
Dacci oggi la nostra polemica quotidiana! Stavolta il lieto evento arriva da un piccolo angolo particolarmente creativo dell’internet italiano: un tizio qualunque vede Raiz, storica voce degli Almamegretta, indossare una maglietta dei Culture Club e riesce a leggerci un sostegno al governo israeliano. Non è uno scherzo. O meglio, lo è, ma pare che qualcuno abbia dimenticato di avvertire i protagonisti. La logica è quella, raffinatissima, dei collegamenti a caso: Boy George ha espresso determinate posizioni su Israele, dunque chi indossa una maglietta dei Culture Club è assimilabile a Boy George; chi è assimilabile a Boy George, evidentemente, ha sottoscritto un protocollo segreto con Benjamin Netanyahu; e da lì il passo verso Itamar Ben-Gvir è breve, soprattutto se si procede con la consueta eleganza intellettuale del commento Facebook. La madre dei cretini è sempre in sala travaglio e, guarda caso, il suo primogenito è quasi sempre su Facebook.
Esiste ormai una forma particolare di giustizia sommaria che mi affascina moltissimo: il tribunale popolare della fotografia. Non servono più dichiarazioni, interviste, articoli, libri, programmi politici o, Dio non voglia, la fatica di ascoltare quello che una persona ha effettivamente detto. Basta una fotografia. Sei stato fotografato accanto alla persona sbagliata? Colpevole. Hai messo una maglietta sbagliata? Colpevole. Hai usato un cuore di un colore sospetto? Colpevole. Non hai messo la bandiera giusta nel profilo? Colpevole per omissione. Ti sei fotografato con qualcuno che, nel 2017, ha messo un like a qualcuno che nel 2012 aveva incontrato qualcuno che nel 2008 aveva cenato con un diplomatico di un Paese controverso? Signora, mi dispiace, dovrà seguirci. È una specie di Inquisizione spagnola con meno inquisitori, meno mantelli e molta più fibra ottica. Il problema è che questo meccanismo, oltre a essere intellettualmente demenziale, è diventato anche pericoloso. Perché la caccia alle streghe digitale comincia sempre con una fotografia e finisce, qualche volta, con minacce reali, aggressioni verbali e persone costrette a difendersi da accuse che non hanno nulla a che vedere con ciò che hanno effettivamente fatto o detto. Sarebbe un reality comico se non ci fossero di mezzo persone vere. E allora tanto vale ridere, perché l’alternativa è prendere una tachipirina, aprire Facebook e bestemmiare fino a sera.
Poi c’è un dettaglio che nei processi sommari contro la maglietta dei Culture Club tende curiosamente a perdersi per strada: Boy George. Ora, per chi avesse trascorso gli ultimi quarant’anni dentro un monastero trappista, Boy George non era esattamente il cantante dei Pooh. Negli anni Ottanta si presentava sul palco truccato, vestito in maniera appariscente, con cappelli enormi e un’estetica che giocava deliberatamente con i confini di genere. Era uno dei simboli di quella cultura pop che mandava in cortocircuito il concetto di identità sessuale e di normalità estetica molto prima che Twitter scoprisse le guerre culturali. Ed è qui che la faccenda diventa deliziosamente surreale. Perché se davvero vogliamo trasformare una maglietta dei Culture Club in un manifesto, dovremmo almeno avere la decenza di ricordarci chi rappresenta quella band. Boy George è un uomo gay, un’icona queer e una figura che appartiene a una storia culturale nella quale libertà personale, espressione sessuale e contaminazione delle identità non sono esattamente dettagli ornamentali. Ora prendiamo una cartina e proviamo a giocare al piccolo esperto da social. Dove sarebbe più facile, per una persona LGBTQ+, vivere pubblicamente la propria identità? In Israele, dove esiste una comunità LGBTQ+ visibile e un sistema di diritti che, pur con tutte le contraddizioni e le contestazioni che si possono legittimamente sollevare, offre protezioni e riconoscimento? Oppure a Gaza sotto il dominio di Hamas, dove le relazioni omosessuali sono criminalizzate e il quadro sociale e giuridico è profondamente repressivo nei confronti delle persone LGBTQ+? Non serve una cattedra a Sciences Po. Serve semplicemente sapere che il mondo è leggermente più complicato di un’immagine profilo. E soprattutto: una cosa è criticare il governo israeliano, altra cosa è pretendere che ogni elemento della cultura occidentale debba essere sottoposto al test di purezza ideologica prima di poter essere apprezzato. Perché, applicando questo metodo, tra un po’ dovremo controllare la biografia del produttore prima di ascoltare un disco e consultare il casellario giudiziario del costumista prima di andare al cinema.
