
Da giornalista mi interessa da sempre il momento in cui un’idea smette di essere un’ipotesi da discutere e diventa una verità da professare. È il momento in cui il pensiero critico, dopo aver messo in discussione tutte le certezze altrui, scopre di non avere più bisogno di mettere in discussione le proprie.
È da questa trasformazione che vorrei partire per capire l’islamo-progressismo: la convergenza fra settori del progressismo occidentale e movimenti islamisti che, pur partendo da principi incompatibili, finiscono per incontrarsi nell’opposizione all’Occidente e a Israele. Il meccanismo decisivo è una gerarchia morale che antepone la posizione di un soggetto nel conflitto alla valutazione delle sue idee e delle sue azioni. Se qualcuno viene classificato come oppresso, la sua causa acquista una presunzione di legittimità; se si presenta come nemico dell’Occidente, le contraddizioni con i valori progressisti diventano negoziabili.
Non è soltanto un’alleanza fra soggetti diversi. È una distorsione del pensiero critico: la critica del potere si trasforma in una prova di appartenenza e l’universalismo dei diritti cede il posto a una morale a geometria variabile. Per capire come si sia arrivati fin qui, occorre seguire il percorso attraverso cui alcune idee sono state selezionate, semplificate e trasformate in senso comune.
Il fenomeno emerge con particolare evidenza nel modo in cui una parte dell’attivismo occidentale interpreta la causa palestinese. Figure molto diverse vengono inserite in una narrazione che presenta l’Occidente come potenza oppressiva e attribuisce a chi vi si oppone una speciale legittimità morale. Questo non significa che le denunce delle violazioni dei diritti siano infondate, né che la solidarietà con i palestinesi implichi un’adesione all’islamismo. La questione è un’altra: quanto pesa la causa sostenuta nel giudizio su chi la sostiene? E che cosa accade quando lo schieramento conta più delle idee, dei metodi e degli obiettivi?
Questa cornice ha una genealogia intellettuale che passa anche attraverso Frantz Fanon, Edward Said, Patrick Wolfe e Judith Butler. Non formano una scuola unitaria e le loro opere non conducono necessariamente all’islamo-progressismo. Il punto è capire che cosa succede quando idee nate in contesti diversi vengono selezionate e ricomposte fino a formare uno schema interpretativo rigido.
Fanon ha analizzato la violenza del dominio coloniale e il ruolo della lotta anticoloniale nella liberazione. In I dannati della terra affronta un processo storico complesso, non distribuisce assoluzioni preventive a chiunque si ribelli. Nelle letture più sbrigative, tuttavia, il ragionamento può ridursi a questo: se sei oppresso, la tua violenza è resistenza; se è resistenza, è moralmente giustificata. Gli obiettivi, i metodi e le vittime passano in secondo piano. La causa prende il posto del giudizio.
Con Orientalismo, Edward Said ha mostrato come le rappresentazioni occidentali dell’Oriente siano state intrecciate con rapporti di potere e interessi imperiali. Ma se questa critica si trasforma in un sospetto generalizzato verso ogni giudizio occidentale, l’argomento finisce per contare meno dell’identità di chi parla. Una critica fondata può essere respinta come espressione di dominio; una posizione discutibile può ottenere credito perché proviene da chi si presenta come vittima. La provenienza dell’argomento diventa il suo verdetto.
Patrick Wolfe ha contribuito a spiegare la persistenza delle strutture del colonialismo d’insediamento. Il problema nasce quando questa categoria viene estesa fino a diventare una griglia universale: da una parte gli oppressori, dall’altra gli oppressi. Le differenze interne ai gruppi scompaiono, le responsabilità individuali si dissolvono nell’appartenenza collettiva e ogni contraddizione rischia di essere liquidata come secondaria. La teoria, anziché aiutare a leggere la realtà, assegna in anticipo le parti.
Judith Butler ha influenzato profondamente il pensiero femminista e queer attraverso le sue riflessioni su identità, norme sociali e vulnerabilità. Le sue dichiarazioni su Hamas ed Hezbollah hanno alimentato controversie sul modo in cui questi movimenti vengono collocati nel discorso sulla resistenza. Anche qui è necessario distinguere il pensiero dell’autrice dalle interpretazioni successive. Il problema nasce quando la centralità delle identità marginalizzate e la critica dei rapporti di potere vengono ricomposte in uno schema che attribuisce a chi è considerato oppresso un credito morale preventivo.
È questo il passaggio cruciale: percorsi intellettuali distinti possono essere semplificati fino a convergere in una regola secondo cui il valore morale di un soggetto dipende soprattutto da chi combatte, non da ciò che vuole costruire. La critica del colonialismo diventa così una sorta di lasciapassare. Chi si oppone al potere occidentale può ricevere indulgenza anche quando difende concezioni della società incompatibili con la libertà individuale.
Le università contano perché selezionano, trasmettono e legittimano le categorie con cui interpretiamo il mondo. Gli studi postcoloniali hanno arricchito molte discipline, riportando al centro la storia degli imperi e le conseguenze del dominio coloniale. Sarebbe sciocco liquidarli in blocco. Ma nessun campo di ricerca è immune dalla formazione di ortodossie: una teoria influente può diventare il linguaggio condiviso di una comunità accademica, fino a rendere alcune domande familiari e altre sospette.
Non servono riunioni segrete né registi occulti. Bastano meccanismi ordinari: il prestigio degli autori, le mode intellettuali, i programmi universitari, le aspettative professionali e il riconoscimento dei propri ambienti. Quando un paradigma si consolida, chi vi entra ne impara il vocabolario; chi lo contesta deve spesso dimostrare, prima ancora di argomentare, di non essere dalla parte sbagliata.
