Il 25 aprile spiegato male: antifascisti da Instagram e passatelli fatti bene

Group of young people taking selfies while elderly men walk by unnoticed

Alla vigilia del 25 aprile, conviene sempre ribadire una banalità che in Italia, ogni anno, torna a sembrare una rivelazione da prima serata: la Resistenza non è stata una sfilata di opinioni da salotto, né un convegno sul pluralismo delle anime belle. È stata una scelta di campo. E, per una volta, quella scelta ha avuto conseguenze concrete, materiali, decisive. Se i nostri partigiani avessero ascoltato i profeti dell’equidistanza postuma, oggi magari parleremmo con un accento molto più tedesco del necessario, oppure avremmo Salò come capitale morale e urbanistica. Invece no. Per fortuna, allora, c’erano persone che non si limitavano a commentare la Storia: la facevano. E spesso la facevano con un fucile, una pistola, una granata, e con l’aiuto decisivo degli Alleati, che non erano una nota a piè di pagina ma una delle ragioni per cui la faccenda finì com’è giusto che finisse.

Poi c’è una cosa che nei giorni rituali si dimentica sempre, come se fosse una nota stonata da rimuovere per non rovinare il dépliant commemorativo: i partigiani non erano una setta ideologica in abbonamento mensile. Erano un popolo intero, nella sua varietà più seria e più commovente. Comunisti, socialisti, liberali, monarchici, anarchici, cattolici, atei, ebrei, operai, professori, contadini, uomini e donne, giovani e meno giovani. Un paese disordinato che, per una volta, seppe stare dalla parte giusta del mondo. Carlo Smuraglia, che la Resistenza non la studiò dal divano ma la visse, disse una cosa limpida, quasi scandalosa nella sua semplicità: anche l’Ucraina è Resistenza e va aiutata con le armi. Una frase che avrebbe richiesto, in teoria, una certa continuità morale. In pratica, è bastato che la lasciassero dire quasi da solo, per poi veder proliferare attorno a lui e dopo di lui tutta una serie di eventi putiniani da sagre del rovesciamento della realtà, come se l’ANPI avesse smarrito la bussola e trovato al suo posto una collezione di souvenir geopolitici comprati male.

Io, per parte mia, non vengo da un’idea astratta di antifascismo, che oggi è il modo più elegante per dire “tengo molto alla mia postura civile mentre posto una foto con il pugno chiuso”. Io sono nipote di chi fu rapito dai nazisti e poi restò iscritto all’ANPI per tutta la vita. Quindi certe cose non le leggo, non le recito, non le esibisco: le porto addosso. Per questo ai vertici attuali dell’associazione, quelli che sull’invasore russo hanno chiuso un occhio e sulla resistenza ucraina tutti e due, mi verrebbe da mandare un messaggio affettuoso, tenero, quasi domestico. Andate a cagare. Senza coreografie, senza retorica, senza il ricamo ipocrita di chi si commuove per la memoria solo quando è utile a costruire una piccola superiorità morale da weekend lungo.


Però attenzione, perché il problema non è solo chi sbaglia bersaglio. Il problema è una malattia tutta italiana, elegantissima nella forma e miserabile nella sostanza: l’antifascismo performativo. Quello che ha preso slancio dopo il berlusconismo, ma che in realtà stava lì già da tempo, in incubazione, come certe abitudini brutte che poi la rete ha trasformato in sistema. È l’antifascismo da palco, da post, da slogan, da foto con la bandiera, da indignazione ben illuminata. Un antifascismo che si nutre di divisione, non di convivenza; di appartenenza, non di libertà. Perché unire è faticoso, richiede pazienza, intelligenza, capacità di ascolto. Molto più comodo trasformare il 25 aprile in uno spot identitario: chi la pensa come me è puro, chi non applaude abbastanza forte è sospetto, chi non si allinea al coro è già mezzo fascista. Così la Resistenza, che fu un fatto enorme e plurale, viene ridotta a un accessorio da indossare nei giorni comandati, una specie di sciarpa morale da estrarre dal cassetto insieme alla superiorità di chi si sente, per decreto interiore, dalla parte giusta della Storia. Una liturgia vuota, che finisce per svuotare proprio ciò che pretende di celebrare

Il mio antifascismo, invece, non ha bisogno di scenografie. Ha il DNA di famiglia, quello romagnolo, quello dei nonni partigiani, quello che non passa dai like e non cerca consenso nei commenti. Non ho bisogno di andare in piazza a dimostrare chi sono, perché chi sono me l’hanno insegnato prima ancora che imparassi a far finta di avere sempre ragione. Libertà, uguaglianza, solidarietà: parole semplici, quasi banali, se non fosse che la banalità è spesso il nome che diamo alle cose essenziali quando abbiamo smesso di meritarle. E poi, lasciatemelo dire, c’è una forma di militanza molto più autentica di tante occupazioni simboliche: stare a tavola con i nipotini e preparare i passatelli. Lì sì che si tramanda qualcosa. Lì sì che si costruisce un paese. Non con le pose, ma con il brodo, con la pazienza, con il gesto ripetuto, con l’idea che la memoria serva a vivere meglio, non a sentirsi superiori per quarantotto ore.

