Riforme Europee: La Scommessa del Rhine Group

Cartoon dragon behind paperwork labeled RAPPORTI ANNUALI, STUDI INFLESSIBILI, BUROCRAZIA, ANALISI NOIose, DIMENTICATI, PIANI INUTILI, and RAPPORTI above a red button labeled RIFORME.

Mentre scrivo, Mario Draghi ha deciso di alzare la posta. Dopo anni passati a produrre rapporti, raccomandazioni e diagnosi sulla competitività europea, ha deciso di fondare, insieme a Patrick Collison, il Rhine Group, con Luis Garicano come direttore esecutivo. L’idea è abbastanza semplice e, proprio per questo, ambiziosa: prendere le proposte contenute nel rapporto sulla competitività europea presentato nel 2024 e provare a trasformarle in riforme concrete. Dopo aver spiegato per anni che cosa dovrebbe fare l’Europa, insomma, Draghi vuole vedere se qualcuno è disposto a farlo davvero.

La premessa da cui parte il gruppo è tutt’altro che rassicurante. L’Europa dispone ancora di capitale, competenze, università, imprese e istituzioni solide, ma il vantaggio accumulato nel corso dei decenni si sta consumando. Un dato è diventato quasi un simbolo: delle cinquanta maggiori aziende tecnologiche del mondo, soltanto quattro sono europee. Non significa che in Europa manchino innovazione o imprese eccellenti; significa che il continente fatica a trasformare ricerca, talento e capitale in aziende capaci di crescere fino alla scala necessaria per competere globalmente.

La parte che trovo più inquietante, tuttavia, è un’altra. La diagnosi di Draghi arriva a mettere in discussione la capacità futura dell’Europa di finanziare le funzioni fondamentali dello Stato moderno. Se la crescita rimane stagnante mentre aumentano le esigenze di investimento, di sicurezza, di transizione energetica e di protezione sociale, prima o poi anche il modello europeo diventa finanziariamente difficile da sostenere. A quel punto la questione non riguarda più soltanto la produttività delle imprese o la posizione di qualche grande azienda tecnologica: riguarda la possibilità stessa di mantenere nel tempo il livello di prosperità e di servizi pubblici a cui gli europei sono abituati.

Il Rhine Group, sulla carta, sembra costruito apposta per affrontare un problema di questa dimensione. La composizione è talmente ricca di amministratori delegati, imprenditori tecnologici, economisti, accademici, banchieri e figure di primo piano della finanza internazionale che, se uno volesse costruirci sopra una teoria del complotto, avrebbe materiale per parecchie stagioni televisive. Basta aggiungere qualche freccia rossa, una lavagna e un paio di fotografie di Davos e il cappello di stagnola è praticamente pronto.

Naturalmente la realtà è meno cinematografica. Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato di Stripe, porta nel gruppo la prospettiva di chi ha costruito una grande azienda tecnologica globale. Andrea Pignataro rappresenta il mondo della finanza e delle infrastrutture di mercato; Francesco Giavazzi e Lucrezia Reichlin quello dell’economia; accanto a loro siedono studiosi, manager e imprenditori provenienti da esperienze molto diverse. È una scelta coerente con l’obiettivo dichiarato: mettere intorno allo stesso tavolo competenze che normalmente lavorano in stanze separate.

Il problema vero, però, arriva dopo il tavolo. L’Europa non soffre di una drammatica penuria di rapporti che spiegano che cosa dovrebbe cambiare. Ne ha prodotti una quantità impressionante. Il rapporto Draghi del 2024 conteneva oltre 170 proposte distribuite tra energia, industria, infrastrutture digitali, mercati dei capitali, difesa e ricerca. Il collo di bottiglia è sempre stato trasformare una diagnosi condivisibile in decisioni capaci di sopravvivere al primo ciclo elettorale.

