
Ho saputo della morte di Ratko Mladić e non ho esultato. Ho pensato alle valli intorno a Srebrenica, all’estate del 1995, quando avevo ventisei anni e ancora quella faccia da ragazza che credeva di essere preparata a tutto perché aveva studiato abbastanza storia. Beata gioventù, verrebbe da dire. Poi arrivi in un posto dove la storia ha smesso di essere materia d’esame e ha cominciato ad avere un odore. Un odore dolciastro, nauseante, di decomposizione e terra smossa. Quello delle fosse comuni. E improvvisamente scopri che nessun manuale ti aveva spiegato davvero cosa significa una parola come “massacro”.
Mladić è morto il 27 agosto all’Aia, in un ospedale penitenziario delle Nazioni Unite, mentre scontava l’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Era stato condannato in via definitiva per il ruolo avuto nella strage di Srebrenica, dove furono assassinati oltre ottomila uomini e ragazzi bosgnacchi, e per altri crimini commessi durante la guerra di Bosnia. La sua morte chiude biologicamente la parabola di uno degli uomini più feroci della guerra jugoslava. Ma non chiude proprio niente per chi ha perso un padre, un marito, un figlio, un fratello. Le fosse comuni restano. I resti ancora da identificare restano. Le madri che ho incontrato allora, quando ancora cercavano qualcuno da poter seppellire, sono morte o sono diventate vecchie aspettando un nome. La morte di Mladić non restituisce loro niente. Nemmeno una briciola.
Per questo non provo gioia. Provo una specie di stanchezza. La giustizia ha fatto il suo lavoro, lentamente e imperfettamente, ma lo ha fatto: Mladić è morto in carcere, con una condanna per genocidio sulle spalle. È già qualcosa. Ma sarebbe infantile trasformare la morte naturale di un uomo ormai anziano e malato in una specie di vittoria finale del bene sul male. La storia non funziona così. I criminali muoiono. Le vittime restano morte.
Quello che invece mi fa ancora salire la pressione è il modo in cui, a distanza di trent’anni, una parte del dibattito italiano continua a trasformare la tragedia jugoslava in un esercizio di contabilità ideologica. Basta pronunciare la parola NATO e improvvisamente Srebrenica scompare dal campo visivo. Compaiono Washington, l’imperialismo americano, il diritto internazionale violato, i bombardamenti del 1999. Tutte questioni legittime, alcune delle quali fondamentali. Ma qualcuno può spiegarmi per quale curiosa legge della fisica un crimine smetta di essere un crimine quando dall’altra parte compare una bandiera americana?
Io ero in Bosnia prima dei bombardamenti sulla Serbia. Ho visto cosa significava stare davanti a un convoglio umanitario che non arrivava. Ho visto uomini che avevano ancora negli occhi il campo da cui erano usciti. Ho parlato con persone che cercavano di mettere in fila parole incapaci di contenere ciò che avevano vissuto. E ho visto i caschi blu olandesi dell’ONU trovarsi davanti a una situazione che non erano in grado di controllare. Srebrenica era stata dichiarata “safe area” dalle Nazioni Unite. Quando arrivarono le forze di Mladić, quella sicurezza si rivelò tragicamente illusoria. Le forze serbo-bosniache presero il controllo dell’enclave e nei giorni successivi organizzarono le esecuzioni di massa.
Questo non assolve la NATO da niente. La campagna aerea del 1999 contro la Jugoslavia solleva questioni enormi sul diritto internazionale, sulla legittimità dell’uso della forza e sulle conseguenze per i civili. Si possono e si devono discutere. Ma c’è una differenza elementare tra criticare una guerra e riscrivere quella precedente per renderla funzionale alla critica della guerra successiva. Sono due cose diverse. Una richiede memoria. L’altra richiede soltanto una bandierina.
È qui che certa cultura italiana mi lascia francamente perplessa. Santoro, per esempio, fece della contestazione ai bombardamenti NATO del 1999 uno dei temi centrali della sua attività televisiva. E criticare la NATO era perfettamente legittimo. Il problema nasce quando la critica all’Occidente diventa una lente attraverso cui tutto il resto viene filtrato. Marco Travaglio ha costruito negli anni una parte importante della propria critica della politica estera occidentale sulla denuncia dei doppi standard del diritto internazionale. Alessandro Orsini ha più volte indicato il bombardamento NATO della Serbia come esempio delle contraddizioni e delle violazioni occidentali. Benissimo: si può discutere di questo fino a consumare le tastiere. Ma la domanda resta: in quale momento la denuncia delle responsabilità occidentali diventa una giustificazione, anche indiretta, delle responsabilità altrui?
Perché la risposta dovrebbe essere semplice: mai.
