La mascolinità è un’arte di sopravvivenza civile

C’è una certa abitudine, nei dibattiti pubblici più rumorosi del necessario, a trattare la mascolinità come se fosse una reliquia in pericolo, un vaso Ming finito in mano ai vandali del progressismo. La colpa, ci spiegano con aria grave e mascella serrata, sarebbe della sinistra, dei costumi che cambiano, dei ruoli che si fanno più fluidi, della società che invita gli uomini a smettere di recitare perennemente il film del duro di professione. Poi però si gira lo sguardo dall’altra parte e si scopre che il problema più vistoso, oggi, non è l’assenza di virilità. È il suo cattivo travestimento.

A destra, infatti, la mascolinità non viene più rappresentata come autocontrollo, intelligenza, presenza di spirito o capacità di reggere il conflitto senza ridursi a una rissa da parcheggio. Viene esibita come volume. Come minaccia. Come un repertorio di smorfie, urla, colpi sul tavolo e dichiarazioni che sembrano scritte da un adolescente rimasto troppo a lungo nei corridoi di un reality. E c’è persino chi applaude, convinto di assistere a un ritorno della forza. In realtà sta guardando un piccolo miracolo del malinteso: la confusione tra autorità e bullismo, tra decisione e rozzezza, tra energia e semplice incapacità di pensare.

Donald Trump, in questo senso, è un simbolo quasi didattico. Non perché incarni una qualche misteriosa essenza del maschio contemporaneo, ma perché mette in scena, con una certa regolarità, la versione più teatrale e meno intelligente del dominio. Urla, minaccia, umilia, semplifica, schiaccia. E molti, di fronte a questo spettacolo, scambiano il frastuono per sostanza. Come se il carisma si misurasse in decibel e la statura politica coincidesse con la capacità di sganciare bombe in senso letterale o metaforico. È il vecchio trucco del ciarlatano: fare tanto rumore da impedire al pubblico di accorgersi che la scatola è vuota.

La letteratura americana, quella vera, quella che conosce la fatica della frontiera e non la caricatura da comizio, ha raccontato per decenni un’altra idea di mascolinità. E l’ha fatto con una precisione quasi imbarazzante per i nostalgici del pugno duro.

Mark Twain e l’astuzia come forma di intelligenza morale

Prendiamo Mark Twain. In Tom Sawyer non c’è la celebrazione del prepotente. C’è, semmai, la meravigliosa capacità di trasformare una punizione in una trattativa. Tom non vince perché picchia più forte degli altri, ma perché capisce i meccanismi sociali, li piega, li usa, li rende favorevoli. Sa leggere gli adulti, sa indurre gli altri a fare ciò che gli conviene, sa costruire scenari. Insomma: sa vivere.

Con Huckleberry Finn Twain fa un passo ulteriore. Huck non possiede quasi nulla, e proprio per questo dispone di ciò che i bruti non comprendono mai: flessibilità mentale. Simula la propria morte, inventa storie, attraversa situazioni pericolose senza affidarsi a una presunta superiorità muscolare. La sua sopravvivenza è una vittoria dell’intelligenza sulla posa. E quando decide di aiutare Jim, lo fa contro una morale sociale ipocrita e feroce. Qui l’astuzia non è un vezzo da furbi. È una forma di coscienza in azione.

Twain, in fondo, è molto più virile di tanti feticisti del virile: perché sa che la forza senza pensiero è solo un incidente in attesa di succedere.

Il western: non muscoli, ma cervello sotto il cappello

La stessa lezione arriva dal western, che pure è stato per decenni il laboratorio preferito della mitologia maschile americana. Eppure, persino lì, la violenza non basta mai da sola. Anzi, quando basta, di solito significa che il film è finito male per qualcuno.

Tom Doniphon, ne L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford, non è un eroe che risolve tutto con la forza bruta. È uno che capisce tempi, spazi, inganni, rapporti di potere. Il suo gesto decisivo è insieme fisico e strategico, ma la sua vera qualità è la lucidità. Non si tratta di essere il più grosso nella stanza. Si tratta di sapere quando intervenire, come farlo, e soprattutto perché.