Non trascuriamo Raiz. Che, per chi abbia mai ascoltato gli Almamegretta invece di limitarsi a vedere le fotografie su Instagram, non è esattamente un militante della banalità. Sono decenni che la sua musica vive di contaminazioni, incontri, identità ibride, suoni mediterranei, reggae, dub, elettronica, tradizione napoletana e influenze provenienti da mezzo pianeta. Insomma, uno potrebbe quasi pensare che una maglietta dei Culture Club, indossata da Raiz, abbia a che fare con la musica. Che idea scandalosamente rivoluzionaria. Una maglietta può essere una maglietta. Un concerto può essere un concerto. Un omaggio musicale può essere un omaggio musicale. E un artista può apprezzare una canzone senza aver preventivamente firmato un memorandum con il Dipartimento di Stato. La cosa buffa è che abbiamo passato anni a lamentarci della morte della cultura pop, della superficialità delle nuove generazioni, della trasformazione degli artisti in influencer e della scomparsa della curiosità. Poi finalmente compare uno che mette una maglietta di una band storica e noi decidiamo di utilizzarla come prova indiziaria in un processo. Forse non volevamo davvero la cultura. Volevamo soltanto altre occasioni per litigare.
Ma la parte veramente demenziale della storia arriva quando la discussione smette persino di riguardare Raiz e cominciano le minacce rivolte ai suoi figli. Per una maglietta. Fermiamoci un secondo perché questa frase, da sola, sembra scritta da uno sceneggiatore ubriaco: un adulto vede un musicista con una maglietta, decide che quella maglietta contiene una posizione politica che non gli piace e, nel crescendo della propria indignazione, arriva a minacciare i bambini del musicista. Non è più neppure una questione di Israele, Palestina, Boy George, Culture Club o Almamegretta. È il momento esatto in cui il cervello ha abbandonato la chat lasciando il corpo davanti alla tastiera. Ed è anche il motivo per cui certi fenomeni vanno trattati con una certa ironia ma senza sottovalutarli. Perché il leone da tastiera è ridicolo finché resta un leone da tastiera. Quando passa alle minacce, entrano in scena il codice penale e gli avvocati. La comicità finisce lì.
Raiz, infatti, ha annunciato conseguenze legali per chi ha oltrepassato il limite. E fa benissimo. La libertà di parola non comprende il diritto di minacciare la gente, tanto meno i suoi figli. I commenti restano, gli screenshot restano, le piattaforme conservano le loro tracce e qualcuno, prima o poi, dovrà spiegare davanti a un avvocato perché una maglietta dei Culture Club gli abbia provocato un improvviso desiderio di minacciare dei bambini. Nel frattempo, Raiz ha chiuso con un elegantissimo: “Buona fine di agosto ☮️❤️🪬”. Pace, amore e un po’ di musica. Francamente, mi sembra una risposta infinitamente più intelligente di cento discussioni su Facebook. E adesso immagino che qualcuno voglia sapere: “Ma qual è la posizione di Margherita Nanni su Israele? La Nanni sarà mica una perfida sionista?” Ebbene. In verità vi dico che… la Nanni non ha intenzione di trasformare la propria posizione su una delle questioni più complesse e tragiche del pianeta nell’ennesimo test per stabilire chi può indossare una maglietta dei Culture Club. Perché una cosa è avere idee. Un’altra è pretendere di riconoscerle dal cotone. E, soprattutto, io una maglietta di Boy George me la metterei anche per il solo gusto di vedere quanti analisti della domenica spuntano sotto la fotografia. Quello sì che sarebbe un esperimento sociale interessante.
