L’Eredità di Astolphe de Custine

Man in vintage clothing using smartphone at desk with old map and books

La storia si ripete o l’uomo non cambia? L’uovo o la gallina? Domande antiche come il vizio di credersi immuni dagli errori che hanno già fatto macerie altrove. Eppure basta aprire un libro del passato per accorgersi che certi meccanismi non invecchiano: cambiano i costumi, si aggiornano i mezzi, si lucidano le parole. Ma il resto, spesso, resta lì. Identico. Ostinato. Quasi offensivamente familiare.

«La Russia vede nell’Europa una preda che prima o poi le sarà consegnata dalle nostre discordie; essa fomenta l’anarchia presso di noi, nella speranza che questa corruzione da lei favorita possa avvantaggiarla, siccome è favorevole alle sue intenzioni: è la storia della Polonia in grande. Da lunghi anni, Parigi legge giornali rivoluzionari, rivoluzionari in tutti i sensi, pagati dalla Russia. “L’Europa” dicono a Pietroburgo “segue la strada della Polonia; si estenua in un futile liberalismo, mentre noi restiamo forti, proprio perché non siamo liberi: siamo pazienti sotto il giogo, e faremo pagare agli altri la nostra vergogna”».

Non sembra una frase scritta per i talk show del nostro tempo, per le timeline che ribollono di indignazione prefabbricata, per le platee che si accendono a comando? E invece no. È Astolphe de Custine, aristocratico francese, viaggiatore inquieto, osservatore tagliente, uno di quelli che avevano il difetto — oggi merce rara — di guardare davvero ciò che avevano davanti. La citazione viene da Lettere dalla Russia, il suo libro più celebre, pubblicato nel 1839, dopo un viaggio nell’Impero zarista che gli servì non tanto a descrivere un paese, quanto a smascherare un sistema. Custine non scrive un reportage nel senso moderno del termine; fa qualcosa di più scomodo e più utile: usa la Russia come lente per leggere il potere, la paura, l’obbedienza, la menzogna organizzata. E quello che vede, con lo sguardo di chi non si lascia ipnotizzare dalle uniformi e dalle parate, è un mondo costruito sulla forza, sulla disciplina e sulla manipolazione dell’immagine. Un mondo che si presenta come solido proprio perché non consente libertà, e che considera la libertà altrui una malattia da sfruttare, non una conquista da rispettare.

Lettere dalla Russia è un libro fondamentale proprio per questo: non si limita a raccontare la Russia di Nicola I, il sovrano dell’autocrazia dopo la repressione del decembrismo del 1825 e dopo il trauma delle rivolte europee del 1830 e del 1831. Racconta il clima di un continente in bilico, dove le monarchie cercano di rimettere il coperchio su un secolo che continua a bollire. L’Europa di quegli anni è una sala elegante con il pavimento che scricchiola: dietro i ricevimenti, i protocolli e la diplomazia del Congresso di Vienna, si agitano rivoluzioni, nazionalismi, insurrezioni, tensioni sociali, la questione polacca, il timore costante che l’ordine vecchio venga risucchiato da ciò che ha provato a soffocare. La Russia osserva, pesa, influisce. È una potenza che si sente missionaria e minacciata insieme: custode della tradizione, ma anche pronta a usare il disordine altrui come leva strategica. Custine lo intuisce con lucidità: dove gli altri vedono soltanto frontiere, lui vede il rapporto tra debolezza interna e aggressione esterna. Dove gli altri parlano di equilibrio, lui avverte il rumore della crepa.

Ed è qui che il libro smette di essere una reliquia da biblioteca e diventa un avvertimento. Perché la domanda vera, oggi, è semplice e brutale: siamo sicuri di avere superato quella lezione? O stiamo soltanto ripetendo il copione con un lessico più sofisticato e una connessione internet più veloce? Allora i giornali, i salotti, le reti diplomatiche. Oggi i canali Telegram, gli influencer travestiti da analisti, le campagne di disinformazione, gli algoritmi che premiano la rabbia e la semplificazione. Allora l’Impero che lavora ai fianchi dell’Europa sfruttandone divisioni e ingenuità. Oggi un conflitto globale che si combatte con i carri armati, certo, ma anche con i racconti, con le omissioni, con l’arte di trasformare l’aggressore in vittima e la vittima in colpevole.

La somiglianza più inquietante non sta solo nella politica di potenza. Sta nel nostro sguardo. Nell’abitudine tutta europea di credersi più civilizzati proprio mentre si mostrano le fratture più profonde. Nell’idea, tanto comoda quanto pericolosa, che basti invocare il dialogo per sciogliere la violenza, senza domandarsi chi lo usi come foglia di fico e chi, invece, lo rifiuti perché gli conviene non avere testimoni. Custine, con il suo spirito da osservatore impietoso, avrebbe forse sorriso davanti alla nostra tenerezza per le formule vuote. Avrebbe riconosciuto il trucco: ogni volta che un potere autoritario si sente scoperto, si veste da vittima della storia. Ogni volta che un paese democratico si divide, qualcun altro compra il biglietto per entrare in scena.

