
Ho letto le dichiarazioni di Virginia Libero, la giovane segretaria dei Giovani Democratici apprezzata da Elly Schlein, e confesso che la cosa che mi ha lasciato più perplesso non è nemmeno l’interpretazione dell’articolo 11 della Costituzione. È quel verbo: «diserteremo». La Libero ha detto che, in caso di guerra, i giovani della sua generazione non sarebbero stati «i soldati delle vostre guerre» e che avrebbero «organizzato i disertori». Poi ha precisato che non si riferiva all’Ucraina e ha ribadito il sostegno a Kiev e la condanna dell’aggressione russa. Bene. Ma allora resta da capire che cosa significhi esattamente quella diserzione e perché venga presentata come una sorta di manifesto generazionale.
L’articolo 11, intanto, meriterebbe di essere letto per intero. La Costituzione dice che l’Italia «ripudia la guerra» come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non stabilisce dunque che qualsiasi impiego della forza sia automaticamente incostituzionale: la stessa Carta, all’articolo 52, afferma che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». La questione è assai più seria di una gara a chi riesce a citare per primo un articolo della Costituzione durante un’assemblea studentesca. E proprio per questo la parola «diserzione» meriterebbe qualche spiegazione in più.
La cosa curiosa è che a pronunciarla sia una giovane di sinistra. La sinistra del Novecento aveva fatto della parola «lotta» quasi una categoria antropologica: lotta di classe, lotta antifascista, lotta per i lavoratori. I giovani comunisti e socialisti che oggi celebriamo nei libri di storia non erano esattamente specialisti della prudenza. C’erano ragazzi disposti a rischiare la pelle per un’idea, talvolta per idee che oggi consideriamo giuste, talvolta per idee che hanno prodotto tragedie. La Resistenza, per esempio, non fu un laboratorio di teoria con il buffet alla fine. Fu una vicenda nella quale uomini e donne si trovarono davanti a scelte terribilmente concrete.
Questo, naturalmente, non significa che la guerra sia una cosa bella o che chi rifiuta di combattere sia automaticamente un vigliacco. Esiste una lunga tradizione pacifista, anche nella sinistra, che ha prodotto riflessioni serie sull’obiezione di coscienza e sul rapporto tra individuo e Stato. Ma proprio per questo sarebbe opportuno distinguere. L’obiezione di coscienza riguarda il rifiuto di partecipare a determinati atti armati per ragioni morali o religiose; la diserzione indica invece l’abbandono del servizio militare o il rifiuto di adempiere agli obblighi connessi. Mettere tutto nello stesso calderone perché suona bene dal palco è un modo curioso di affrontare una questione tutt’altro che teorica.
E poi c’è il tema della generazione. I ragazzi di oggi hanno ragioni concrete per essere arrabbiati: precarietà, stipendi bassi, affitti fuori controllo, prospettive professionali spesso deludenti. Ma proprio per questo mi sorprende una certa trasformazione del concetto di impegno: si protesta molto, si rivendica moltissimo e, quando arriva la domanda su quale prezzo personale comporti una determinata scelta, improvvisamente cala il silenzio. Il problema non riguarda soltanto la guerra. Vale per qualsiasi grande battaglia collettiva: qualcuno, alla fine, deve mettere tempo, denaro, competenze o persino la propria sicurezza sul piatto.
Quanto alla malignità finale, concedetemela. In caso di guerra, temo che scopriremmo improvvisamente una quantità sorprendente di giovani rivoluzionari con un padre proprietario di una casa a Londra, un cugino a Bruxelles e un vecchio amico di famiglia disposto a «dare una mano». Naturalmente è una caricatura, e sarebbe scorretto attribuirla alla Libero senza alcuna prova. Ma la domanda sottostante rimane: il rifiuto di combattere vale allo stesso modo per chi non ha alternative e per chi dispone di mezzi sufficienti per prendere un aereo e salutare tutti dal terminal?
