L’ipocrisia in frac (e in felpa)

Premessa: non sono un gran conoscitore dell’hip-hop. Ci sono alcuni nomi della vecchia guardia che mi hanno segnato — Sugarhill Gang, Beastie Boys, Public Enemy, N.W.A., Ice Cube, Run-DMC — i classici degli anni ’80 e ’90. Per il resto navigo in un mare di ignoranza volontaria e curiosità apocrifa. Però guardo il genere con attenzione, perché l’hip-hop non è solo musica: è costume, linguaggio sociale, mercato e, spesso, specchio impietoso delle contraddizioni che preferiremmo ignorare.

Il fatto: i Clipse al Vaticano (sì, davvero)

Nel weekend ho letto (e visto) una cosa che suona come una barzelletta mal riuscita: i Clipse — il duo di fratelli della Virginia noto per il cosiddetto “coke rap”, per quel lirismo che racconta lo spaccio con dovizia di particolari e senza pudori — si sono esibiti in Vaticano durante il concerto “Grace for the World”. Sì: Piazza S. Pietro, orchestra, John Legend sul coro, e i due fratelli in giacca e collana a intonare un brano riflessivo. È la storia che mette in fila due parole che tradizionalmente non convivono benissimo: peccato e pacificazione, pusher-poetry e altare.

La domanda è semplice e quasi banale: come si conciliano testi che hanno costruito un’estetica attorno allo spaccio con un palco consacrato alla fratellanza mondiale? Risposta facile e deprimente: si conciliano perché oggi tutto è palcoscenico e ogni palco è merce. L’ipocrisia diventa strategia, e l’opportunismo veste frac quando serve.

(Per inciso: i Clipse non sono un duo di cartone o una trovata virale; sono storicamente legati a testi che non romanzano semplicemente il crimine, ma lo osservano dall’interno — e per questo il colpo d’occhio è ancora più sorprendente.)

Legami pericolosi: Ye, Musk e la “famiglia” dell’attenzione

Nel nuovo giro di pubblicazioni, i Clipse non si tengono lontani dalle ombre ingombranti del presente: il loro percorso è stato spesso in dialogo (a volte litigioso, a volte produttivo) con figure come Kanye West — un artista che, musicalmente, ha lasciato un’impronta enorme ma che negli ultimi anni è diventato sinonimo di polemica per le sue uscite pubbliche antisemite e complottiste. Non sto qui a moralizzare su ogni incontro artistico, ma quando si celebra qualcuno che ha promosso teorie e simboli esplicitamente velenosi, la domanda sulla responsabilità non è retorica: è concreta.

E poi c’è Elon Musk: non è rapper, ma è diventato una presenza costante nell’immaginario pop e hip-hop. La sua piattaforma — e la politica di tolleranza verso certi eccessi — ha permesso a voci estreme di trovare eco. Non è che Musk stia lì a scrivere strofe, ma il suo ruolo di amplificatore e di “mecenate del caos” ha effetti reali sulla cultura: attenzione, visibilità e impunità sono diventati la valuta d’elezione. I fatti recenti — l’uso della piattaforma come megafono per commenti aggressivi e la gestione controversa della moderazione — lo collocano al centro di questo circolo vizioso.

Quindi: perché continuare a collaborare o a conservare legami con figure così ingombranti? Tre opzioni banali e non mutuamente esclusive: lealtà di lungo corso (anche produttiva), opportunismo commerciale (la connessione vale attenzione), o incapacità/emorragia morale nel sapersi prendere le distanze senza perdere visibilità. Nessuna di queste è una scusa, tutte sono spiegazioni parziali.

Musica = cultura + business + etica

Questi temi ci ricordano che la musica non è mai solo suono. È discorso pubblico, è industria, è identità. È legittimo criticare un artista per incoerenza? Sì, e non per uno stupido rigorismo morale, ma perché la coerenza (o la sua mancanza) racconta qualcosa del progetto umano dietro l’arte. Criticare non significa voler condannare a priori: significa leggere il contesto, capire i rapporti di forza e interrogare le scelte.

