
Ho intervistato Diamanda Galás tre volte nell’arco di vent’anni e, francamente, l’immagine che emerge dal recente polverone mediatico seguito alla sua intervista su Spin mi sembra quanto di più lontano possibile dalla donna e dall’artista che ho conosciuto. Oggi basta pronunciare una frase sgradevole nel posto sbagliato, magari davanti a un microfono e con una discreta dose di insofferenza, perché qualcuno provveda immediatamente a consegnarti alla categoria morale del giorno. In questo caso: “razzista”. Fine della discussione, sipario, applauso del tribunale dei social. Peccato che Diamanda Galás sia un personaggio decisamente più complicato di una didascalia. Chi la liquida così, soprattutto a partire dalle sue dichiarazioni su Beyoncé e sulla narrazione del pop contemporaneo, dimostra prima di tutto di conoscere molto poco la sua storia, la sua estetica e il percorso intellettuale che ha costruito nell’arco di una vita. Si può sostenere che abbia detto cose discutibili, naturalmente. Ma prima bisognerebbe sapere con chi stiamo parlando.
La Galás non è mai stata un’artista accomodante. E se cercate comodità, avete probabilmente sbagliato negozio. La sua musica può essere straordinaria, sconvolgente, perfino fisicamente dolorosa; per altri può essere semplicemente insopportabile. Lo dico senza imbarazzo: chi entra nei suoi dischi aspettandosi la struttura rassicurante di una canzone rock, il ritornello che torna quando deve e magari un bel groove da accompagnare con il piede sotto il tavolo, rischia di vivere un’esperienza simile a quella di chi ordina una pizza e si vede servire Eschilo. La Galás lavora su un’altra idea della musica. La voce diventa materia, ferita, lamento, invettiva, teatro. Le sue performance hanno più a che fare con la tragedia classica, il rito funebre, il cabaret nero e l’espressionismo che con il normale concetto di “brano”. Non accompagna una storia: la mette in scena attraverso il corpo.
Anche il personaggio contribuisce parecchio all’equivoco. Sul palco la Galás sembra enorme, affilata, quasi minacciosa. La sua presenza fisica occupa molto più spazio di quanto suggerirebbero i suoi poco più di centosessantacinque centimetri di altezza. Eppure, fuori dalla scena, della sacerdotessa infernale che appare in certe fotografie rimane ben poco. Nelle mie conversazioni ho incontrato una donna schietta, coltissima, con una capacità di analisi notevole e un senso dell’umorismo nero che può essere devastante. È una distanza fra persona e personaggio che mi ha sempre ricordato, per certi versi, Alice Cooper: sul palco un mostro, fuori un uomo perfettamente consapevole della commedia. Il pubblico, invece, spesso preferisce credere che la maschera coincida con il volto. È più semplice e soprattutto richiede meno fatica.
La radicalità della Galás, però, non è soltanto una costruzione teatrale. Ha radici molto concrete. Figlia di immigrati greci, ha dedicato una parte importante della propria opera alla memoria delle persecuzioni e dei genocidi che hanno colpito il popolo armeno e quello greco. Negli anni Ottanta è stata in prima linea con ACT UP nella battaglia contro lo stigma legato all’AIDS, una lotta resa ancora più dolorosa dalla morte del fratello. Quella era un’epoca nella quale parlare pubblicamente di AIDS significava affrontare paura, ignoranza, omofobia e una dose di ipocrisia sociale che oggi tendiamo a ricordare con una certa indulgenza, come se fossimo sempre stati migliori di quelli che ci hanno preceduto. Non lo eravamo. E chi era coinvolto direttamente lo sapeva molto bene.
Questo non rende la Galás infallibile. Sarebbe una conclusione abbastanza sciocca. Una storia di militanza non consegna a nessuno il brevetto dell’infallibilità morale. Però aiuta a capire da dove vengano la sua ossessione per la sofferenza, la memoria e gli esclusi. Nel suo caso non stiamo parlando di un’artista che ha aggiunto qualche slogan progressista alla propria biografia per completare il personaggio. Quelle questioni hanno attraversato la sua vita e il suo lavoro. Per questo trovo piuttosto misero prendere alcune dichiarazioni recenti e usarle per riscrivere retroattivamente mezzo secolo di percorso.
Poi c’è Beyoncé. Ed è qui che, a mio parere, la discussione si è incagliata. Perché una cosa è giudicare ciò che la Galás ha detto; un’altra è decidere in anticipo che cosa quelle parole debbano significare. La Galás non ha mai avuto un rapporto particolarmente sereno con l’industria culturale e con la sua capacità di trasformare qualsiasi cosa in prodotto. È una vecchia ossessione della sua generazione, e anche una delle poche che considero ancora perfettamente attuali. Il suo bersaglio è quella macchina culturale che prende una produzione pop gigantesca, costruita da eserciti di autori, produttori, tecnici, manager e professionisti del marketing, e poi la racconta come se fosse scesa dal cielo in una notte di luna piena.