Perché il 25 aprile, alla fine, è questo: non una recita, non un test di purezza, non un tribunale permanente delle coscienze altrui. È celebrare la vita, la libertà e la democrazia con chi ti sta accanto, con chi ami, con chi ti ha insegnato da dove vieni e perché certe parole non andrebbero mai usate come decorazione. Che sia in piazza o a tavola, la sostanza non cambia. L’importante è ricordare senza trasformare la memoria in un manganello morale da brandire contro il vicino. E se qualcuno ha ancora qualcosa da ridire sul mio antifascismo, non si preoccupi: può venire a casa, si mette il grembiule e prepara i passatelli con me. Poi, eventualmente, ne riparliamo.

(Margherita Nanni)

Prompt:

Intro: Alla vigilia del 25 aprile, vorrei ricordare una cosa semplice: se i nostri partigiani avessero seguito i consigli dei soliti Orsini, Di Battista, Travaglio, Salvini, Barbero, Vauro, Vannacci e Pagliarulo, oggi parleremmo in tedesco o la nostra capitale sarebbe Salò. Per fortuna i nostri nonni erano armati fino ai denti, con pistole, granate e fucili aviolanciati da americani e inglesi. Gli Alleati hanno avuto un ruolo cruciale nella sconfitta dei nazifascisti, e non lo si dice mai abbastanza.

parte 1: I partigiani erano di tutto: comunisti, socialisti, liberali, monarchici, anarchici, apolitici, cattolici, atei, ebrei, uomini, donne, operai, professori, contadini. Carlo Smuraglia, ultimo presidente dell’ANPI ad aver fatto la Resistenza, poco prima di morire disse: “Anche quella dell’Ucraina è Resistenza e va aiutata con le armi”. Poi se n’è andato, per fortuna, prima di vedere certi eventi putiniani patrocinati dalla sua stessa associazione.

parte 2: Io sono nipote di chi fu rapito dai nazisti e poi ebbe la tessera ANPI per tutta la vita. Quindi ai vertici attuali dell’ANPI, quelli che sull’invasore russo hanno chiuso un occhio e sulla resistenza ucraina tutti e due, vorrei mandare un messaggio tenero, affettuoso, ma chiaro: andate a cagare. Senza troppi giri di parole.

parte 3: Detto questo, veniamo a un’altra malattia italiana: l’antifascismo performativo. Esiste fin dal dopoguerra, ma dagli anni di Berlusconi in poi è diventato una vera e propria festa, una sceneggiata continua. Tutti a sventolare bandiere, a fare le foto col pugno alzato, a gridare “antifa” sui social – ma solo per dividere, mai per unire. Perché unire è faticoso, richiede ascoltare anche chi la pensa diversamente. Invece no: molto più comodo usare il 25 aprile come uno spot. Chi sta con noi è buono, chi non urla abbastanza è fascista. Così la Resistenza diventa un cliché, una liturgia vuota, e si perde il senso vero della libertà che quei partigiani hanno conquistato.

parte 4: Il mio DNA antifascista viene dai nonni partigiani romagnoli, non dai like. Non ho bisogno di andare in piazza per dimostrare niente. Lo dimostro vivendo i valori di libertà, uguaglianza e solidarietà che mi hanno trasmesso. E lo dimostro stando a tavola con i miei nipotini, a preparare i passatelli.

parte 5: Perché il 25 aprile, alla fine, è questo: celebrare la vita, la libertà e la democrazia con chi ti sta a cuore. Che sia in piazza o a tavola, l’importante è ricordare e onorare chi ha lottato per noi, senza trasformare la memoria in un’arma da usare contro il vicino. Se qualcuno ha ancora qualcosa da ridire sul mio antifascismo, gli faccio preparare i passatelli insieme a me. Poi ne riparliamo.

Articolo: Intro, Parte 1, Parte 2, Parte 3, Parte 4, parte 5.

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