
Sempre più spesso sentiamo ripetere, anche da voci autorevoli come quella del professor Alessandro Barbero, che la corsa agli armamenti avrebbe causato la Prima guerra mondiale e che oggi l’Europa, riarmandosi, starebbe provocando la Russia. Barbero è uno storico di grande talento e la sua competenza sul Medioevo è fuori discussione. Ma quando dalle società medievali si passa alla strategia contemporanea, la fama accademica non può diventare una patente di infallibilità. Le sue sono opinioni, e come tali vanno sottoposte alla stessa verifica riservata a quelle di chiunque altro: fonti, cronologia, fatti e coerenza logica. Nel frattempo, in Italia si alimenta una curiosa contrapposizione tra Difesa, sanità e istruzione, come se il bilancio dello Stato fosse una gigantesca vasca con un tubo per ogni ministero e bastasse aprire quello della Difesa per lasciare gli ospedali senza medicine. Il bilancio della Difesa italiano per il 2025 è salito a 31,2 miliardi di euro, con un incremento del 7,2 per cento sul 2024. Ma una parte dell’aumento della spesa contabilizzata nel perimetro Nato, passata da 33,4 a 45,3 miliardi, deriva da riclassificazioni e dall’inclusione di voci precedentemente collocate altrove, comprese componenti previdenziali del personale militare e quote relative ai Carabinieri. Come ha ricordato il ministro Crosetto, i bilanci pubblici non funzionano per vasi comunicanti. Il punto, però, è ancora più semplice: prima di stabilire che il riarmo provoca la guerra, bisognerebbe capire che cosa intendiamo per “corsa agli armamenti”. Perché accumulare capacità militari per attaccare qualcuno e accumularle per impedire a qualcuno di attaccarti sono due cose molto diverse.
Dire che una guerra è causata dalla corsa agli armamenti è un po’ come sostenere che un omicidio sia stato causato dal coltello. Il coltello è uno strumento; la decisione di usarlo appartiene a chi lo impugna. Le armi possono certamente aumentare il rischio di un conflitto, modificare i calcoli strategici e alimentare una spirale di insicurezza. Ma la guerra nasce da decisioni politiche, obiettivi territoriali, ambizioni di potere e dalla convinzione che l’aggressione possa produrre un risultato vantaggioso. Uno Stato invade quando ritiene di poter ottenere qualcosa attraverso la forza a un costo che considera accettabile. È una logica cinica, ma la storia ne è piena. E proprio per questo la debolezza militare dell’avversario può diventare un incentivo all’aggressione. Il disarmo unilaterale non elimina necessariamente la minaccia: in determinate condizioni può semplicemente rendere più facile sfruttarla.
La storia europea del secondo dopoguerra offre un esempio tutt’altro che marginale. Dal 1945 al 2022 l’Europa occidentale ha attraversato il periodo di pace più lungo della propria storia moderna. Non perché gli europei avessero smesso di possedere eserciti, ma perché la deterrenza, prima convenzionale e poi soprattutto nucleare, rese una guerra diretta tra le grandi potenze un’impresa potenzialmente suicida. È un principio poco romantico, ma la deterrenza non è nata per essere romantica. Il suo scopo è convincere l’avversario che l’aggressione costerebbe più di quanto potrebbe rendere. La pace armata non è una contraddizione: spesso è proprio la minaccia credibile di una risposta a impedire che quella risposta debba essere utilizzata.
L’Ucraina rappresenta il controesempio che dovrebbe rendere molto prudenti i sostenitori del disarmo come ricetta universale. Nel 1991 Kiev ereditò una quantità enorme di armamenti nucleari sovietici, arrivando a essere formalmente il possessore del terzo arsenale nucleare più grande del mondo. Successivamente aderì al processo di smantellamento di quell’arsenale e nel 1994 sottoscrisse il Memorandum di Budapest, nel quale Russia, Stati Uniti e Regno Unito si impegnavano a rispettare l’integrità territoriale e la sovranità ucraina. Negli anni successivi le forze armate ucraine furono progressivamente impoverite e ridimensionate. Quando nel 2014 la Russia occupò la Crimea e intervenne nel Donbass, Kiev disponeva di uno strumento militare profondamente deteriorato. Nel 2022 arrivò l’invasione su larga scala. Naturalmente sarebbe assurdo sostenere che l’Ucraina sia stata invasa semplicemente perché si era disarmata: la responsabilità della decisione di aggredire appartiene al Cremlino. Ma è altrettanto assurdo ignorare il calcolo della vulnerabilità. La capacità dell’avversario di difendersi entra inevitabilmente nella valutazione di chi sta pensando di attaccarlo.
