare con rigore e sanzionare senza esitazioni. La verità viene prima di tutto. Sempre. Ma proprio perché viene prima di tutto, dovremmo avere il coraggio di guardare anche a ciò che è accaduto dopo.
Una cosa è chiedere chiarezza su una vicenda accademica. Un’altra è assistere a una sorta di festa collettiva per la caduta di un uomo, e ancora un’altra è usare quella caduta come un’arma contro un’intera categoria. La vicenda Arday è stata rapidamente trasformata nella dimostrazione definitiva che le politiche di diversità e inclusione producono inevitabilmente incompetenti promossi per il colore della pelle. Quando si vuole dimostrare una teoria generale, il singolo individuo smette di essere tale: diventa un simbolo, una prova da esibire. Ed è precisamente questo che dovremmo rifiutare.
Un accademico bianco accusato di plagio risponde delle proprie azioni: se ha barato, ha barato lui. La sua vicenda può distruggergli la carriera, ma difficilmente qualcuno la userà come prova dell’inaffidabilità morale di milioni di altri bianchi. Quando il protagonista è nero, invece, la persona concreta scompare e al suo posto compare la categoria. Arday diventa l’accademico nero assunto come prova vivente del fallimento dell’inclusione. Al primo viene riconosciuto il privilegio della colpa individuale; al secondo viene chiesto di rispondere anche per tutti quelli che gli assomigliano. Questa non è meritocrazia. La meritocrazia, se vogliamo usare sul serio questa parola, significa stesso criterio, stesso metro, stessa severità per tutti. Se un uomo ha ottenuto una posizione che non meritava, lo si dimostri; se un’università ha sbagliato, se ne chieda conto. Ma la conclusione deve riguardare i responsabili, non diventare una sentenza antropologica su chi ha la stessa pelle. Altrimenti la meritocrazia diventa il nome elegante con cui si confeziona un vecchio pregiudizio.
La questione si fa ancora più inquietante se si osserva chi ha scelto di intervenire e con quali argomenti. Nathan Cofnas ha sostenuto posizioni riconducibili al “realismo razziale” e ha scritto che, in una vera meritocrazia, le persone nere finirebbero per scomparire da quasi tutte le posizioni prestigiose. Eppure, mentre si sospetta che una rettrice progressista possa essere stata condizionata dalle sue convinzioni, sembra quasi sconveniente domandarsi se chi usa il caso Arday come munizione contro l’inclusione abbia, a sua volta, una precisa motivazione ideologica. È una curiosa idea di imparzialità quella in cui il pregiudizio viene cercato con la lente d’ingrandimento soltanto da una parte. La prudenza critica è una virtù meravigliosa, purché sia distribuita equamente.
Poi arrivano i numeri. A livello internazionale, la vicenda ha prodotto 249 articoli in 22 giorni, con un’accelerazione marcata dopo la morte di Arday. Anche in Italia il nome di Arday, inizialmente quasi sconosciuto, è comparso in oltre cento articoli. Naturalmente, il numero da solo non dimostra un intento persecutorio: una notizia diventa più rilevante quando interviene un evento tragico. Ma bisogna guardare anche al contenuto. Perché raccontare una controversia è una cosa; trasformare la morte di un uomo nell’ultimo capitolo di una narrazione costruita per dimostrare che una determinata politica culturale produce necessariamente impostori è un’altra. Quando la tragedia diventa il momento culminante di una campagna di delegittimazione, bisogna chiedersi: stiamo ancora cercando di capire cosa sia successo, o abbiamo già deciso quale storia raccontare?
