Il corpo, questo sconosciuto

La nuova pubblicità di Sydney Sweeney per Novig, una piattaforma americana di previsioni sportive, ha scatenato una piccola rivolta delle atlete. La Sweeney compare praticamente nuda mentre finge di praticare diversi sport, coperta qua e là da palloni, racchette e attrezzatura varia. Il messaggio della campagna è deliberatamente provocatorio e parecchio ammiccante, tanto che diverse sportive l’hanno accusata di sessualizzare lo sport femminile e di vanificare anni di battaglie per fare riconoscere alle atlete il proprio talento anziché il proprio corpo.

La critica merita di essere ascoltata. Una donna che passa la vita ad allenarsi per correre i 200 metri in poco più di 21 secondi può legittimamente trovare irritante che, quando si parla di sport femminile, qualcuno preferisca una racchetta piazzata davanti a un seno. Fin qui, nulla di strano.

Quello che mi interessa è un’altra cosa: la Sweeney è una modella e un’attrice, il suo corpo fa parte del suo mestiere e lei sembra perfettamente consapevole di questa scelta. Ama posare, ama giocare con la propria immagine e non sembra vivere la propria sensualità come una disgrazia da cui qualcuno debba salvarla. Peraltro, in questo caso non è neppure una testimonial capitata per caso davanti a una macchina da presa: è entrata in Novig come partner strategica e azionista e, secondo quanto riferito dalla società, avrebbe proposto lei stessa la collaborazione.

Insomma, prima di trasformarla nella povera vittima inconsapevole del patriarcato pubblicitario, forse possiamo concederle il beneficio di essere una donna adulta che sa molto bene come funziona il proprio mestiere.

Una campagna può essere volgare, pigra, furba, divertente o tutte queste cose insieme. Possiamo persino trovarla terribile. Ma questo giudizio riguarda la campagna. Trasformarlo automaticamente in un giudizio sulla donna che vi partecipa è un’altra faccenda.

Soprattutto perché il femminismo, per quanto mi ricordi, era partito da un principio piuttosto elementare: il corpo è mio e decido io.

Vale anche quando la decisione ci piace poco. Se una donna sceglie di coprirsi, di mostrarsi, di posare nuda o di vendere la propria immagine, possiamo discuterne quanto vogliamo, ma senza trasformare la sua scelta in una colpa. Abbiamo imparato a riconoscere l’autodeterminazione nel velo, nei nudi sui social, nelle creatrici di contenuti erotici. Sarebbe curioso concederla soltanto alle donne che fanno scelte culturalmente rassicuranti.

Questo naturalmente non rende ogni rappresentazione del corpo femminile automaticamente emancipatoria. Una pubblicità può essere sessista anche quando la donna che vi compare partecipa volontariamente. Si può criticare il modo in cui un corpo viene utilizzato senza pretendere di correggere la persona che quel corpo ha deciso di mostrare. Sono due piani diversi.

Le atlete che hanno criticato la campagna stanno parlando soprattutto di questo secondo piano. Ariarne Titmus, Amy Hunt, Sophie Capewell e molte altre hanno sottolineato che le donne nello sport hanno dovuto faticare parecchio per essere considerate atlete prima che oggetti dello sguardo. Alcune hanno pubblicato video dei propri allenamenti e delle proprie gare proprio per mostrare cosa c’è dietro quei corpi: muscoli, disciplina, fatica, anni di lavoro.

È una rivendicazione legittima. Ma non obbliga nessuno a concludere che la Sweeney abbia fatto qualcosa di moralmente riprovevole.

Anzi, la risposta della Sweeney è stata piuttosto interessante proprio perché non ha scelto la strada della grande autodifesa ideologica. Dopo le critiche ha pubblicato nelle proprie Instagram Stories fotografie di celebri atlete che avevano posato nude per l’ormai famoso Body Issue di ESPN: Serena Williams, Ronda Rousey, Megan Rapinoe, Caroline Wozniacki e altre.

È una risposta indiretta, certo. Ma il messaggio si capisce: il corpo atletico può essere celebrato anche attraverso la nudità, e una donna non smette di essere forte, competente o rispettabile perché decide di mostrarsi.