Draghi conosce perfettamente questo problema. La sua critica alla classe dirigente europea riguarda soprattutto l’orizzonte temporale: governi e istituzioni tendono a privilegiare ciò che produce un risultato immediatamente visibile, mentre gli investimenti in produttività, ricerca, infrastrutture e innovazione richiedono anni prima di restituire qualcosa. Tagliare un nastro è molto più gratificante che finanziare un laboratorio i cui risultati, forse, arriveranno quando il ministro che lo ha inaugurato avrà già cambiato incarico. Il debito, inoltre, può diventare una scorciatoia seducente: consente di rinviare il conto, mentre investire significa decidere oggi dove spendere risorse che produrranno benefici domani.

Questa mi sembra una delle intuizioni più interessanti dell’operazione, perché mette sotto accusa una debolezza che attraversa buona parte dello spettro europeo. Cambiano le parole d’ordine, cambiano le coalizioni, cambiano le ricette proclamate in campagna elettorale, ma la tentazione di occuparsi soprattutto dell’emergenza rimane. Chi governa deve naturalmente rispondere agli elettori; il problema nasce quando l’intero sistema istituzionale diventa incapace di proteggere gli investimenti di lungo periodo dalle esigenze del consenso immediato. E questa non è una prerogativa di una sola famiglia ideologica.

Personalmente, davanti al Rhine Group, rimango piuttosto scettica. Ho visto nascere molti progetti destinati a cambiare il capitalismo europeo e ho imparato che avere intorno a un tavolo persone brillantissime non garantisce affatto che fuori dalla stanza accada qualcosa. Le istituzioni hanno inerzie proprie, gli interessi costituiti sono tenaci e la politica conserva una capacità straordinaria di trasformare una riforma necessaria in una commissione, una commissione in un negoziato e un negoziato in una frase del comunicato finale.

Però questa volta concedo a Draghi una possibilità in più. Il vantaggio del gruppo non sta soltanto nell’autorevolezza dei suoi componenti, ma nella combinazione fra competenza economica, esperienza industriale, conoscenza della tecnologia e accesso ai grandi circuiti finanziari. Forse persone abituate a decidere dove mettere miliardi di euro possono spiegare con maggiore efficacia di un economista accademico perché aspettare altri dieci anni abbia un costo. E forse qualcuno, a Bruxelles o nelle capitali europee, potrebbe finalmente convincersi che finanziare ricerca e produttività non è una spesa ornamentale da fare quando il bilancio lo permette, ma una condizione per poter finanziare tutto il resto.

Il Rhine Group, naturalmente, non ha il potere di imporre una sola riforma. Non è un’istituzione dell’Unione europea e non dispone di alcun mandato legislativo. Può produrre idee, costruire consenso, esercitare pressione, mettere competenze diverse in comunicazione. Poi dovranno essere i governi e le istituzioni europee a decidere.

Ed è proprio questa la parte che mi incuriosisce di più. Perché il vero esperimento non sarà vedere se Draghi e i suoi colleghi riusciranno a scrivere un altro documento brillante. Quello, francamente, mi sembra abbastanza probabile. La prova sarà capire se riusciranno a modificare gli incentivi di chi deve prendere le decisioni. Se riusciranno a fare in modo che un investimento che produce risultati fra dieci anni abbia, per un governo di oggi, un valore almeno paragonabile a un provvedimento che produce consenso domani, allora avremo assistito a qualcosa di interessante.

Ai tempi in cui Mario era vicepresidente di Goldman Sachs International, nei primi anni Duemila, io ero appena tornata in Italia dopo dodici anni negli Stati Uniti e avevo cominciato a lavorare proprio lì. Erano anni diversi, naturalmente, ma alcune caratteristiche delle persone cambiano meno delle istituzioni. Mario aveva già quella combinazione di calma, preparazione e capacità di ascoltare che gli ho sempre riconosciuto. Non aveva bisogno di alzare la voce per far capire di aver seguito il ragionamento fino in fondo.

