
A vent’anni passati da un pezzo, nel 1980 ero già abbastanza adulto da capire una cosa che molti, allora come oggi, fingevano di non vedere: gli Iron Maiden non erano soltanto “un gruppo heavy”. Erano una band con un’energia ruvida, quasi sgarbata, ma anche con una scrittura già molto più intelligente di quanto certa critica fosse disposta ad ammettere. Per questo mi faceva sorridere, e ancora mi fa sorridere, il vezzo di definirli “vicini al punk” come se bastasse una produzione un po’ scalcagnata per infilare tutto nel grande sacco degli sbrigativi. Il punk, nei loro primi due dischi, c’era semmai come attitudine alla velocità e all’urgenza; ma canzoni come Phantom Of The Opera o Killers guardavano altrove, verso strutture più elaborate, cambi di passo, gusto per il dramma e per la costruzione, roba che semmai faceva pensare a certo hard progressive americano, ai Rush per capirci, non certo ai Ramones. E poi c’era Paul Di’Anno, che con quella voce calda, graffiata, aggressiva ed espressiva aveva qualcosa di umano e sporco che il metal “di scuola” avrebbe in seguito quasi del tutto sterilizzato. Non il cantante perfetto, per carità: meglio ancora, il cantante vero.
Quando nel 1981 riuscii finalmente a vederli dal vivo, però, la faccenda prese una piega meno romantica e più realistica, che poi è il destino di quasi tutti i miti quando smettono di stare dentro i solchi dei dischi e iniziano a occupare spazio sul palco. Di’Anno non c’era più. Al suo posto Bruce Dickinson, destinato a trasformare gli Iron Maiden in una macchina da guerra planetaria, lucidissima e vincente. Non discuto il talento di Bruce: sarebbe come negare che il Vesuvio sia un vulcano, e pure abbastanza impressionante. Ma la sua voce, sui pezzi di Paul, semplicemente non funzionava. Aveva un’altra natura, un’altra grammatica, un’altra idea di teatralità. E io, che non sono mai stato tenero con le sostituzioni improvvisate della vita, uscii da quel concerto con un dubbio grosso così: stavo vedendo la nascita di una leggenda o l’inizio di un’altra band? La risposta arrivò più tardi, con The Number Of The Beast, che apprezzai davvero, al netto del rumore di fondo di chi già allora cominciava a venerare ogni cosa firmata Maiden come fosse una tavoletta scesa dal monte Sinai. Ma con Piece Of Mind e soprattutto Powerslave per me la misura si ruppe: tutto diventò più grande, più solenne, più “importante”, e quindi inevitabilmente più noioso. La magniloquenza, nel rock, è una malattia che colpisce prima o poi anche i più forti. E quando si combina con certi cantanti che sembrano aver studiato dizione davanti a un rogo wagneriano, il rischio è quello di trasformare il fuoco in cerimonia.
Il punto, però, è un altro. Parlare oggi di Paul Di’Anno significa parlare di un talento sprecato, e con quel tipo di spreco non c’è mai niente di elegante. La sua morte, avvenuta il 21 ottobre 2024 a 66 anni, è stata triste non solo perché chiudeva la vita di un cantante importante per l’avvio di una delle più grandi band metal di sempre, ma perché riportava in primo piano una traiettoria umana fatta di errori, dipendenze, guai con la legge, debiti, progetti naufragati e una salute sempre più fragile. Negli ultimi anni lo si vedeva salire sul palco in sedia a rotelle, a cantare le canzoni del suo periodo maideniano come un sopravvissuto costretto a interpretare sé stesso in una replica sempre più sbiadita. La malinconia diventa quasi fastidio, perché il rock ha questa sua abitudine disgustosamente romantica di celebrare i dannati solo quando sono ridotti a reliquie. Prima li divora, poi li espone in vetrina. È un vecchio vizio del pubblico, che dice di amare l’autenticità ma spesso ama soltanto il suo fantasma. Paul Di’Anno, con tutta evidenza, non ha mai avuto una seconda possibilità vera: né come artista pienamente reinserito in un percorso creativo, né come uomo liberato dal peso del proprio passato. È rimasto inchiodato a un’icona giovanile che il tempo ha cristallizzato e poi consumato.
E’ notizia fresca che gli Iron Maiden siano stati introdotti nella Rock’n’Roll Hall Of Fame. E qui si apre la questione più larga, quella che riguarda non solo Di’Anno ma il fandom rock nel suo insieme, con le sue fedeltà commoventi e le sue crudeltà perfettamente mascherate da devozione. Il rock, quando funziona, vive di mito; ma il mito, quando prende il sopravvento, diventa una prigione. Il pubblico pretende che i suoi eroi restino eternamente uguali a sé stessi, giovani e incendiari, salvo poi offendersi quando quegli stessi eroi invecchiano, cambiano, si ossidano o semplicemente crollano. È un meccanismo perverso: si applaude chi continua a recitare la parte di sé fino all’esaurimento, e si dimenticano quelli che non riescono a trasformarsi in una redditizia Disneyland della propria leggenda. Mick Jagger e Bruce Springsteen, per esempio, hanno saputo costruire da tempo una macchina spettacolare che mimetizza le crepe sotto una superficie impeccabile: il rito, il marchio, la liturgia, il grande autoparodico meccanismo che trasforma il passato in business e la nostalgia in biglietteria. I Paul Di’Anno, invece, non hanno avuto quel tipo di scialuppa. Sono rimasti nudi davanti alla loro storia, senza il vantaggio di poterla impacchettare come un museo itinerante.