Beyoncé è un’artista di enorme talento. Non c’è bisogno di negarlo per discutere il sistema che la circonda. Una produzione può essere sontuosa, impeccabile, perfettamente consapevole della propria eredità culturale e avere comunque alle spalle una macchina industriale gigantesca. Le due cose possono tranquillamente convivere. Il problema nasce quando il successo commerciale, la dimensione dello spettacolo e l’importanza simbolica vengono utilizzati come prova automatica della grandezza artistica. Un disco può vendere milioni di copie e restare mediocre. Può essere importante per una generazione senza essere un capolavoro. Può avere un peso sociale enorme e lasciare relativamente poco alla storia della musica. Una volta questa distinzione era abbastanza normale. Oggi sembra quasi un atto di sovversione.
Il cosiddetto “poptimism” ci mette il carico da dieci. Negli ultimi anni abbiamo sviluppato una curiosa abitudine: ogni fenomeno popolare deve essere dichiarato importante, ogni album deve ridefinire un genere, ogni tour deve diventare un avvenimento culturale e ogni superstar deve essere contemporaneamente artista, attivista, imprenditrice e icona politica. A questo punto aspetto soltanto il comunicato stampa che annunci il prossimo singolo destinato a risolvere la crisi climatica entro il secondo ritornello.
La Galás reagisce a questo meccanismo con la consueta mancanza di diplomazia. Possiamo trovare la sua posizione snob, ingenerosa o persino sbagliata. Ma da qui a trasformarla in un rifiuto della musica afroamericana ce ne passa. Ed è precisamente questo salto che mi convince poco. Criticare il modo in cui l’industria costruisce una narrazione intorno a un’artista nera non equivale a negare la storia della musica nera. Anzi, sarebbe abbastanza singolare che proprio una musicista come la Galás, che ha sempre lavorato sulla memoria e sulla stratificazione culturale, ignorasse il peso enorme di quella tradizione.
Non ho difficoltà a immaginare la Galás interessata a musicisti come Jake Blount, Adia Victoria e Kyshona, così come a maestri del jazz quali Brian Blade, Tomeka Reid o il compianto Ron Miles. Sono artisti che hanno affrontato blues, jazz, folk e tradizioni afroamericane con linguaggi diversi, mostrando quanto quelle radici siano ancora fertili quando vengono trattate come materia viva. La musica afroamericana, del resto, non ha mai avuto bisogno di essere trasformata in un monumento immobile per dimostrare la propria importanza. È nata dalla contaminazione, dal conflitto, dall’ibridazione, dalla trasformazione continua. Il jazz ha divorato mondi differenti e li ha restituiti irriconoscibili. Il blues è cambiato continuamente. Il rock stesso, che noi vecchi continuiamo a trattare come una specie di parente stretto da difendere alle riunioni di famiglia, è figlio di una quantità impressionante di incroci culturali.
Questa storia dovrebbe renderci prudenti davanti alle narrazioni troppo ordinate. La musica più interessante raramente si presenta con il certificato di purezza in mano. È proprio la collisione fra culture, generi e linguaggi ad aver prodotto alcune delle cose migliori che abbiamo ascoltato. Per questo trovo altrettanto discutibile trasformare la storia della musica nera in una successione di icone intoccabili. Significa fare alla musica un torto molto simile a quello che si pretende di denunciare: trasformarla in un oggetto da consumo culturale.
La Galás appartiene a una generazione nella quale l’autenticità era ancora una questione quasi fisica. Era la generazione convinta, spesso ingenuamente, che l’arte potesse disturbare il potere e mettere il pubblico davanti a qualcosa che non aveva voglia di vedere. Poi l’industria ha fatto il suo mestiere. Ha preso la ribellione, l’ha impacchettata, l’ha messa sullo scaffale e le ha dato un prezzo. È successo al punk, al rap, al grunge, alla controcultura, alla moda e persino alla trasgressione sessuale. Il capitalismo culturale possiede una capacità digestiva ammirevole: mangia i propri nemici e poi vende loro la maglietta.
Ecco perché capisco il fastidio della Galás davanti alla trasformazione del successo commerciale in valore estetico automatico. Non lo condivido necessariamente in ogni sua formulazione, ma ne capisco perfettamente l’origine. E soprattutto credo che sia una discussione che valga la pena affrontare senza ricorrere immediatamente al tribunale morale. Se la Galás ha sbagliato, si dica dove ha sbagliato. Se una sua affermazione è offensiva, si spieghi perché. Se la sua critica a Beyoncé è ingenerosa, la si argomenti. Questo sarebbe ancora fare critica culturale.
Prendere invece una frase controversa, applicarle un’etichetta e poi utilizzare quell’etichetta per cancellare una storia artistica e personale molto più complessa è un esercizio che interessa più alla polemica che alla musica. E la musica, per fortuna, è un animale un po’ più testardo delle nostre categorie.
Per questo, avendoci parlato più volte nel corso degli anni, faccio fatica a riconoscere nella caricatura che circola oggi la persona che ho conosciuto. Non l’ho mai vista come un’icona da santificare e nemmeno come il mostro ideologico che oggi qualcuno sembra voler costruire. L’ho conosciuta come un’artista radicale, intelligente, ironica, spesso esasperante e assolutamente priva dell’istinto di piacere a tutti. Può sbagliare, naturalmente. Può essere ingiusta. Può perfino prendere una cantonata colossale. È un’artista, mica il Dalai Lama.
