Il Grande Vecchio è tornato. E stavolta è un influencer

In Italia abbiamo una passione irresistibile per il Grande Vecchio. Ogni protesta, ogni tumulto, ogni assembramento di giovani che abbia la pessima abitudine di disturbare il sonno del potere deve avere un regista occulto, una centrale operativa e, possibilmente, qualche collegamento con il terrorismo internazionale. La spontaneità è una spiegazione troppo modesta: vuoi mettere il fascino di una cospirazione? Per il Movimento 17 Ottobre, stavolta, il nome prescelto è Youssef Siher. A giudicare dalla rappresentazione che ne viene offerta, siamo passati direttamente dalla contestazione giovanile a una produzione hollywoodiana a basso costo, con Bin Laden come consulente creativo e Unabomber come direttore della fotografia.

Il Movimento 17 Ottobre resta quello che appare: un movimento giovanile confuso, con un repertorio di slogan generici, una rabbia comprensibile verso una classe dirigente che sembra aver smarrito il contatto con la realtà e una certa difficoltà a trasformare l’indignazione in proposte concrete. Il solito impasto di rivendicazioni, social network e parole d’ordine buone per ogni occasione, dal capitalismo alla Palestina. Si può criticarlo, eccome. Ma da qui a trasformare ogni suo esponente in un emissario del caos internazionale ce ne corre. La categoria del pericolo pubblico, a quanto pare, si è aggiornata: basta avere una pagina social, un seguito tra i ragazzi e qualche slogan indigesto per meritarsi un posto nel catalogo dei nemici della Repubblica.

Siher, più che il capo di una sofisticata organizzazione sovversiva, ricorda un personaggio uscito da un film di Paolo Virzì: uno di quei tipi che oscillano tra la convinzione di cambiare il mondo e la necessità di capire come pagare le bollette, scambiando talvolta la propria bolla digitale per il centro della storia universale. Il rivoluzionario contemporaneo ha l’ufficio stampa incorporato nello smartphone e misura una parte del proprio successo attraverso la circolazione dei contenuti. Non ha bisogno di occupare il Palazzo d’Inverno: gli basta, almeno in una prima fase, occupare l’algoritmo. È un modello di militanza capace di produrre mobilitazione, ma anche parecchia scenografia.

Quanto all’arresto, la vicenda solleva interrogativi che meriterebbero risposte circostanziate, anziché titoli a effetto e ricostruzioni da thriller. Se le contestazioni a Siher hanno un fondamento, saranno gli atti e il procedimento a doverlo stabilire. Se invece l’operazione si regge soprattutto sulla necessità di offrire al pubblico un colpevole già pronto, il sospetto di una marchetta della magistratura al governo diventa inevitabile. È una valutazione polemica, non una verità giudiziaria; ma resta da capire quanto pesino le accuse e quanto il bisogno di esibire un nemico. La figura del giovane facinoroso di sinistra è un classico della comunicazione nazionale, una maschera da tirare fuori ogni volta che occorre spostare l’attenzione dalle ragioni di una protesta alle sue manifestazioni più discutibili. La televisione fa il resto: immagini concitate, parole solenni, esperti chiamati a spiegare la minaccia, possibilmente prima che sia stata chiarita la natura della minaccia stessa.

Nel frattempo, la discussione sul futuro dei giovani scompare dietro quella sulla loro presunta pericolosità. Precariato, salari insufficienti, difficoltà di accesso alla casa e prospettive incerte restano sullo sfondo, mentre in primo piano si discute di ordine pubblico. La rabbia, naturalmente, non è una proposta e la giovane età non costituisce un certificato di infallibilità. I movimenti possono essere ingenui, contraddittori e velleitari. Ma un Paese che si preoccupa tanto dei sintomi dovrebbe trovare il tempo di interrogarsi sulle cause. Tre serate televisive dedicate a un attivista fanno audience; una classe dirigente capace di offrire prospettive ai giovani richiede ben altro lavoro.

Siher, se la sua parabola dovesse proseguire, potrebbe persino trovare una collocazione nelle file di Alleanza Verdi e Sinistra, dove una parte della protesta giovanile può cercare uno sbocco più strutturato. Dalla piazza al partito, dal megafono alla conferenza stampa: la storia italiana è piena di percorsi simili. Sarebbe un esito assai meno esotico di quello suggerito dalle narrazioni apocalittiche. E forse anche meno interessante per chi ha bisogno di trasformare un attivista in una minaccia internazionale.

Resta, infine, una questione di geografia. Se questi ragazzi vogliono contestare il potere economico, le disuguaglianze e un sistema che giudicano ostile, possono anche evitare di cercare il capitalismo tra le vetrine di Gucci a Milano. Il negozio di lusso offre una bella scenografia per le fotografie, ma il commesso che ci lavora difficilmente decide la politica fiscale, la spesa pubblica o le regole del mercato del lavoro. Per trovare chi quelle decisioni le prende, conviene guardare verso Roma. I palazzi del potere sono lì, con i loro portoni monumentali, le auto blu e una lunga tradizione di governanti capaci di parlare ai giovani soprattutto quando devono rimproverarli.

Il Movimento 17 Ottobre rischia di confondere la visibilità con il risultato; il governo, dal canto suo, può illudersi che la repressione della protesta basti a risolvere i problemi che l’hanno generata. Intanto il Grande Vecchio continua a fare comodo a tutti: consente di spiegare una realtà complicata con un colpevole riconoscibile, possibilmente già pronto per il prossimo titolo di apertura. E se poi il presunto burattinaio si rivela un ragazzo con uno smartphone e qualche slogan discutibile, pazienza. Per il prossimo complotto si troverà senz’altro qualcuno con un curriculum più adeguato.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

1: In Italia abbiamo la fissazione del Grande Vecchio: ogni protesta deve avere un burattinaio. Stavolta, con grande sprezzo del ridicolo, per il **Movimento 17 Ottobre** si è scelto Youssef Siher.

2: Per me resta un movimento giovanile confuso, pieno di slogan vaghi e rabbia verso la politica. Ma la narrazione su Siher è surreale: lo presentano come una via di mezzo tra Bin Laden e Unabomber.

3: In realtà, nelle migliori delle ipotesi, sembra più un personaggio di Paolo Virzì. E il suo arresto fa francamente ridere: sembra più che altro una marchetta della magistratura al governo.

4: Siher è totalmente calato nel contemporaneo: agisce come un influencer, costruisce slogan e pagine social. Se gli va bene, probabilmente troverà sbocco tra le fila di AVS.

5: La pericolosità di tutto questo, secondo me, è stata enormemente esagerata da governo e TV, per rafforzare il solito cliché dei “giovani facinorosi di sinistra” e giustificare misure repressive. 

6: I giovani che protestano per il loro futuro hanno ragione. Solo, la prossima volta, non vadano tra i negozi di Gucci a Milano, ma a Roma. I palazzi del potere sono lì.

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