D’altra parte, bisogna evitare la pentola a pressione dell’indignazione che tutto livella: l’hip-hop è in trasformazione, come ogni forma viva. A volte inciampa, a volte si reinventa. Probabilmente siamo in una fase di passaggio — un equilibrio instabile tra memoria della vecchia scuola e la presenza di attori che usano il genere come piattaforma per altro (autopromozione, provocazione, riabilitazione d’immagine). In questo senso, il dibattito pubblico serve: a condizione che non degeneri in tribunale a orologeria dove si condanna per un hashtag.

L’ultima battuta (amara)

Non ho risposte definitive. Ho però un’idea: se i Clipse volevano fare un’operazione che suonasse coerente, avrebbero potuto scegliere un palco meno patinato o un evento che non confonda il pentimento con la promozione. Magari un festival dei racconti di strada, o — per usare una battuta che non so se definire beffarda o semplicemente cinica — gli sarebbe stato più coerente apparire nelle pagine degli Epstein Files che sul sagrato di San Pietro. Ma la satira non salva la realtà: e la realtà è che quando la reputazione diventa un prodotto e la redenzione un’idea comunicativa, perdiamo qualcosa di essenziale: la capacità di distinguere tra quello che è arte, quello che è marketing e quello che è semplicemente ipocrisia.

Per concludere, con un cipiglio da vecchio ascoltatore: amare il genere non significa chiudere gli occhi davanti ai suoi compromessi. Significa ascoltarlo, nominarne i paradossi e, quando serve, dire chiaramente che alcune scalette non dovrebbero chiudere la porta di certe coscienze. E se i puristi storceranno il naso, pazienza: la musica — quella vera — è fatta anche di contraddizioni, ma non deve diventare il passaporto per ogni opportunità morale.

(Luigi Colzi)

Prompt:

Intro: premessa: non sono un gran conoscitore dell'hip-hop. Ci sono alcuni artisti che mi piacciono molto, tutti della vecchia guardia (Sugarhill Gang, Beastie Boys, Public Enemy, NWA, Ice Cube, Run DMC... i classici anni '80 e '90 insomma), e poi navigo in un mare di ignoranza. Tuttavia si tratta del genere musicale più in voga degli ultimi 20 anni e per lo meno ne seguo le dinamiche, perché mi interessa sempre pure l'aspetto sociale della musica.

parte 1: detto questo, nel weekend ho letto una cosa. I Clipse, duo famoso negli anni 2000 per il cosiddetto "coke rap" (testi che glorificano lo spaccio di cocaina), si sono recentemente esibiti in Vaticano per un concerto cristiano. Come conciliare certi testi con quel palco? Ci vedo tanta ipocrisia e opportunismo.

parte 2: Nel loro album, i Clipse citano Kanye West (Ye), che negli ultimi anni è finito spesso al centro di polemiche per dichiarazioni antisemite e teorie complottiste. Perché continuare a collaborare con figure così controverse? È lealtà, opportunismo o incapacità di prendere le distanze? Anche Elon Musk viene tirato in ballo: non è un rapper, ma la sua presenza nell'immaginario hip hop (grazie a tweet provocatori e uno stile di comunicazione "estremo") riflette una cultura in cui l'attenzione conta più di tutto. Tanto Kanye West quanto Elon Musk sono, senza mezzi termini, pessime persone - razzisti, misogini, totalmente privi di qualsiasi riguardo o empatia per l'altro, due bulli viziati e privi di qualsiasi senso della misura. Come si collegano? Occhio, non invoco censure.

parte 3: Temi come questi ci ricordano che la musica non è mai solo musica. È cultura, è business, è etica. È giusto criticare gli artisti quando appaiono incoerenti? Sì. Ma è anche vero che l'hip hop, come tutti i generi, è in trasformazione. Forse siamo in una fase di passaggio, in cerca di un nuovo equilibrio tra passato e presente.

parte 4: non ho risposte. Certo che i Clipse sarebbero stati più coerenti ad apparire negli Epstein Files.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso.

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