Oggi la Russia di Putin non è l’impero di Nicola I, e sarebbe banale dirlo come se bastasse cambiare i nomi per cambiare la sostanza. I contesti storici non si copiano mai in modo perfetto. Ma certi movimenti profondi restano impressionanti. C’è la centralità della forza come linguaggio politico. C’è la costruzione del nemico esterno per compattare quello interno. C’è la retorica della decadenza dell’Occidente, un ritornello che attraversa due secoli e continua a trovare ascolto proprio tra coloro che si dichiarano più liberi. C’è l’abilità, antica e modernissima, di infiltrare il dibattito pubblico con narrazioni capaci di dividere anziché chiarire. E c’è, soprattutto, l’eterna fragilità dell’Europa: grande nella memoria, spesso confusa nell’azione, generosa nei principi ma esitante quando quei principi chiedono di essere difesi senza ambiguità.

È in questo quadro che va letta la manifestazione pro-Russia tenutasi in Italia nei giorni scorsi. Anche senza trasformarla in un totem o in una caricatura, quel gesto dice qualcosa che merita attenzione: non tanto per il numero dei presenti, quanto per il significato politico e simbolico dell’iniziativa. In un paese europeo, dentro un continente che ha visto una guerra di aggressione alle proprie porte, scendere in piazza dalla parte di Mosca non è una semplice provocazione folcloristica. È un segnale. Racconta l’esistenza di una zona grigia in cui la propaganda trova terreno fertile, la memoria si fa corta e la complessità viene ridotta a slogan. Racconta anche una certa fascinazione per la forza, per l’uomo solo al comando, per la promessa di ordine che arriva sempre accompagnata da qualche amputazione della libertà. È un vecchio fascino, questo, travestito da dissenso. A volte si presenta come antiamericanismo, a volte come antioccidentalismo, a volte come ribellione contro il “sistema”. Ma sotto, spesso, batte il cuore antico della sudditanza volontaria.

La parte più amara è che queste manifestazioni non nascono nel vuoto. Nascono in un clima di stanchezza, di disorientamento, di cinismo diffuso. Quando la politica sembra un teatro di maschere senza corpo, quando l’informazione rincorre il rumore invece della verità, quando la crisi economica rende tutto più precario e più rabbioso, allora la menzogna diventa seducente perché è semplice. Dice a ognuno quello che vuole sentirsi dire. Custine, con due secoli di anticipo, aveva capito che le autocrazie non prosperano solo per merito loro: prosperano anche grazie alle nostre debolezze. Alle nostre divisioni. Alla nostra pigrizia morale.

E allora la frase iniziale torna a mordere. La storia si ripete o l’uomo non cambia? Forse entrambe le cose. La storia si ripete perché l’uomo, quando è stanco, impaurito o vanitoso, consegna volentieri il presente a chi gli promette un ordine più comodo. E l’uovo, a ben vedere, è sempre quello: la rinuncia alla fatica del pensiero. La gallina, invece, è la propaganda che lo cova con pazienza. Custine lo aveva capito nell’Ottocento, guardando la Russia e l’Europa come due specchi che si rimandano la stessa immagine deformata. Noi, nel 2026, dovremmo almeno avere la decenza di non fingere sorpresa.

La vera domanda non è se la storia si ripeta. La vera domanda è da che parte ci trova, ogni volta, mentre accade di nuovo.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Intro: la storia si ripete o l'uomo non cambia? L'uovo o la gallina?

parte 1: Citazione da riportare integralmente: «La Russia vede nell'Europa una preda che prima o poi le sarà consegnata dalle nostre discordie; essa fomenta l'anarchia presso di noi, nella speranza che questa corruzione da lei favorita possa avvantaggiarla, siccome è favorevole alle sue intenzioni: è la storia della Polonia in grande. Da lunghi anni, Parigi legge giornali rivoluzionari, rivoluzionari in tutti i sensi, pagati dalla Russia. "L'Europa" dicono a Pietroburgo "segue la strada della Polonia; si estenua in un futile liberalismo, mentre noi restiamo forti, proprio perché non siamo liberi: siamo pazienti sotto il giogo, e faremo pagare agli altri la nostra vergogna"».

parte 2: presentare l'opera "Lettere dalla Russia" di Astolphe de Custine, da cui è tratta la citazione.

parte 3: Allora – tracciare un quadro geopolitico degli anni in cui Astolphe de Custine scriveva.

parte 4: Oggi – tracciare un parallelo con la situazione odierna.

parte 5: collegare il tutto con la manifestazione pro-Russia che si è tenuta in Italia proprio nei giorni scorsi.

Articolo: intro, parte 1 , parte 2 , parte 3, parte 4, parte 5; approfondisci dove ritieni necessario.

Assumendo la personalità di Giancarlo Salvetti, scrivi un approfondito articolo dal tono tagliente, ironico e brillante. Rendilo immersivo.

Scopri di più da Le Argentee Teste D'Uovo

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento