
Oggi il vecchio mito della “Russia che ha salvato il mondo dal nazismo” è tornato a girare con una disinvoltura quasi commovente, soprattutto grazie a divulgatori come Alessandro Barbero. Ci si aggrappa a quella narrazione come a un santino, e poco importa se il santino è dipinto con colori truccati. La verità, tanto per cominciare, è elementare: non fu la Russia a sconfiggere Hitler, ma l’Unione Sovietica. E l’Unione Sovietica non era una Russia “allargata” in una cartolina patriottica, bensì un impero ideologico composto da molte nazionalità, repubbliche e popoli tenuti insieme dal ferro, dal terrore e dalla burocrazia. Ucraini, kazaki, baltici, georgiani, armeni, bielorussi: tutti carne e sangue di quella macchina storica.
La propaganda di oggi, guarda caso, cancella proprio questo dettaglio. Perché? Perché la storia, quando viene ridotta a slogan, diventa un’arma. E se fai coincidere la Russia con l’URSS, allora puoi venderti l’idea di una continuità morale tra l’impero sovietico e l’imperialismo russo contemporaneo. Un trucco vecchio come i regimi: cambiano le bandiere, ma il bisogno di una sfera d’influenza resta identico.
C’è poi un secondo equivoco, ben più grave, che certi intellettuali indulgenti trattano con i guanti: l’idea che l’Unione Sovietica sia stata, prima del 1941, una specie di povera vittima spinta nelle braccia di Hitler dalla cattiveria del mondo. No. L’URSS era già, per conto suo, un mostro politico. Stalin non fu un pedagogo travolto dagli eventi, ma un despota che fece della menzogna e della violenza un sistema di governo.
Il patto Molotov-Ribbentrop non fu un incidente diplomatica, ma un accordo cinico tra due gangster della storia. Un’alleanza di convenienza tra nazismo e comunismo per spartirsi l’Europa orientale come si spartisce un bottino. La Polonia venne fatta a pezzi dai due lati, e questo basta da solo a smontare qualsiasi favoletta romantica sul “male minore” sovietico. Altro che antifascismo per vocazione: lì c’era l’imperialismo puro, con la faccia di due tiranni che si guardavano allo specchio e si riconoscevano.
E prima ancora della guerra mondiale? C’era la guerra d’inverno contro la Finlandia, scatenata per aggressione e per sete di spazio strategico. C’erano le purghe, i processi farsa, il popolo trasformato in sospetto permanente. E c’era, soprattutto, la grande carestia imposta all’Ucraina, l’Holodomor: una tragedia immane che molti storici considerano genocidio, e che comunque resta una ferita storica non riducibile a una nota a piè di pagina. Qui non siamo davanti a un difetto del sistema: siamo davanti al sistema stesso.
È in questo punto che la retorica si fa più tossica. Perché quando si parla di Stalin come di un leader “costretto” dalle circostanze, si fa un’operazione elegante e sporca insieme: si toglie responsabilità al carnefice e la si distribuisce sul tavolo della Storia, come se tutto fosse stato inevitabile. Ma la realtà è più cruda. Stalin e Hitler non furono complici per sbaglio. Furono complici per scelta.
Per quasi due anni collaborarono, si divisero territori, si scambiarono materie prime e vantaggi strategici. Due sistemi diversissimi nella liturgia, ma gemelli nella sostanza: culto del capo, disprezzo dell’individuo, repressione totale, violenza come metodo. L’Europa orientale pagò quel patto con sangue, deportazioni, occupazioni e annientamento. E poi arrivò il teatro della memoria selettiva: da una parte il nazismo, giustamente consegnato alla vergogna universale; dall’altra il comunismo sovietico, spesso addolcito, giustificato, perfino nobilitato da chi non ha il coraggio di guardare in faccia la sua brutalità.
Quando i tedeschi entrarono in Ucraina, molti ucraini li accolsero come liberatori. Non perché fossero dei simpatizzanti del Reich, ma perché avevano già conosciuto il volto di Stalin, e quello era bastato. Questo dato, che oggi disturba i racconti patriottici confezionati a posteriori, dice una cosa semplicissima: per milioni di persone l’URSS non fu il baluardo della libertà, ma una prigione. E una prigione non diventa meno prigione solo perché, a un certo punto, si mette a combattere un’altra prigione ancora più oscena.
E poi Katyn. Qui le bugie hanno fatto carriera. A Katyn i sovietici massacrarono migliaia e migliaia di ufficiali polacchi, un’intera élite nazionale sacrificata sull’altare della paranoia e del dominio. Per decenni Mosca mentì, scaricando la colpa sui tedeschi. Anche questo è un dettaglio? No, è il centro del problema: il totalitarismo non si limita a uccidere, pretende pure di riscrivere l’omicidio.
Sia chiaro: negare il contributo decisivo dell’Armata Rossa alla sconfitta di Hitler sarebbe un imbroglio speculare. Quel contributo fu reale, enorme, decisivo. Milioni di soldati sovietici morirono nella guerra contro la Germania nazista. E questo va detto senza imbarazzi, senza sconti e senza l’ipocrisia da salotto.