Fuori dall’università, l’attivismo e i social network accelerano la semplificazione. Una teoria complessa diventa uno slogan, lo slogan un’identità, l’identità uno scudo contro le obiezioni. Il pensiero critico finisce così per applicarsi con rigore agli avversari e con indulgenza agli alleati. È un metodo eccellente per sentirsi dalla parte giusta; assai meno per capire il mondo.
L’islamo-progressismo rende evidente il risultato. Alcuni movimenti islamisti vengono interpretati anzitutto come forze di resistenza, mentre le loro idee su donne, omosessuali, dissenso e libertà religiosa diventano dettagli scomodi. I diritti sono universali finché non intralciano una causa ritenuta prioritaria. A quel punto diventano negoziabili, purché la rinuncia venga presentata come sensibilità culturale.
Non è una conseguenza inevitabile degli studi postcoloniali, né una caratteristica di tutto il progressismo. È ciò che accade quando la critica del potere perde il proprio criterio universale e si trasforma in schieramento. La libertà individuale dovrebbe valere anche quando mette in imbarazzo la nostra parte. Altrimenti non è un principio: è una preferenza con un ufficio stampa.
Non basta neppure attribuire il fenomeno ai social, alle convenienze di parte o agli eventuali finanziamenti stranieri. Questi ultimi, quando vengono ipotizzati, devono essere dimostrati. Prima di cercare un regista, è più utile capire perché una narrazione risulti convincente, quali istituzioni la rendano autorevole e quale bisogno di appartenenza soddisfi.
La mia formazione radicale mi ha lasciato una convinzione che gli anni hanno reso più esigente: la libertà si misura soprattutto quando protegge qualcuno che non ci piace. Difendere i diritti di chi condivide le nostre idee è facile; farlo quando entrano in conflitto con un’alleanza, una teoria prestigiosa o una causa ritenuta nobile è il vero banco di prova. L’università dovrebbe insegnare proprio questo: usare le teorie senza venerarle, distinguere una spiegazione da una giustificazione, sottoporre a verifica anche le idee più influenti. Il dissenso informato non è un disturbo della ricerca. È la ragione per cui la ricerca esiste.
L’islamo-progressismo è dunque un caso particolare di una fragilità più generale: idee nate per smascherare i rapporti di potere possono trasformarsi in strumenti per assolvere alcuni e condannare altri. Quando la posizione nel conflitto conta più dei principi, la critica smette di essere universale e diventa una morale di appartenenza.
Le ideologie diventano potenti quando ci concedono il privilegio di sentirci moralmente superiori senza obbligarci a verificare le nostre conclusioni. Ci risparmiano il dubbio e ci consegnano un mondo già ordinato, con i buoni da una parte e i cattivi dall’altra.
Il paradosso finale è tutto qui: dopo aver insegnato a diffidare delle verità imposte dall’autorità, rischiamo di aver imparato soltanto a riconoscere le autorità che ci piace ascoltare.
(Luisa Bianchi)
Prompt:
1: Da giornalista indago come nascono e si impongono le ideologie, sottraendosi al vaglio critico. Con questo sguardo analizzo l’islamo-progressismo: la convergenza tra settori del progressismo occidentale e movimenti islamisti, uniti da una lettura del mondo in cui l’opposizione all’Occidente e a Israele prevale sulla valutazione dei principi e dei comportamenti.
2: Il caso di Francesca Albanese e Youssef Siher mostra come figure diverse trovino legittimazione nello stesso universo culturale progressista. Non equiparo biografie o responsabilità: mi interrogo sul terreno ideologico comune che rende possibile questa risonanza.
3: La genealogia di quel terreno passa da Fanon (violenza anticoloniale come liberazione), Said (Oriente e potere imperiale), Wolfe (colonialismo d’insediamento) e Butler (intersezionalità e dichiarazioni su Hamas ed Hezbollah). Recepiti selettivamente, questi pensieri vengono saldati in un’unica cornice interpretativa.
4: Ne deriva una griglia oppressore/oppresso: Israele diventa per definizione colonialista; la causa palestinese assume una superiorità morale che si estende ai suoi attori più radicali; la violenza diventa resistenza; le contraddizioni tra progressismo e islamismo vengono minimizzate. Non attribuisco agli autori ogni distorsione, ma ricostruisco come le loro categorie diventino assiomi e slogan.
5: La diffusione avviene attraverso università, media, social network e movimenti, tra dinamiche identitarie, interessi geopolitici e possibili finanziamenti esteri. Un’ideologia deve infatti trovare persone disposte ad accoglierla, offrendo spiegazione del mondo, identità morale e nemico riconoscibile.
6: Il nodo è come una cultura che rivendica i diritti delle donne, delle persone omosessuali e delle minoranze possa relativizzare movimenti che negano quelle libertà, e come l’ostilità verso un avversario comune prevalga sui valori dichiarati. Il vulnus occidentale è la crisi dell’esame critico quando le idee si presentano come moralmente superiori: come si è resa compatibile, in parte del progressismo, l’aspirazione all’emancipazione individuale con la solidarietà verso movimenti teocratici? Capirlo significa interrogarsi sulle fragilità culturali che hanno reso possibile l’islamo-progressismo.
Articolo: 1,2,3,4,5,6; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. Evita di ripetere i concetti, sviluppa l'argomentazione lungo l'articolo.
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