E allora sì, va bene il brindisi agli Iron Maiden deluxe, quelli consacrati, milionari, lunghi, pomposi, amatissimi da generazioni di devoti che oggi si commuovono davanti a brani di un quarto d’ora come se stessero assistendo a una lezione privata di cosmologia. Buon per loro, per carità: la carriera lunga è un merito, e nessuno toglie agli Iron Maiden il posto che si sono conquistati. Ma io un altro brindisi lo farei ai ratti di strada guidati da Paul Di’Anno, a quella fase sporca, nervosa, ancora non ingessata, in cui il metal aveva addosso l’odore dell’asfalto e non quello del merchandising. Perché lì c’era un’intensità che non si ripete, c’era la sensazione che il rock potesse ancora mordere invece di limitarsi a commemorare sé stesso.
In fondo è tutto qui: gli Iron Maiden sono diventati un monumento, e Paul Di’Anno un ricordo scomodo. Ma la musica, quella vera, sta spesso proprio nei ricordi scomodi. Quelli che non si lasciano lucidare troppo. Quelli che continuano a graffiare anche quando il pubblico preferisce la superficie liscia della celebrazione.
(Luigi Colzi)
Prompt:
Intro: già più che ventenne, nel 1980 potevo dirmi a tutti gli effetti, fan degli Iron Maiden, di cui avevo apprezzato davvero molto l'esordio e "Killers", suscitando gli sguardi increduli degli amici più "intellettuali" dediti a punk e new wave - che amavo pure tu, tra l'altro. Di quei due album apprezzavo la grandissima energia grezza che tuttavia non sacrificava minimamente una scrittura elaborata e sui generis, al punto che non ho mai capito perché tanta critica amasse parlare di "influenze punk", visto che l'unica cosa in comune era una produzione scalcagnata; canzoni come "Phantom Of The Opera" o "Killers" certamente fanno pensare più ai Rush che ai Ramones. E poi la voce di Paul Di'Anno: calda, ruvida, aggressiva ed espressiva, un po' Roger Daltrey e un po' Gene Simmons, così diversa dai classici, noiosi "metal screamer" a venire.
parte 1: comunque, a fine 1981 riuscii finalmente a vedere gli Iron Maiden dal vivo. Ma, con grande e sgradita sorpresa, Paul Di'Anno non c'era più, sostituito da quel Bruce Dickinson con cui la band troverà enormi successi negli anni a venire. La voce di Bruce non funzionava sui pezzi di Paul, il concerto mi lasciò vari dubbi, sebbene in seguito apprezzai il celebre terzo album nonché esordio di Bruce in studio "The Number Of The Beast"; ma con i due album successivi, "Piece Of Mind" e soprattutto "Powerslave", noiosissimi, ampollosi e magniloquenti anche per "merito" del nuovo cantante, che si rivelò un ennesimo Ronnie James Dio da discount, la mia storia con gli Iron Maiden finì.
parte 2: è stato triste risentire dopo tanti anni il nome di Paul Di'Anno in occasione della sua morte, avvenuta a 66 anni, il 21 ottobre del 2024. Un uomo che ha pagato cari i suoi errori e le sue scelte sbagliate, fra tossicodipenze, crimine, carcere, debiti, progetti fallimentari e una salute ormai in grave declino, tant'è che negli ultimi anni saliva sul palco in sedia a rotelle... a cantare canzoni del suo periodo con gli Iron Maiden, un passato che lo ha infine condannato a essere un ricordo mummificato per avere la speranza di salire su un palco di provincia.
parte 3: Paul Di'Anno è stato un talento sprecato, un caro amico perso di vista che riscopri solo per il suo funerale, e la cosa ti mette molta tristezza. Va preso però come esempio del livello tossico raggiunto dal fandom del rock, capace di tenere in vita carriere di musicisti che ormai sono l'ombra di sé stesse e a cui contemporaneamente non ha permesso di rifarsi una vita artistica. E se sei Mick Jagger o Bruce Springsteen, almeno, hai da tempo trasformato la tua carriera in una redditizia Disneyland che dissimula le crepe; ma i Paul Di'Anno non hanno avuto questa possibilità.
parte 4: perché parlare proprio ora di Paul Di'Anno? Beh, gli Iron Maiden, dopo una lunga carriera piena di soddisfazioni, sono stati indotti nella Rock'n'Roll Hall Of Fame. Gli Iron Maiden ormai ricchi e famosi, coi brani di quindici minuti interessanti e piacevoli quanto un pomeriggio con lo zio noioso che ti aiuta a fare i compiti perché sa l'Enciclopedia Britannica a memoria.
parte 5: un brindisi agli Iron Maiden deluxe, certo. Ma altri due ai ratti di strada guidati da Paul Di'Anno.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; esplora approfonditamente tutto quanto è emerso. Assumendo la personalità di Luigi Colzi, scrivi un articolo, usando un tono sarcastico e arguto.
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Chiedo scusa per il commento lunghissimo, ma qui si parla di massimi sistemi.
Premesso che quando si parla di “attitudine percepita”, di “urgenza” e via dicendo c’è sempre una componente soggettiva e irriproducibile, per me la cosa di tirare fuori il punk non è automaticamente sbagliata sbrocbsorc.
Quando ascolto il primo meraviglioso disco (Running Free, Prowler…) mi viene più facile pensare a degli MC5 o dei Motorhead un po’ più ricercati nelle strutture e nelle soluzioni armoniche e melodiche (tradotto: qualche scaletta minore e dorica che affianca la scala blues) che diocenescampi agli Hammerfall o i Freedom Call con una produzione più casereccia.
In ogni caso facendo musica negli anni ’80 è difficile non avere subito la musica del decennio prima in qualche modo, dal punk al prog: infatti, pure tra i parrucconi più parrucconi del neoprog ottantiano, emerge di tanto in tanto una rabbia che è semplicemente sconosciuta ai Genesis… e va bene così.
Mi viene però da fare un discorso più generale, che superi il solito discorso per cui “la metalz e quindi i Maiden sono oggetto di gentrificazione da quattro decenni”.
Presente la famosa citazione di Joe Strummer? “People who aren’t adolescents shouldn’t make records. Adolescents make the best records. Except for Paul Simon. Except for Graceland. Because he writes to his own age group.”
Ecco.
A costo di farmi dei nemici, a mio avviso il metal è ed è bene che resti roba… giovanile.
Urgenza, velocità, mezzi tecnici, armonici e melodici in senso assoluto semplici (sì, i Dream Theater NON sono Rachmaninov) per dare luogo a una musica creata dai giovani per i giovani, entro una comunità partecipativa di coetanei e di fratelli maggiori, che condivide l’incredibile esperienza di “stare crescendo”, nella propria identità, nelle relazioni interpersonali e nel proprio bagaglio culturale.
Una comunità che a volte ha perfino la pretesa (spesso frustrata) di essere la “prova generale” per la società da costruire insieme domani, come invariabilmente sognano le comunità e sottoculture giovanili.
La semplicità in senso assoluto non è peraltro in contraddizione con il fatto che quel metal, spesso nato in un contesto provinciale e operaio, non per caso A DIFFERENZA del punk e post-punk degli studenti universitari di Londra, ha l’urgenza di assorbire, rielaborare e riproporre riferimenti culturali e artistici relativamente “elevati”, anche in modo maldestro.
La scena di “Lick my Love Pump” degli Spinal Tap fa ridere, ma spesso quel genere di pacchianata è servita ad iniziare a emancipare culturalmente una classe di ragazzi che in famiglia certi riferimenti non ce li hanno semplicemente avuti: sputaci sopra.
La Phantom of The Opera dei Maiden è in questo senso molto, molto meglio dell’odioso musical di Andrew Lloyd Weber, costruito cinicamente dai produttori del West End per irretire casalinghe e idraulici del Surrey.
E se non arrivo a dire che i Cradle of Filth abbiano aiutato l’autostima e l’emancipazione sessuale di molte ragazzine ciccione, nonché il fatturato di molti produttori di corsetti… neanche mi sento di escluderlo.
Però… C’è un però. A mio parere personale se settant’anni sei ancora pesantemente identitariamente ed economicamente investito in roba del genere potrebbe esserci un problema, perché non hai saputo valorizzarla come leva per progredire.
NON ripudiare: “semplicemente” progredire, nello stesso modo in cui si può saper leggere la filosofia moderna ma continuare a comprare Topolino ogni settimana.
Un metal fatto di soli musicisti settantenni che copiaincollano lo stesso disco ogni anno per “metallari” sessantenni che regolarmente pagano 400 euro di biglietto e si tingono i capelli, prima che essere gentrificazione e sfruttamento commerciale, è pantomima e riproduzione di meccanismi ormai privi di significato.
Quel “metal” è uno zombie.
Si muove, apre la bocca, ma è morto perché incapace di produrre ulteriori effetti.
E i musicisti, in tutto questo?
Vittime del sistema che gli ha fuso il cervello, cinici speculatori che vogliono spremere fino all’ultimo centesimo, o idealisti semplicemente desiderosi di continuare a scrivere le loro canzoni su Lovecraft?
Direi tutti e tre, a seconda di chi abbiamo davanti.
Ma alla fine i cinque musicisti sul palco non sono determinanti quanto i cinquantamila spettatori.
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