Ethan Edwards, in Sentieri selvaggi, è un personaggio molto più complesso di quanto certa retorica lo riduca a una statua di cavallo e Winchester. Ha un sapere profondo del mondo che attraversa: conosce il comanche, ne capisce gli usi, legge il territorio umano prima ancora di quello geografico. È un uomo ferito, sì, ma anche un uomo che pensa in termini strategici. La sua durezza non coincide con la stupidità. E già questo lo rende infinitamente più interessante dei suoi imitatori contemporanei, che confondono il fare gli spietati con l’essere all’altezza della situazione.

Howard Hawks, poi, è quasi pedagogico nella sua idea di eroismo. In Rio Bravo, John T. Chance non è un mitomane della pistola. È un professionista del contenimento. Tiene insieme il gruppo, evita il caos inutile, governa l’emergenza con misura. La sua forza sta nella disciplina, nella capacità di coordinare, nel non diventare egli stesso il primo problema da risolvere. È una virtù rarissima, oggi più che mai: saper resistere senza fare scena.

Conan, quando il barbaro pensa

Anche fuori dal western, la letteratura popolare americana offre figure che smentiscono la caricatura del macho muscolare e basta. Conan il Cimmero è spesso ridotto dalla cultura di massa a un ammasso di bicipiti con la spada in mano. Ma il Conan letterario è molto più sottile. Sa comandare eserciti, intuire tradimenti, usare il contesto a suo vantaggio, non farsi intrappolare nelle gerarchie che lo circondano.

È un barbaro, sì. Ma un barbaro che ragiona. E questa piccola distinzione separa un personaggio epico da una mascotte da palestra. Robert E. Howard capisce una cosa essenziale: la forza autentica non è mai puramente fisica. È una combinazione di energia, intuito, pazienza, lettura del rischio e capacità di adattamento. In breve, quella che i trumpisti della virilità non amano, perché richiede cervello. E il cervello, si sa, è scomodo quando si preferisce il rumore.

L’altra faccia: il macho che grida perché non sa parlare

Accanto a questa tradizione c’è naturalmente l’altra, molto più povera, molto più triste. Quella del machismo che non sa elaborarsi e quindi si ostenta. Quello che non persuade, ma intimorisce. Non costruisce, ma strappa applausi con la promessa di spaccare tutto. È qui che la letteratura americana, ancora una volta, ha visto lontano.

Sinclair Lewis, in It Can’t Happen Here, aveva già intuito il tipo umano del demagogo muscolare: Buzz Windrip, un personaggio che promette grandezza e produce solo volgarità. La sua forza sta nel travestire la mediocrità da energia rivoluzionaria. È un uomo che non conosce la complessità e, proprio per questo, la tratta come una malattia. Lewis lo ritrae come un imbonitore grossolano, un bugiardo sistematico, uno che si nutre di paura e semplificazioni. La sua superiorità è puramente scenica. Svanisce appena qualcuno accende la luce.

Buzz Windrip è un antenato fin troppo riconoscibile del populismo testosteronico contemporaneo: la politica come schiocco di frusta, la leadership come minaccia permanente, la retorica come sostituto del pensiero. E il tragico, o forse il comico amaro, è che una parte del pubblico continua a scambiare questo teatro per sostanza.

Joyce Carol Oates ha esplorato questa zona con una lucidità quasi crudele. In Zombie e in Stupro: Una Storia D’Amore, la violenza maschile non appare mai come eroismo deviato. Appare come automatismo, come una macchina rotta che continua a produrre distruzione senza neppure la dignità di un fine. È il contrario della metis, la sapienza dell’astuzia, della misura, dell’intelligenza pratica. Qui c’è solo kratos impazzito: la forza disaccoppiata da ogni responsabilità, diventata puro sfogo. E quando la violenza non è più strumento ma abitudine, allora non stiamo parlando di potenza. Stiamo parlando di degrado.