Ma proprio per questo preferisco discutere con la Galás piuttosto che archiviarla. Preferisco confrontarmi con quello che dice, anche quando mi irrita, piuttosto che trasformarla nell’ennesimo personaggio da social network, buono per una condanna di giornata e dimenticato il giorno dopo. La differenza fra dire a qualcuno “hai torto” e dire “sei una persona orribile” è enorme: la prima frase lascia aperta una discussione, la seconda la rende superflua.
E forse è questo il punto che abbiamo dimenticato. Il rock, il jazz, il blues e tutta la grande musica del Novecento non sono mai stati una riunione condominiale in cui tutti votavano per alzata di mano la frase più appropriata. Sono nati da collisioni, provocazioni, scandali, appropriazioni, incomprensioni e furiose discussioni. La Galás continua a comportarsi come se la musica avesse ancora il diritto di disturbare qualcuno. Possiamo trovarlo irritante. Possiamo anche pensare che qualche volta abbia torto. Ma in un’epoca nella quale una quantità impressionante di musica viene progettata per non disturbare nessuno, una vecchia leonessa dell’underground che riesce ancora a far arrabbiare così tante persone è, tutto sommato, un segno di vita.
(Luigi Colzi)
Prompt:
Intro: Ho intervistato Diamanda Galás tre volte nell’arco di vent’anni, e l'immagine che emerge dal recente polverone mediatico in seguito all'intervista su Spin non potrebbe essere più lontana dalla donna e dall'artista che ho conosciuto. Chi oggi la liquida frettolosamente con l'etichetta di "razzista" per le sue sferzanti e scomode dichiarazioni su Beyoncé e la narrazione del pop contemporaneo, dimostra di non conoscere né la sua storia, né la complessità del suo percorso umano e intellettuale.
parte 1: La Galás non è mai stata una figura facile o accomodante, ed è un'artista la cui musica — lo dico con assoluta schiettezza — può risultare persino inascoltabile o noiosa per chi cerca la struttura tradizionale del pezzo rock o la fluidità del groove. Il suo è un lavoro puramente concettuale, una drammaturgia della voce e del corpo che usa il lamento funebre e la tragedia classica come armi di detonazione sociale. Ma ridurre la sua spinta etica a un becero reazionardismo significa prendere un granchio gigantesco.
parte 2: Nelle mie conversazioni con lei, ciò che mi ha sempre colpito è il profondo abisso tra il personaggio scenico e la persona reale. Sul palco appare come una figura imponente, affilata e quasi intimidatoria, eppure fisicamente è una donna di statura media, poco più di un metro e sessantacinque. Fuori dai riflettori non c'è traccia di autocompiacimento o di posa da sacerdotessa dell'avanguardia: Diamanda è schietta, coltissima, dotata di un'ironia macabra e di uno humour nero travolgente che ricorda la netta separazione tra realtà e finzione teatrale tipica di un Alice Cooper.
parte 3: Questa sua spina dorsale nasce da un vissuto personale e da radici storiche impregnate di dolore reale, non di battaglie di facciata. Figlia di immigrati greci, ha dedicato intere opere alla memoria dei genocidi armeno e greco, così come negli anni '80 è stata in prima linea con ACT UP contro lo stigma sull'AIDS che le portò via il fratello. Parlare con lei ha sempre significato confrontarsi con una persona dolorosamente consapevole delle discriminazioni e delle sofferenze delle minoranze, con una sensibilità viscerale per la memoria degli oppressi che rende ridicola qualsiasi accusa di razzismo.
parte 4: Non ho dubbi che non avrebbe nulla da ridire su musicisti come Jake Blount, Adia Victoria, Kyshona, o su maestri del jazz come Brian Blade, Tomeka Reid o il compianto Ron Miles. Artisti che scavano con rispetto e rigore filologico nelle radici afroamericane, nel blues e nel folklore. Ciò che la Galás non sopporta non è la storia della musica nera — di cui conosce benissimo il peso fondamentale —, ma il "poptimismo" trionfalistico: l'idea che un'operazione patinata, nata a tavolino a Hollywood con decine di autori e un budget milionario, venga spacciata dalla critica mainstream per una rivoluzione storica o sociale.
parte 5: Diamanda Galás resta un'artista spigolosa, provocatoria e sistematicamente priva di diplomazia. Può non piacere la sua musica, si può legittimamente criticare la rozzezza di certe sue uscite recenti, ma scambiare l'intransigenza di una vecchia leonessa dell'underground per odio razziale significa scambiare il dito per la luna, dimenticando decenni di militanza reale al fianco degli ultimi.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto. Fai paragrafi compatti, senza spezzettare in frasi con troppi a capo. Non cominciare con "Ah...". Non usare linee di separazione. Non intitolare i paragrafi con "Parte 1 - ...", se vuoi dargli un titolo. Non iniziare con "'C'è...". Non usare la forma "non... non... non..."
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