(Margherita Nanni)
Prompt:
Intro: Dacci oggi la nostra polemica quotidiana. Stavolta il lieto evento è un tizio qualunque che vede Raiz (storica voce degli Almamegretta) in maglietta dei Culture Club e ci legge un sostegno al governo israeliano. La logica è quella dei collegamenti a caso: Boy George ha espresso sostegno a Israele, dunque chi indossa la maglietta dei Culture Club, storica band di Boy George, è come minimo cugino di Itamar Ben-Gvir. La madre dei cretini è sempre in sala travaglio e, guarda caso, il suo primogenito è sempre su Facebook.
parte 1: C’è questa moda del tribunale popolare che condanna le persone dalle foto. Un po’ come l’inquisizione spagnola, ma con meno fascino e più tastiere. Sei finito nel mirino se non hai firmato la petizione giusta, se non hai il frame della bandiera sul profilo, se osi respirare senza allinearti. Si sa, ormai. Sarebbe uno spettacolo esilarante, un reality comico, se non fosse che ogni tanto qualcuno ci scappa sul serio o si becca minacce. Ma visto che il genere è la farsa, almeno ridiamoci sopra: è l’unico modo per non bestemmiare.
parte 2: c’è un dettaglio che molti saltano a piè pari, irrilevante se si parla di Culture Club: Boy George. Uno che negli anni Ottanta cantava in fondo alla gola con un cappello enorme e il trucco, simbolo della fluidità di genere e del mescolamento culturale. Ora, facciamo il giochino: dove credete che questo signore, gay e queer dichiarato, possa stare più tranquillo? In Israele, dove esiste una comunità LGBTQetc visibile e con diritti, o a Gaza sotto Hamas, dove l’omosessualità è reato capitale? Non serve la laurea in scienze politiche. Ma magari è più divertente fare finta di non capirlo.
parte 3: il povero Raiz, poi, Ha 35 anni di canzoni che parlano di incontri, ibridi, resistenza dolce e ritmi che vengono da ogni parte del mondo. Se ancora qualcuno ha dubbi su dove stia Raiz, forse è ora di cambiare album. Una maglietta non è un documento ufficiale, un concerto non è un comizio, un omaggio a Boy George non è un’investitura diplomatica.
parte 4: La chicca finale, quella che trasforma la commedia in un film dell’orrore ma con troppi effetti speciali ridicoli, sono le minacce ai bambini di Raiz. Per una maglietta. Se non è il colmo dell’assurdo, io non so più cosa lo sia. Chi ha bisogno di una serie tv comica? La sceneggiatura si scrive da sola. Peccato che nella vita reale non ci sia il pubblico che applaude, ma solo persone normali che si riscoprono violenti leoni da tastiera.
parte 5: Raiz ha detto che chi ha esagerato avrà conseguenze legali. E fa benissimo. Tanto il post resta lì, i commenti pure, e gli avvocati si metteranno al lavoro. Nel frattempo, noi possiamo fare una cosa semplice: smettere di dare corda a chi vive di caccia alle streghe da salotto. Lui ha chiuso con un “Buona fine di agosto ☮️❤️🪬”. Prendiamola come una lezione di stile: pace, amore e un po’ di musica. Il resto è gossip da bar, ma senza il vizio del caffè. E con molto più rumore. Ah, qual è la mia posizione su Israele, vi chiederete. La Nanni sarà mica una perfida sionista? Ebbene, in verità vi dico che... (qui finisce l'articolo)
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci se necessario.
assumendo la personalità di Margherita Nanni, scrivi un articolo brillante, divertente, colorito, senza moralismo, ma cogliendo il fascino dell'inverosimiglianza della vicenda. non usare elenchi nè righe di separazione, e non usare troppo della formula "e qui"
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