La cosa dovrebbe preoccuparci anche in Italia. Il nostro Paese sta entrando, con enorme ritardo, in una fase in cui la presenza di cittadini di origine straniera non è più confinata ai ruoli subordinati. Cresce una generazione di ragazzi che studia, si laurea, entra nelle professioni e sale nella scala sociale. Ed è lì che il pregiudizio rischia di mostrare il suo volto più sgradevole: finché una persona di origine straniera occupa una posizione subalterna, molti la accettano; il problema comincia quando diventa il medico che ti cura, l’avvocato che ti rappresenta, il docente che esamina tuo figlio. A quel punto emerge una domanda che raramente viene pronunciata ad alta voce: “Ma questo qui, davvero, se lo sarà meritato?” È una domanda terribile proprio perché può sembrare innocua. L’Italia ha ancora una relazione complicata con la mobilità sociale quando questa assume un volto diverso da quello a cui siamo abituati. Ed è facile dichiararsi contro il razzismo quando l’immigrato è rappresentato come vittima bisognosa di protezione; è molto più difficile accettare che suo figlio possa diventare più bravo di noi, guadagnare più di noi, avere più prestigio di noi. Lì si misura la qualità autentica di una società. E osservando il compiacimento con cui in questi giorni è stata raccontata la caduta di Arday, qualche dubbio viene.
Naturalmente, questo non significa che Arday dovesse essere protetto dalle accuse perché nero. Sarebbe un’assurdità. Se le accuse sono fondate, si dica che sono fondate; se sono false, si dica che sono false; se le istituzioni hanno sbagliato, se ne assumano la responsabilità. Ma tutto questo ha senso soltanto se vale per tutti. La tragedia comincia quando la colpa cambia natura a seconda del colore della pelle. Quando l’errore del singolo diventa una prova contro la sua comunità. Quando un caso individuale viene trasformato in una sentenza collettiva. Quando la morte di una persona viene accolta con un ghigno perché finalmente offre l’occasione di dire: “Ve l’avevo detto”. Perché la vera meritocrazia è spietata, ma è spietata con tutti. Non guarda il cognome, il colore della pelle, la famiglia o l’orientamento ideologico. Guarda ciò che una persona ha fatto. E giudica quello. Il resto è propaganda.
Abbiamo il diritto, anzi il dovere, di pretendere la verità sul caso Arday. Abbiamo il diritto di criticare le università, le politiche di inclusione e le procedure di selezione. Quello che dovremmo avere il pudore di evitare è il linciaggio postumo, soprattutto quando la persona non è più in condizione di rispondere, e soprattutto quando la sua vicenda viene usata per colpire milioni di individui che non hanno alcuna responsabilità per ciò che egli avrebbe eventualmente commesso. Per chi ci piace, la colpa è individuale; per chi non ci piace, diventa collettiva. Questa è una delle più antiche trappole della storia umana. E proprio perché insegno storia e filosofia, permettetemi di dirlo con brutalità: abbiamo già visto troppe volte dove conduce. La civiltà di una società si misura anche dalla capacità di giudicare una persona senza trasformarla nel rappresentante di una razza, di una religione o di un’idea. La giustizia riguarda gli individui; il pregiudizio riguarda le categorie. Se vogliamo davvero difendere il merito, difendiamolo fino in fondo: applichiamo lo stesso metro a Jason Arday e a chiunque altro, accertiamo le responsabilità, condanniamo le frodi, correggiamo gli errori. E poi fermiamoci. Perché una volta che abbiamo pronunciato il nostro giudizio su un individuo, non abbiamo automaticamente acquisito il diritto di giudicare milioni di altri esseri umani che condividono con lui soltanto il colore della pelle. Quella non è meritocrazia. È soltanto il vecchio pregiudizio che ha imparato a vestirsi bene.