Poi c’è il capitolo che considero ancora più nauseante. Nel 2011, dopo l’arresto di Mladić, Mario Borghezio dichiarò di considerarlo un “patriota” e sostenne che i serbi avrebbero potuto “fermare l’avanzata islamica in Europa”. Aggiunse anche di avere una fiducia nell’Aia “di poco superiore allo zero”. Quella frase dovrebbe essere conservata in un museo della stupidità contemporanea. Non perché sia l’unica espressione aberrante pronunciata durante le guerre balcaniche, ma perché contiene in poche parole il meccanismo mentale che porta alla catastrofe: trasformare un conflitto territoriale in una guerra di identità religiosa; trasformare l’avversario in una minaccia collettiva; trasformare il massacro in autodifesa preventiva.
Io quelle parole le ho sentite in forme diverse durante la guerra. Le ho sentite pronunciare da uomini armati che spiegavano perché il vicino di casa non fosse più un vicino di casa ma un nemico. Le ho sentite mentre mi parlavano di territori da “ripulire”, di popolazioni da spostare, di vendette storiche da consumare. Il vocabolario cambiava. La struttura del ragionamento restava identica.
È questo che dovrebbe spaventare. Non il singolo Borghezio, né la singola dichiarazione da talk show. Mi spaventa il fatto che quel linguaggio continui a riemergere ogni volta che qualcuno decide di trasformare la politica in una guerra tra comunità immaginarie: noi contro loro, cristiani contro musulmani, europei contro invasori, occidentali contro barbari. Cambiano le uniformi, cambiano le bandiere, cambiano gli hashtag. La musica è sempre quella. E quando quel lessico viene ripreso oggi da ambienti sovranisti e identitari, il minimo che possiamo fare è ricordare dove porta quando smette di essere propaganda da social e diventa affare di Stato. A Srebrenica portò alle fosse comuni.
Vladimir Putin, invece, non mi sorprende affatto. La Russia ha mantenuto nel tempo una posizione fortemente critica nei confronti del Tribunale dell’Aia e ha continuato a rappresentare la Serbia come vittima delle pressioni occidentali. Il problema è che Mosca ha una concezione del potere nella quale il diritto internazionale sembra spesso avere un peso direttamente proporzionale alla convenienza del momento.
E non è un problema nato ieri. La Russia nei confronti dei conflitti balcanici ha intrecciato per decenni interessi strategici, legami storici con la Serbia e opposizione all’espansione occidentale. Oggi, guardando all’Ucraina, è impossibile ignorare il paradosso: la stessa potenza che denuncia l’illegalità dell’intervento NATO del 1999 considera invece perfettamente legittimo usare la forza contro un Paese vicino, con conseguenze devastanti per la popolazione civile.
Naturalmente la risposta non può essere: “Allora siccome Putin invade l’Ucraina, nel 1999 la NATO aveva ragione”. Questa è la versione infantile del ragionamento. Due torti non producono automaticamente una ragione. Ma vale anche il contrario: il fatto che la NATO abbia commesso errori o violato norme internazionali non trasforma Mladić in un patriota, Milošević in un santo e Srebrenica in una spiacevole nota a margine. La storia non è un supermercato dove scegli gli scaffali che ti servono.
Questa è forse la cosa che mi irrita di più: il tono con cui certe persone discutono delle guerre che non hanno mai visto. Parlano di Srebrenica come di una casella su una scacchiera. “NATO”, “Russia”, “Serbia”, “USA”, “Islam”, “Occidente”. Spostano pedine. Costruiscono diagrammi. Tirano fuori precedenti storici. Citano tre professori e quattro libri. Poi decidono chi ha ragione.
Io invece ricordo una donna che cercava suo figlio. Ricordo un uomo che aveva difficoltà a raccontare cosa era successo nel campo in cui era stato detenuto. Ricordo la terra. Ricordo il silenzio. E ricordo quanto fosse facile, guardando una carta geografica, dimenticare che dentro quelle linee c’erano persone.
Per questo ho poca pazienza per chi pretende di spiegarmi Srebrenica come se fosse una puntata di un programma televisivo. La discussione storica è necessaria. Il diritto internazionale va discusso. Le responsabilità occidentali vanno analizzate. I crimini commessi da tutte le parti vanno documentati. Ma esiste una soglia oltre la quale l’astrazione diventa una forma di anestesia morale. Quando hai davanti una fossa comune, l’analisi strategica non scompare. Semplicemente torna al posto giusto. Prima vengono i morti. Poi vengono le nostre teorie.
Per questo il mio articolo sulla morte di Mladić non è un necrologio e nemmeno una celebrazione. È un avvertimento. La memoria di Srebrenica deve restare impermeabile alle nostre simpatie. Non deve diventare un’arma contro gli americani, contro i russi, contro i serbi, contro i musulmani, contro la NATO o contro chiunque altro vogliamo mettere sul banco degli imputati quella mattina.
La responsabilità è individuale e politica. I crimini hanno autori, organizzazioni, catene di comando, complicità. Il popolo serbo non è Mladić. I musulmani bosniaci non sono Hamas. Gli americani non sono la NATO. La Russia non è Putin. Le categorie collettive sono comode perché ci evitano la fatica di distinguere. Ed è esattamente così che comincia la disumanizzazione.