Lo stesso vale per Fight Club di Chuck Palahniuk, almeno nel libro. Il film ha avuto il buon senso di organizzare una forma narrativa più leggibile, con un progetto, un obiettivo, una distruzione finalizzata. Il romanzo, invece, insiste molto di più sulla natura gratuita, quasi autoerotica, della violenza. Tyler Durden non è un riformatore travestito da anarchico. È la celebrazione dell’ego che si consuma mentre pretende di ribellarsi. Un uomo che rifiuta la parola perché la parola implicherebbe limite, e il limite, per certi maschi da salotto e manganello, è semplicemente inaccettabile.

Il mago di Oz e la mediocrità che si maschera da grandiosità

Poi, in mezzo a tutta questa fiera dell’inganno virile, arriva il colpo di teatro più elegante di tutti: il Mago di Oz. Non è un caso che uno dei simboli più efficaci del potere fasullo venga dalla letteratura per ragazzi. Perché i bambini, a differenza di molti adulti in carriera, capiscono subito il trucco. Vedono il sipario, sentono il fruscio della corda, riconoscono l’illusione.

Il Mago si presenta come una presenza enorme, terrificante, quasi divina. E invece è un uomo comune, con i suoi trucchetti, la sua voce amplificata, il suo bisogno disperato di non essere guardato troppo da vicino. La sua massima vulnerabilità è tutta lì: nel terrore di essere scoperto. Ed è, guarda caso, il tratto comune di tanti leader urlanti contemporanei. Fanno scena perché non possono permettersi il contenuto. Esibiscono forza perché la forza vera richiederebbe sostanza, autocontrollo, capacità di stare nel mondo senza trasformarlo in un ring.

Il sipario è sempre il loro punto debole. Basta sollevarlo appena, e l’eroe si riduce a un uomo qualsiasi che ha imparato a intimidire meglio degli altri.

La lezione finale: senza astuzia la mascolinità si svuota

La questione, in fondo, è semplice e perfino un po’ antica. Una cultura che espelle dalla propria idea di mascolinità l’intelligenza, la finezza, la prudenza, la capacità di prevedere e persuadere, non sta rendendo gli uomini più forti. Li sta rendendo più fragili, più primitivi, più manipolabili. E una mascolinità privata del pensiero finisce per somigliare a una lampadina senza corrente: c’è la forma, ma non la luce.

E qui sta il punto più interessante, e anche più comico, se uno non ha perso del tutto il senso della misura. I campioni del machismo brutale amano presentarsi come figure inscalfibili, ma sono spesso gusci esposti al primo soffio di realtà. Bastano un fallimento, una contraddizione, un avversario più lucido, e tutta la loro postura si sbriciola. Non perché siano troppo forti. Perché sono troppo vuoti.

La letteratura americana ce l’aveva detto da tempo, con quella sua meravigliosa miscela di ironia e crudeltà: l’uomo davvero forte non è quello che urla più forte. È quello che sa usare la testa senza vergognarsene. Quello che non scambia la brutalità per carattere. Quello che, se serve, sa anche sorridere mentre sposta il sipario e mostra che il grande mago è soltanto un imbroglione con la voce impostata.

Ed è lì, in quell’istante, che la prepotenza perde la sua magia. Resta soltanto un uomo piccolo, molto rumoroso, e terribilmente prevedibile.

(Luisa Bianchi)

Prompt:

Intro: Troppo spesso sentiamo parlare di crisi della mascolinità per colpa della sinistra, con l’eclissi dei valori tradizionali. Ma il problema più grave, oggi, sta a destra: l’esaltazione di una mascolinità brutale, urlata, che confonde la forza con la violenza gratuita. Pensate a certi commentatori che lodano Trump perché “urla, minaccia e sgancia bombe” invece di negoziare. Questa non è virilità: è machismo idiota, privo di ragionamento e astuzia.

parte 1: Eppure la grande tradizione letteraria americana ci ha insegnato esattamente il contrario. Prendete Mark Twain: Tom Sawyer non vince con i pugni, ma trasformando una punizione in un’occasione di scambio e di guadagno. Huckleberry Finn, poi, è un capolavoro di metis applicata alla sopravvivenza: simula la propria morte, costruisce storie incredibili per ingannare gli adulti, escogita stratagemmi per liberare Jim. Non ha forza fisica, ha solo intelligenza. E vince.