La Libero ha ventotto anni. È giovane, certamente, ma abbastanza adulta da sapere che le parole hanno una storia. «Disertore» non è semplicemente un sinonimo più elegante di «pacifista». È una parola che evoca una scelta precisa, con conseguenze precise. Può essere usata come provocazione, come dichiarazione antimilitarista o come simbolo di ribellione; ma proprio per questo sarebbe interessante sapere dove si collochi il confine. Da quale guerra si diserta? Da una guerra di aggressione? Da una guerra difensiva? Da una missione internazionale? E se l’aggressore fosse alle porte di casa propria?
Sono domande scomode, perché costringono gli slogan a misurarsi con situazioni nelle quali non esistono formule buone per tutte le stagioni. Il pacifismo può essere una convinzione sincera e rispettabile; la difesa armata può, in determinate circostanze, essere considerata necessaria. La Costituzione stessa tiene insieme questi due elementi, ed è proprio questa complessità a renderla più interessante di qualsiasi frase pronunciata davanti a un microfono.
Insomma, la Libero ha aperto una discussione che meriterebbe qualcosa di più di un applauso o di una reprimenda. Se si vuole fare della diserzione una parola d’ordine, bisogna avere il coraggio intellettuale di spiegarne il significato concreto. Perché una cosa è dire «io sono contrario alla guerra». Un’altra è stabilire che cosa si farebbe quando la guerra, che fino a quel momento era una parola televisiva, smettesse improvvisamente di stare sullo schermo.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: Ho letto le dichiarazioni di Virginia Libero, la giovane vicina al PD apprezzata da Elly Schlein, e confesso che la cosa che mi ha lasciato più basito non è tanto l’ignoranza costituzionale sull’articolo 11. Quello che mi ha colpito è il grido: se ci fosse una guerra, noi diserteremmo. Detta così, non è obiezione di coscienza: è programma politico.
parte 1: L’articolo 11 non dice semplicemente “l’Italia ripudia la guerra”. Dice che la ripudia come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, lasciando quindi aperta la possibilità di una guerra difensiva o di una missione di pace. Ma il punto vero non è questo. Il punto è che una giovane di sinistra oggi rivendica il disertare come se fosse una posizione rivoluzionaria, mentre storicamente la sinistra giovane doveva essere tutt’altro.
parte 2: Da sempre i giovani di sinistra dovrebbero essere i rivoluzionari: quelli pronti a morire per la lotta di classe, per cacciare il fascismo, per difendere la libertà. Non sto dicendo che la guerra sia bella, tutt’altro. Ma nessuna libertà è mai stata difesa senza combattere, e nessuna rivoluzione ha mai avuto successo senza prendersi dei rischi, anche fisici.
parte 3: E nessun Paese è mai riuscito a garantire un salario dignitoso e cure decenti se prima ha perso la propria libertà. La libertà non è una cornice neutra: è la condizione per poter rivendicare diritti, scioperare, organizzarsi, pretendere. Se la lasci cadere, il resto non lo salvi con un post o con un bel discorso da assemblea studentesca.
parte 4: La percezione che mi dà un discorso del genere è che questi giovani si accontentino della vita che hanno, che non abbiano voglia di lottare per nulla, o che pensino che i problemi enormi della loro generazione debbano risolverli altri, senza troppo disturbare. Il pacifismo diventa così una comoda delega: io non rischio, tu pensaci.
parte 5: E se mi passate la malignità: il senso vero del discorso è che, se davvero arrivasse la guerra, i giovani del PD avrebbero tutti un papi con abbastanza soldi e contatti da farli scappare all’estero. Il disertore non sarebbe l’eroe antimilitarista, ma il privilegiato che scarica il costo della difesa sugli altri. Virginia Libero, si dice, è giovane. Ma a 28 anni, forse, si dovrebbe essere già un po’ cresciuti.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.
Assumendo l'identità di Francesco Cozzolino, scrivi un Articolo; usa un tono irriverente, ironico, sarcastico. Non iniziare con "C'è qualcosa di..." Scrivilo in paragrafi compatti, senza eccessiva frammentazione; utilizza il meno possibile la formula "non... non... non..." ed "e qui...". Evita pure prosa saggistico-argomentativa ad alto impatto retorico, di taglio epigrammatico e dal finale ammonitorio.
Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.