Mladić è morto in carcere. La sua condanna rimane. La sentenza rimane. I nomi delle vittime rimangono. Le fosse comuni rimangono. E rimane anche una domanda che dovremmo porci ogni volta che qualcuno prova a trasformare un criminale di guerra in un simbolo: che cosa stiamo facendo davvero quando scegliamo di difenderlo?
Se la risposta è “sto difendendo l’Occidente”, abbiamo già perso.
Se è “sto difendendo la Russia”, abbiamo già perso.
Se è “sto difendendo i musulmani”, abbiamo già perso.
Se è “sto difendendo i serbi”, abbiamo già perso.
Se è “sto difendendo la NATO”, abbiamo già perso.
Srebrenica non ha bisogno di tifosi. Ha bisogno di memoria.
E la memoria, se serve a qualcosa, dovrebbe impedirci di riconoscere il male soltanto quando porta la bandiera che ci è antipatica.
Questa è l’unica lezione che mi sono portata a casa da quella guerra. L’orrore non ha colore politico. Non ha passaporto. Non ha religione. Ha il volto di chi decide che alcune vite valgono meno delle altre. E ha, molto spesso, la voce rassicurante di qualcuno che spiega perché, questa volta, fosse necessario.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: Ho saputo della morte di Ratko Mladić... e non ho esultato. Chi come me ha camminato nelle valli intorno a Srebrenica nell'estate del '95 (avevo 26 anni e non dico "beata gioventù"), chi ha respirato quell'odore dolciastro di carne e terra smossa che solo le fosse comuni sanno dare, sa che la morte in una cella non rende giustizia. È solo un punto fermo, malinconico. Le madri che ho intervistato non sono più vive o aspettano ancora corpi da identificare. La sua fine non è una vittoria, è solo la presa d'atto che l'orrore ha perso il suo ultimo generale, ma che il dolore, quello, resta lì sotto terra.
parte 1: Poi sento parlare di Milošević difeso da certi intellettuali nostrani, da Santoro a Travaglio fino ad Orsini, con la scusa dell'anti-imperialismo americano, e mi si stringe lo stomaco. Ma voi ci siete mai stati, in quella polvere? Parlate di "aggressione NATO" con il tono di chi commenta una partita a scacchi da uno studio televisivo, ma io ricordo i convogli umanitari bloccati e i caschi blu olandesi dell'ONU impotenti mentre la città cadeva. Avete il lusso dell'astrazione, perché non avete mai dovuto guardare negli occhi un uomo uscito da un campo di prigionia mentre cercava di raccontarvi l'indicibile.
parte 2: Sentire Borghezio definire Mladić un baluardo contro "l'avanzata islamica" e ritrovare quelle stesse esatte parole oggi nelle fila di chi sostiene Vannacci non è una gaffe, è un'eco agghiacciante. Quelle identiche frasi, quel lessico identitario e nazional-religioso, le ho sentite pronunciare dai cecchini appostati sui monti, mentre giustificavano la pulizia etnica con il sangue freddo di chi si crede un crociato. Per me non sono nazionalisti spaventati: sono gli epigoni di un pensiero che lì, laggiù, trasformava le scuole in caserme e le moschee in macerie.
parte 3: Putin, devo dire, non mi stupisce affatto. Chi ha contestato l'Aia e ha garantito per le "cure mediche" di Mladić in Russia è lo stesso che oggi bombarda i civili in Ucraina e che ieri imbrigliava la Siria nel sangue. È la logica della Mafia di Stato che protegge i suoi killer, a prescindere dalle divise. Per loro i crimini contro l'umanità non sono reati, sono semplicemente pedine da scambiare al tavolo del potere. Hanno sempre avuto un atteggiamento tenero con i genocidi, purché fossero funzionali a indebolire l'Occidente.
parte 4: Ma qui, e lo dico con tutta la rabbia che ho dentro, non si tratta di tifoseria. Srebrenica non è un argomento per segnare un punto contro gli americani, né un pretesto per dare ragione ai sovranisti di turno. Voi non c'eravate. Io c'ero. E quelle parole che oggi usate per infiammare i vostri dibattitini degni di un'assemblea studentesca, quelle giustificazioni ridicole, laggiù venivano urlate dai militari per giustificare gli stupri di guerra e le esecuzioni sommarie davanti ai plotoni d'esecuzione.
parte 5: Perciò il mio articolo non è per esultare, né per odiare a cuor leggero. È per ricordare che la storia va rispettata con i fatti, non con le bandierine. Se volete onorare le vittime, state zitti e ascoltate i sopravvissuti. E condannate, senza "se" e senza "ma", chiunque, da Belgrado a Mosca fino a Roma, abbia mai stretto la mano a quei boia o abbia cercato di lucrare politicamente sulle loro atrocità. Questa è l'unica lezione che ho portato a casa da quella guerra: l'orrore non ha colore, ha solo il volto di chi chiude gli occhi mentre gli altri muoiono.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui..." se non il minimo indispensabile.
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