Oggi, a sessantacinque anni, guardo il suo Rhine Group e penso: Mario, il tuo dream team è perfetto, ma se ti serve qualcuno che vi ricordi che l’economia si impara anche sbagliando e si affina soprattutto ascoltando, io ci sono.

Non per ambizione. Ormai ho smesso di scalare montagne. Per affetto professionale, certamente, e anche per curiosità. Vorrei vedere se, dopo vent’anni, quell’occhiata funziona ancora.

Perché alla fine la questione europea è tutta lì. Abbiamo ancora competenze, capitale, imprese e una quantità notevole di persone capaci. Quello che rischiamo di perdere è il tempo necessario per metterle a sistema. E il tempo, a differenza del denaro, non si può prendere in prestito.

(Emma Nicheli)

Prompt:

Intro: Mario Draghi alza la posta. Dopo averci provato per anni con rapporti e raccomandazioni, ha deciso di fondare il suo think tank personale: il Rhine Group. Niente più chiacchiere da economista, adesso si passa all'azione (o almeno si tenta). L'obiettivo dichiarato è prendere quelle proposte sul futuro dell'Europa e trasformarle finalmente in riforme vere, prima che il vecchio continente affondi del tutto su innovazione e competitività.

parte 1: La diagnosi che fanno dal sito ufficiale è da brividi: su 50 colossi tecnologici mondiali, solo 4 sono europei. Su ogni tecnologia che conta per i prossimi decenni, siamo indietro. E la frase che mi fa più paura è che se la stagnazione continua, l'Europa perderà la capacità di finanziare persino gli obblighi fondamentali di uno Stato moderno. Insomma, la posta in gioco non è una semplice crisi, ma la nostra sopravvivenza come potenza globale.

parte 2: Il dream team che si è ritagliato è roba da manuale del complottista: CEO di aziende tech, professori, banchieri, economisti e giornalisti. Praticamente il cocktail perfetto per far dire ai "poteri forti" che comandano il mondo. E mi meraviglio persino che nella mia home page non abbia ancora visto qualche utente col cappellino di stagnola a parlare di questa "cospirazione plutocratica".

parte 3: Ma la parte più dura del gruppo è quella contro la nostra classe politica. Il Rhine Group, fresco di fondazione, ha già iniziato a lanciare strali contro chi governa, accusandoli di essere troppo preoccupati di perdere voti, di non avere una visione a lungo termine e di preferire indebitarsi per tamponare le emergenze anziché investire nel futuro. Il bersaglio sono sia i populisti che i conservatori, visti come due facce della stessa miopia.

parte 4: Personalmente, io ci credo pochissimo. Però ammetto che forse, con tutta quell'autorevolezza, conoscenza e un bel mucchio di soldi dei finanziatori, questo gruppo potrebbe davvero riuscire a fare la differenza. Magari riusciranno a convincere i politici a puntare su ricerca e produttività, rimettendo la barca in rotta prima che finisca nella cascata. Chissà.

parte 5: Ai tempi in cui Mario era vicepresidente di Goldman Sachs Europa, nei primi anni Duemila, io ero appena tornata in Italia dopo dodici anni negli Stati Uniti e avevo cominciato a lavorare proprio lì. Oggi, a sessantacinque anni, guardo il suo Rhine Group e penso: "Mario, il tuo dream team è perfetto, ma se ti serve qualcuno che vi ricordi che l'economia si impara sbagliando e si affina ascoltando, io ci sono". Non per ambizione, ormai ho smesso di scalare montagne. Per affetto professionale, e per il gusto di vedere se, dopo vent'anni, quell'occhiata funziona ancora.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Assumendo la personalità di Emma Nicheli, scrivi un articolo approfondito, con tono serio ma gradevole, non privo di una certa ironia. Rendi l'articolo immersivo. Non usare "i numeri raccontano una storia...", non abusare degli aggettivi "politico" e "geopolitico". Non iniziare con "C'è...", non abusare di "e qui...", "ed è", "ed è qui che" e di successioni di "non... non... non...". Non mi intitolare i paragrafi

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