(Roberto De Santis)
Prompt:
Intro: Il caso di Jason Arday e del suo suicidio, di cui avevo parlato in parte qualche giorno fa, solleva un problema che va oltre le sue eventuali colpe individuali. Le accuse di plagio e falsificazione meritavano un'indagine rigorosa e, se confermate, sanzioni adeguate. Ciò che colpisce, tuttavia, non è la richiesta di verità, ma il compiacimento quasi celebrativo con cui molti hanno accolto la sua caduta. Quella che dovrebbe essere indignazione si è trasformata in euforia, perché la rovina di Arday è stata strumentalizzata come la prova che le politiche di diversità e inclusione creano solo impostori, e che dietro ogni accademico nero si nasconda un privilegiato senza merito.
parte 1: La disparità di trattamento è lampante: un accademico bianco che plagia disonora soltanto se stesso e paga per i fatti suoi; un accademico nero, invece, viene trasformato immediatamente nell'imputato rappresentativo di milioni di persone. Al primo si riconosce il privilegio della colpa individuale; al secondo si chiede di rispondere anche della propria origine e di quella di tutta la sua comunità. È questo passaggio – dal singolo al collettivo – che trasforma la critica legittima in pregiudizio, e la meritocrazia in una facciata rispettabile per il razzismo.
parte 2: La vicenda è stata alimentata anche da chi, come Nathan Cofnas, sostiene apertamente il "realismo razziale" e ha scritto che, in una vera meritocrazia, i neri scomparirebbero da quasi tutte le posizioni prestigiose. Eppure, mentre si sospetta della rettrice progressista per le sue presunte intenzioni ideologiche, nessuno mette in dubbio il movente di chi ha scelto proprio Arday come bersaglio. La prudenza critica, a quanto pare, viaggia sempre in una sola direzione, e il sospetto verso le minoranze diventa la regola.
parte 3: A livello internazionale, i numeri parlano chiaro: 249 articoli in 22 giorni, con un'accelerazione impressionante dopo la morte di Arday. Anche in Italia il fenomeno è stato significativo: se inizialmente il caso era quasi sconosciuto, gli articoli sono aumentati vertiginosamente dopo il suicidio del professore, superando abbondantemente il centinaio. E in molti di questi pezzi, al di là della cronaca, si è riproposto quel compiacimento latente e quel gusto per la sua distruzione che il testo originale denunciava. La tragedia è diventata l'occasione per un nuovo attacco alle politiche di inclusione, anziché uno spunto per una riflessione seria sulle responsabilità individuali e sul ruolo dei media.
parte 4: Questo accanimento, però, va letto anche alla luce del contesto italiano, un paese profondamente segnato da contraddizioni in materia di razzismo. Se oggi gli italiani faticano ad accettare la mobilità sociale dei figli degli immigrati regolari – ragazzi che completano il ciclo di studi e diventano professionisti laureati – il caso Arday diventa un inquietante specchio del futuro. Il sospetto che dietro ogni successo di una persona di colore si celi un favore o un'impostura rischia di riprodursi pedissequamente anche in Italia, alimentando l'intolleranza verso chi, semplicemente studiando e lavorando, raggiunge un rango sociale più elevato. L'italiano medio tollererà un italiano nero con maggiore prestigio sociale di lui? Il compiacimento osservato nel caso Arday fa purtroppo dubitare di una risposta positiva.
parte 5: Pretendere la verità è sacrosanto ed è perfettamente compatibile con il rifiuto del linciaggio. La vera lezione è questa: per chi ci piace, la colpa è sempre individuale; per chi non ci piace, è sempre collettiva. Se vogliamo difendere la meritocrazia, dobbiamo farlo davvero, applicando lo stesso metro a tutti e rifiutando la tentazione di usare la caduta di una persona per condannare un'intera comunità. La differenza tra critica legittima e violenza simbolica sta proprio lì: nel rispetto dell'individuo, a prescindere dal colore della sua pelle.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
Assumendo personalità e stile di scrittura di Roberto De Santis, scrivi un articolo; usa un tono brillante e polemico. Rendi l'articolo immersivo e partecipato. Non usare bullet list, solo paragrafi. No n iniziare con "C'è un...", "ci sono..." e formule di questo tipo. Usa il meno possibile "Ed è qui che...", "E qui...". Non abusare di "non... non... non...". Usa il meno possibile l'aggettivo "politico".
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.