La Sweeney ha anche definito la campagna un’idea giocosa, pensata per «tagliare il rumore» e riportare l’attenzione sullo sport attraverso umorismo e provocazione. È una spiegazione perfettamente compatibile con quello che si vede: la pubblicità non sta cercando di fingere di essere un documentario sullo sport femminile. Sta cercando di farsi notare. E direi che, con un certo successo, ci è riuscita.

Naturalmente rimane un elemento che personalmente trovo molto più interessante del seno della Sweeney: stiamo parlando di una società che vende previsioni e scommesse sportive. La discussione sulla pubblicità del gioco d’azzardo, sui suoi destinatari e sulla capacità di queste piattaforme di trasformare lo sport in prodotto commerciale meriterebbe forse qualche attenzione in più. Ma evidentemente un pallone da basket davanti al seno produce più indignazione di un modello economico costruito sul desiderio di scommettere. Il corpo femminile, ancora una volta, si dimostra un magnifico diversivo.

E poi c’è una cosa che mi pare doverosa ricordare: possiamo criticare la campagna senza pretendere di educare la Sweeney.

Una volta erano gli uomini rispettabili a dirci quanto fosse lunga la gonna giusta, quanto fosse scollato il vestito accettabile e quale fosse il comportamento decoroso. Oggi possiamo arrivare alla stessa conclusione utilizzando parole molto più moderne e dichiarandoci progressisti. Il risultato, però, resta curiosamente simile: la donna deve essere libera, purché utilizzi bene la libertà.

Io posso trovare la pubblicità della Sweeney pacchiana. Posso pensare che Novig abbia scelto deliberatamente la provocazione e che abbia sfruttato benissimo la prevedibile indignazione che ne sarebbe seguita. Posso anche comprendere perfettamente le atlete che vorrebbero vedere lo sport femminile raccontato attraverso la competenza, la forza e i risultati.

Tutto questo può stare nello stesso discorso.

Quello che eviterei è trasformare la Sweeney in una donna da correggere perché ha deciso di utilizzare il proprio corpo in un modo che qualcuno considera culturalmente sbagliato.

Dopo tutto quello che abbiamo detto sulla libertà femminile, sarebbe abbastanza paradossale arrivare alla conclusione che le donne sono libere di scegliere soltanto quando scelgono bene.

Il corpo è suo. Anche il cattivo gusto, temo, viene con il pacchetto.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: nuova polemica contro Sydney Sweeney per una pubblicità di un’app di scommesse sportive. Una modella e attrice, che ama posare e che pubblica spesso foto del suo corpo. E allora mi chiedo: dov’è il problema?

parte 1: Per me il punto è chiaro: è una modella, il suo corpo è il suo lavoro. Non è una prostituta costretta a fare certe cose dalla mancanza di prospettive economiche, non è una donna sfruttata che va salvata suo malgrado. È una persona che ha scelto di fare questo mestiere e che, almeno da quello che si vede, lo fa perché le piace. Non dobbiamo per forza condividerlo, ma almeno rispettarlo sì.

parte 2: La lotta femminista non era “il corpo è mio e decido io”? Se la Sweeney ama posare nuda, se va anche in occasioni mondane con abiti che mostrano il corpo, quale sarebbe il problema? L’autodeterminazione è a targhe alterne? Vale solo per le donne che piacciono a chi si proclama femminista? Perché mi sembra che la libertà venga invocata da alcuni solo quando rispecchia le proprie convinzioni.

parte 3: Il doppio standard è evidente: si difendono OnlyFans, i nudi sui social, persino il velo come scelta culturale, ma poi si attacca una modella che si piace. Il corpo di una donna di destra diventa mercificazione; il corpo di una donna velata diventa cultura. La nudità di una donna che si mostra è umiliante; il velo di una donna che si nasconde è rispettabile. A me sembra il trionfo dell’ideologia.

parte 4: Alla fine, questo non è femminismo: è moralismo. È il vecchio pregiudizio che si traveste da progressismo, la stessa logica che per secoli ha detto alle donne come vestirsi e comportarsi. Ognuno può fare ciò che vuole del proprio corpo, e se non ci piace ciò che fanno gli altri, possiamo ignorarlo, non condannarlo.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito.

Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo. Usa il suo tono ironico e leggero, col giusto umorismo. Non usare la domanda retorica. Usa il meno possibile la formula "non... non... non...". Usa il meno possibile "E qui". Non dare titoli ai paragrafi. Non esagerare con gli a capo, l'articolo deve avere un formato leggibile.

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