parte 2: Il grande mito maschile americano per eccellenza, il western, ci racconta la stessa storia. Pensate a Tom Doniphon in L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford: non è il più forte, ma è il più astuto, colui che tramortisce Liberty Valance con il calcio della pistola prima che l’altro possa sparargli. O Ethan Edwards ne Sentieri selvaggi, un veterano che parla fluentemente il comanche e conosce a fondo le usanze dei nativi che disprezza. La sua superiorità non è nella forza bruta, ma nell’intelligenza strategica. Anche Howard Hawks costruisce eroi così: lo sceriffo John T. Chance in Rio Bravo non è un uomo di violenza inutile, ma un realista che sa che il suo successo sta nel superare in astuzia gli avversari.

parte 3: E usciamo dal western: Conan il Cimmero di Robert E. Howard è l’emblema del “bruto astuto”. Il suo Conan è un personaggio cinico e calcolatore, più profondo di quel che lascia pensare la controparte cinematografica. Non si limita a combattere: comanda eserciti, smaschera spie, architetta colpi di stato. La sua forza è al servizio della sua astuzia, non viceversa.

parte 4: naturalmente c'è pure l'altra faccia. Quella che meglio incarna il machismo idiota di Trump e dei suoi ammiratori. Già nel 1935, Sinclair Lewis in It Can’t Happen Here descriveva Buzz Windrip, un demagogo populista che promette di “riportare l’America alla grandezza”. Lewis lo definisce “volgare, quasi analfabeta, un bugiardo patentato e, nelle sue ‘idee’, quasi idiota”. La sua ascesa si basa sulla promessa di forza bruta, sull’incitamento alla paura e sul disprezzo per le sottigliezze. Buzz Windrip è l’antenato letterario perfetto della mascolinità trumpiana. Joyce Carol Oates esplora questa deriva in modo ancora più crudo. Romanzi come Zombie (1995) – dove il protagonista Quentin P. è un serial killer che agisce senza alcun piano razionale – e Rape: A Love Story (2003) mostrano una violenza maschile che non è strategica, ma puramente distruttiva, un’abitudine meccanica e autodistruttiva. Non c’è metis, solo kratos impazzito. E infine Fight Club di Chuck Palahniuk, il libro, non il film. Nel film c’è un piano (far crollare il sistema finanziario). Nel libro no: la violenza è gratuita, senza scopo, autoerotica. Tyler Durden non vuole cambiare il mondo, solo ridurre l’uomo a puro dolore. È l’eco perfetta della mascolinità brutale: assenza di strategia, rifiuto della parola, nessun fine se non l’affermazione immediata del sé.

parte 5: Ma c’è spazio per un ultimo, geniale rovesciamento. Questi alfieri del machismo idiota – i Trump, i Buzz Windrip – sono in realtà gusci vuoti. Incantano le folle con la loro teatralità urlante, ma basterebbe spostare un sipario per scoprire la loro mediocrità. Proprio come il Mago di Oz, che nella celebre storia di L. Frank Baum si presenta come un’enorme testa fiammeggiante, un mostro terrificante, una bestia spaventosa – e poi si rivela per quello che è: un uomo comune, un imbonitore con qualche trucco di prestigio, nessun potere reale. “Non sono cattivo” – dice – “sono un pessimo mago”. La letteratura americana, ci ha regalato l’archetipo perfetto della mascolinità brutale: un bluff, un sipario, un uomo che grida “Non guardare dietro il sipario!” – perché sa che, se qualcuno lo facesse, crollerebbe tutto.

parte 6: Quando una cultura amputa dalla propria mascolinità l’astuzia, la finezza, la capacità di prevedere e persuadere, non sta solo rovinando l’immagine dell’uomo. Sta amputando la propria umanità. E da lì alla morte è solo questione di tempo. Ma c’è una buona notizia: come Dorothy scoprì, il sipario è sottile. Basta uno sguardo lucido per vedere il mago per quello che è: un uomo normale che non sa fare magie. E una volta che lo vedi, la sua forza svanisce.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5, parte 6; approfondisci dove ritieni necessario. Con tono particolarmente pungente e divertito. Assumendo personalità, background e stile di scrittura di Luisa Bianchi, scrivi un approfondito articolo.

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