Ma dire questo non significa inchinarsi davanti al regime che li mandò al macello. Questa è la trappola nella quale cadono in molti: confondere il sacrificio di un popolo con la santità del suo Stato. Non sono la stessa cosa. Le democrazie occidentali si allearono con Stalin per necessità, non per simpatia. Si trattò di un’alleanza imposta dalla logica del male minore, non di una conversione morale. E infatti, finita la guerra, il mondo non divenne un giardino sovietico dell’armonia; cominciò la lunga notte della Guerra fredda.
Chi oggi usa la vittoria contro il nazismo per ripulire il resto, fa un’operazione indecente. È un po’ come voler assolvere un assassino perché, una volta, ha fermato un altro assassino. No: resta un assassino. Può aver compiuto un gesto utile, perfino decisivo, ma non per questo diventa un santo. La storia non è catechismo.
Ed eccoci al punto più delicato: il modo in cui certi intellettuali raccontano Stalin, i gulag, l’Holodomor, Katyn e tutta la zoologia del comunismo sovietico. Qui il problema non è la complessità. La complessità è sacrosanta. Il problema è la pavidità mascherata da equilibrio.
Perché una cosa è spiegare il contesto, distinguere fasi, evitare caricature. Un’altra è trasformare un regime di terrore in una specie di modernizzazione rude ma necessaria. Un’altra ancora è attenuare i crimini, relativizzarli, diluirli in un mare di “però”, “tuttavia”, “bisogna considerare”. È il lessico perfetto di chi non vuole scegliere tra la verità e il mito, e finisce per servire il mito con una parola alla volta.
La storia, se la si vuole trattare seriamente, richiede un atto di coraggio elementare: chiamare le cose con il loro nome. Stalin non fu un leader severo ma giusto. Fu un tiranno. L’URSS non fu soltanto la patria dell’antifascismo, ma anche un sistema repressivo che divorò popoli, culture e libertà. E la Russia di oggi, quando si appropria di quella memoria, non sta facendo storia: sta facendo politica imperiale travestita da commemorazione.
Chi racconta il contrario, magari con voce suadente e aria da professore, non sta illuminando il passato. Lo sta piegando. E quando la storia viene piegata troppo, finisce per spezzarsi. Il guaio è che, nel frattempo, a pagare il conto sono sempre gli stessi: i popoli schiacciati tra imperi, le nazioni negate, le vittime che vengono archiviate come “dettagli”.
La verità storica è meno comoda della propaganda, ma ha un pregio enorme: non mente per mestiere. E in tempi come questi, già questo la rende rivoluzionaria.
(Francesco Cozzolino)
Prompt:
Intro: Oggi sta tornando di moda, anche grazie a divulgatori come Alessandro Barbero, il mito della "Russia che ha salvato il mondo dal nazismo". Ma c'è un primo enorme equivoco: non fu la Russia a vincere la guerra, ma l'Unione Sovietica. Un paese che includeva Ucraina, Kazakistan, Stati baltici, Georgia, Armenia e tante altre repubbliche. La propaganda russa di oggi cancella questo fatto, e non per caso: serve a legittimare una sfera di controllo imperialista sull'Europa orientale.
parte 1: Quello che però si tende a dimenticare, e che certi intellettuali come Barbero minimizzano, è che l'Unione Sovietica, ben prima del 1941, era già un incubo. Stalin aveva firmato il patto Molotov-Ribbentrop con Hitler, spartendosi la Polonia come due banditi. Aveva scatenato la guerra d'inverno contro la Finlandia per puro espansionismo. Aveva ucciso milioni dei suoi cittadini con le purghe e con l'Holodomor, la carestia artificiale che fu un vero e proprio genocidio in Ucraina.
parte 2: Barbero ha più volte raccontato Stalin come una sorta di vittima costretta ad allearsi con i nazisti, ma la realtà è che i due dittatori furono complici attivi per due anni. Quando i tedeschi arrivarono in Ucraina, molti ucraini li videro come liberatori – non perché fossero nazisti, ma perché Stalin era stato, per loro, infinitamente peggio. E mentre oggi la retorica russa parla di "grande guerra patriottica", si dimentica che a Katyn furono i sovietici a massacrare 30mila ufficiali polacchi a sangue freddo, non i tedeschi. Lo negarono per decenni.
parte 3: Sì, l'Armata Rossa diede un contributo decisivo alla sconfitta di Hitler. Ma lo fece sotto la guida di un regime che era esso stesso un orrore. Le democrazie occidentali si allearono con Stalin solo per necessità, come male minore. Aver battuto il nazismo non rende automaticamente buoni, né trasforma una dittatura sanguinaria in un paradiso.
parte 4: Quando sento Barbero e altri intellettuali riabilitare Stalin, minimizzare i gulag, negare l'Holodomor o attribuire Katyn ai nazisti, vedo l'esempio perfetto di come si possa distorcere la storia in nome di un ideale. Non è amore per la verità, è propaganda.
Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4. Approfondisci dove ritieni necessario.
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