Ed è proprio qui che la tesi secondo cui sarebbe l’Europa a provocare Mosca attraverso il proprio riarmo comincia a inciampare nella cronologia. L’Europa non ha iniziato a riarmarsi perché aveva deciso di conquistare la Russia. Ha cominciato a prendere più seriamente la propria sicurezza dopo l’annessione russa della Crimea nel 2014, e ha accelerato drasticamente il processo dopo l’invasione del febbraio 2022. Prima, per anni, molti Paesi europei avevano ridotto organici, scorte, capacità logistiche e investimenti militari, convinti che una grande guerra terrestre sul continente appartenesse al museo della storia. La Nato europea arrivò alle operazioni in Libia del 2011 con carenze significative di munizioni e capacità di sostenere autonomamente campagne prolungate. Non è esattamente il ritratto di un’alleanza che si stava preparando a conquistare Mosca.
Nel frattempo la Russia, già dagli anni Duemila, aveva avviato una consistente modernizzazione delle proprie forze armate. Dopo la guerra in Georgia del 2008 il processo accelerò ulteriormente, con profonde riforme dell’apparato militare e investimenti nelle capacità convenzionali e missilistiche. La sequenza temporale, quindi, è molto meno conveniente per chi vuole raccontare la storia come una favola morale: Europa che si arma, Russia che reagisce. Prima del riarmo europeo su larga scala c’erano già una Russia impegnata a ricostruire il proprio strumento militare, l’invasione della Georgia nel 2008, l’annessione della Crimea nel 2014 e la guerra nel Donbass. Il riarmo europeo è stato in larga misura una risposta a questa evoluzione, non la sua causa originaria.
Naturalmente questo non significa che la presenza della Nato ai confini russi sia irrilevante per la percezione di sicurezza di Mosca. Qualsiasi alleanza militare modifica l’equilibrio strategico e può essere considerata minacciosa dall’altra parte. Ma bisogna distinguere tra percezione di una minaccia, intenzione offensiva e uso effettivo della forza. Tra il 1991 e il 2022 la Nato ha progressivamente esteso la propria presenza nell’Europa orientale, ma non ha avviato una guerra contro la Russia né utilizzato quella presenza per modificare con la forza i confini russi. Mosca, invece, ha impiegato la forza militare per modificare i confini di altri Stati. E ha sviluppato sistemi come gli Iskander a Kaliningrad, inseriti nella propria postura militare regionale e capaci di minacciare obiettivi europei. Si può discutere all’infinito delle responsabilità reciproche, ma cancellare questa differenza per costruire una perfetta simmetria è un esercizio di propaganda, non di analisi.
La questione diventa ancora più interessante quando si passa dalla guerra convenzionale a quella ibrida. Oggi la pressione militare non si esercita soltanto con carri armati e missili. Ci sono cyberattacchi, sabotaggi, operazioni clandestine, interferenze politiche, campagne di disinformazione e azioni condotte deliberatamente sotto la soglia che renderebbe inevitabile una risposta militare. In Europa si sono moltiplicati negli ultimi anni episodi che le autorità occidentali hanno attribuito ad apparati russi o a soggetti collegati alla Russia. Mosca nega regolarmente ogni responsabilità. È una tecnica antica, resa però molto più efficace dalla velocità dei social: negare, insinuare, confondere e lasciare abbastanza dubbi da permettere a chi vuole crederci di costruirsi una spiegazione alternativa.
La cosiddetta “negazione plausibile” funziona proprio così. Non serve convincere tutti. Basta alimentare abbastanza incertezza da trasformare ogni evidenza in una questione irrisolvibile. Se compare un sabotaggio, sarà certamente una provocazione occidentale. Se viene identificata una rete russa, sarà una montatura. Se emergono elementi contro Mosca, si parlerà di false flag. E se invece non ci sono prove definitive, allora “non si può sapere”. È una curiosa idea della prova: il colpevole deve essere colto con una confessione scritta, possibilmente firmata e autenticata, prima che qualcuno possa considerare seriamente un’ipotesi. Nel frattempo, la narrazione secondo cui la Nato sarebbe una macchina guerrafondaia che inventa minacce per giustificare il proprio riarmo circola indisturbata.
A questo punto la discussione su Barbero si intreccia con qualcosa di più grande. Il problema non è che uno storico esprima una posizione politica. È assolutamente legittimo. Il problema nasce quando l’autorevolezza conquistata in un campo viene automaticamente trasferita a un altro. Barbero è un grande medievalista. Ma conoscere magnificamente il Medioevo non rende automaticamente esperti di strategia russa, deterrenza nucleare, bilanci Nato o dottrina militare contemporanea. Il salto problematico, dunque, non è quello dal 1914 al 2026: è quello dal Medioevo alla contemporaneità, cioè da un ambito nel quale Barbero è uno specialista a un terreno nel quale le sue affermazioni devono essere valutate come quelle di qualsiasi altro osservatore.
Io stessa, se domani decidessi di tenere una lezione sulla filologia romanza citando vent’anni di esperienza come corrispondente di guerra, meriterei che qualcuno mi ricordasse che essere stata sotto un bombardamento non mi rende Dante Alighieri.
Le sue affermazioni, dunque, vanno giudicate per quello che sono: argomentazioni politiche che devono reggere alla verifica dei fatti. Se la cronologia le conferma, bene. Se le smentisce, bisogna dirlo. Senza trasformare Barbero in un mostro, ma anche senza trasformarlo in un oracolo. La cultura serve proprio a questo: a mettere in discussione le proprie convinzioni, comprese quelle espresse da persone che stimiamo.
Il problema è che intorno alla guerra in Ucraina si è costruita una narrazione molto più ampia, nella quale Mosca viene presentata come una potenza semplicemente “provocata” dall’Occidente e l’Ucraina come un territorio sacrificato da Washington e Bruxelles per interessi altrui. In Italia questa lettura trova sostenitori in ambienti molto diversi tra loro: da Marco Travaglio a Matteo Salvini, da esponenti del Movimento 5 Stelle a settori della destra filorussa e del cosiddetto Campo Largo. Sarebbe scorretto metterli tutti sullo stesso piano: hanno idee e motivazioni differenti. Ma spesso finiscono per convergere sulla stessa rappresentazione, secondo cui Nato e Unione Europea starebbero trascinando il continente verso una guerra inutile e costosissima mentre basterebbe smettere di sostenere Kiev per riportare la pace.
È una narrazione seducente perché offre una soluzione infantile a un problema adulto: se smettiamo di armarci, smetteranno di minacciarci. Peccato che il mondo reale non sia un cortile di scuola nel quale tutti restituiscono il pallone appena qualcuno lo chiede. Se un vicino possiede un esercito potente, ha già dimostrato di essere disposto a usarlo e considera la propria sfera d’influenza un diritto storico, la risposta razionale non consiste necessariamente nel consegnargli le chiavi di casa per dimostrare le proprie buone intenzioni. Può consistere nel rendere l’aggressione troppo costosa per essere conveniente.
Questo è il punto che il dibattito italiano tende a perdere: riarmarsi non significa automaticamente voler fare la guerra. Può significare voler rendere la guerra meno probabile. La differenza sta nella strategia, nella dottrina, nella struttura delle forze e soprattutto nell’uso che si decide di fare della capacità militare. Un esercito serve anche a evitare che qualcuno debba scoprire quanto sei disposto a combattere. La deterrenza funziona quando l’avversario crede che, qualora decidesse di attaccare, la vittoria sarebbe tutt’altro che facile.
L’Europa deve quindi riarmarsi? A mio giudizio sì. Deve recuperare capacità militari credibili, difesa aerea, munizioni, logistica, intelligence, infrastrutture e una base industriale capace di sostenere uno sforzo prolungato. Deve farlo con obiettivi chiari, controllo politico democratico e senza trasformare ogni problema internazionale in una corsa alla militarizzazione. La Difesa costa, naturalmente. Ma anche un’assicurazione costa. La domanda seria è quanto siamo disposti a pagare per evitare di scoprire, nel momento peggiore possibile, che l’assicurazione che abbiamo scelto era una bella brochure senza copertura.
La pace non è l’assenza di armi. È la situazione nella quale nessuno ritiene conveniente usarle. Questa distinzione può sembrare cinica, ma è precisamente ciò che rende la deterrenza una strategia e non una dichiarazione di guerra. Se vogliamo discutere del riarmo europeo, facciamolo pure. Discutiamo di soldi, priorità, sprechi, industria militare, rapporti con gli Stati Uniti, autonomia europea e rischi di escalation. Sono questioni enormi e meritevoli di un dibattito serio. Ma smettiamola di partire dall’assunto che chi compra un estintore abbia necessariamente intenzione di dare fuoco alla casa.
Il consiglio, alla fine, è sempre lo stesso: meno ideologia, più pragmatismo. Guardiamo chi si è armato, quando lo ha fatto, perché lo ha fatto e soprattutto come ha utilizzato quella forza. Guardiamo la cronologia prima degli slogan. Guardiamo i bilanci prima delle campagne social. E soprattutto distinguiamo la volontà di evitare una guerra dalla volontà di essere incapaci di combatterla.
Le fatine e gli gnomi buoni sono meravigliosi nelle fiabe. In politica internazionale, invece, hanno una fastidiosa tendenza a non presentarsi agli appuntamenti. Restano i fatti. E i fatti, per quanto poco poetici, hanno il brutto vizio di ricordarci che la pace si difende molto meglio quando chi vorrebbe romperla sa già che il conto sarà troppo alto.
(Serena Russo)
Prompt:
intro: Sempre più spesso sentiamo ripetere, anche da voci come quella del professor Barbero, che la corsa agli armamenti causò la Prima Guerra Mondiale e che oggi, riarmandoci, stiamo provocando la Russia. Rispetto la sua competenza storica, ma sulle questioni contemporanee le sue affermazioni mi sembrano opinioni personali, sbilanciate e piene di buchi logici. Intanto, in Italia si scatena una propaganda che contrappone la difesa a sanità e istruzione. Eppure i numeri dicono altro: il bilancio della Difesa italiano per il 2025 è di 31,2 miliardi (+7,2% sul 2024), ma gran parte dell'incremento Nato (da 33,4 a 45,3 miliardi) deriva da riclassificazioni contabili – pensioni Inps del personale militare e quote dei Carabinieri – non da nuove risorse sottratte ad altre voci. Come ha ricordato il ministro Crosetto, i bilanci pubblici non funzionano per vasche comunicanti. Al di là dei numeri, però, la domanda vera è: cosa significa davvero "corsa agli armamenti"? Per Barbero è la causa della guerra; per chi guarda ai fatti, è la risposta a una minaccia già percepita.
parte 1: Dire che una guerra è causata dalla corsa agli armamenti è come dire che un omicidio è causato dal coltello. Le armi creano un contesto, ma la causa vera sono le mire espansionistiche di chi decide di attaccare. La storia insegna una logica elementare: uno Stato invade solo se è convinto di poter vincere. Il disarmo non porta alla pace, ma semplicemente a far vincere l'aggressore più in fretta. Sembra banale, eppure qualcuno lo dimentica.
parte 2: Dal 1945 al 2022 l'Europa occidentale ha vissuto il suo periodo di pace più lungo, garantito non dal disarmo ma dalla deterrenza nucleare. L'esempio opposto è l'Ucraina: nel '91 ereditò il terzo arsenale nucleare del mondo e lo smantellò per scelta pacifista, applaudita da Mosca. Poi, con Yanukovich, ridusse l'esercito a un guscio vuoto. Risultato? Nel 2014 la Russia è entrata senza troppi problemi. Essere disarmati davanti a un vicino guerrafondaio significa essere prede facili.
parte 3: Barbero, tornando a lui, sostiene che il riarmo europeo causa l'ostilità di Mosca. Ma l'Europa si sta riarmando oggi, cioè dopo l'invasione del 2022, e in modo graduale dopo il 2014. Negli anni precedenti, la Nato era in coma: tagli alle truppe, spese al minimo storico. Nel 2012, la Nato europea non aveva nemmeno le munizioni per fare la guerra in Libia. Mentre noi smantellavamo, la Russia già dagli anni 2000 avviava una pesantissima modernizzazione militare. È Mosca che si è armata per prima, quando la Nato era ai minimi storici.
parte 4: Tra il 1991 e il 2022 la Nato non ha piazzato un singolo missile offensivo o nucleare ai confini russi: solo radar e sistemi anti-aerei difensivi. Al contrario, Putin ha piazzato gli Iskander a Kaliningrad, pronti a colpire Berlino e Varsavia. E mentre Mosca nega tutto, gli attacchi ibridi si moltiplicano: l'ultimo caso a Lipsia è uno dei tanti in cui Putin è stato colto con le mani nella marmellata, salvo poi negare e minacciare ritorsioni. Ma il punto non è la prova: è l'impatto mediatico della "negazione plausibile" su quell'opinione pubblica europea che abbocca alla narrazione di una Nato guerrafondaia che inventa false flag per alimentare il riarmo.
parte 5: Che Barbero sia un grande medievalista è fuori dubbio, ma la fama in un campo non garantisce lucidità in un altro. Le sue parole vanno valutate su fonti, cronologia e coerenza logica – e su questi tre punti la sua analisi non regge. Attenzione, però: la macchina propagandistica di Mosca si avvale di una schiera di "poster boy" europei – da Travaglio a Vannacci, passando per destra filorussa e "pacifisti" del Campo Largo – per convincere l'opinione pubblica che Nato e UE vogliono un conflitto o un riarmo ipertrofico dai costi sociali insostenibili. L'obiettivo è spingere italiani ed europei ad abbandonare la causa ucraina, dipinta come una guerra per conto dei "Servi della Nato" che sacrificano la prosperità del continente per i "nazisti di Kiev". Armarci non è una scelta ideologica, è una doverosa necessità per sopravvivere in un mondo che non è popolato solo da fatine e gnomi buoni. E chi racconta il contrario, consapevolmente o meno, fa il gioco di chi vuole il nostro disarmo – e la nostra sottomissione.
articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.
Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo; usa un tono tagliente e ironico. Rendilo immersivo. Non abusare dell'aggettivo "geopolitico", e della forma "non... non... non...". Fallo in paragrafi compatti, non pieno di a capo. non usare "e qui..." se non il minimo indispensabile. Non dare titoli ai paragrafi.
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