Il manuale di diritto navale è troppo lungo per Twitter

Mi piace molto One Piece. Ma non per questo mi metto a citare Monkey D. Luffy quando si parla di diritto del mare. È un vezzo tipicamente contemporaneo: avere un’opinione su tutto, competenze su niente e una sicurezza granitica nel pontificare. Così, quando una flottiglia diretta a Gaza viene intercettata in acque internazionali, parte il teatrino: da una parte i giuristi da tastiera che urlano alla “pirateria”, dall’altra i tifosi della ragion di Stato che liquidano tutto come routine. Peccato che il diritto internazionale, come spesso accade, non abbia alcuna simpatia per gli slogan.

Il mito delle acque “intoccabili”
L’idea che le acque internazionali siano una sorta di santuario inviolabile è una semplificazione da bar dello sport. In tempo di pace, certo, vale il principio della libertà dei mari. Ma in presenza di un conflitto armato e di un blocco navale legalmente istituito, il quadro cambia radicalmente.
Il punto di riferimento è il cosiddetto Manuale di Sanremo del 1994: non è una legge in senso stretto, ma rappresenta la più autorevole sistematizzazione del diritto consuetudinario in materia di guerra navale. E cosa dice, in sostanza? Che un blocco può essere fatto rispettare anche al di fuori delle acque territoriali del territorio bloccato.
Dunque no, parlare automaticamente di “pirateria” è una sciocchezza giuridica. La pirateria è un’attività privata, predatoria, per fini privati. Qui siamo di fronte a un’azione di una marina militare statale nell’ambito di un conflitto. Confondere le due cose è come scambiare un tribunale per un mercato rionale: si può fare, ma solo al prezzo del ridicolo.

L’intenzione non è un dettaglio
Altro elemento che viene sistematicamente ignorato è quello dell’intenzione manifesta. Se una flottiglia dichiara apertamente di voler forzare un blocco, non siamo più nel campo dell’innocente navigazione commerciale o umanitaria.
Nel diritto dei conflitti armati, l’intenzione conta eccome. Non si aspetta che la violazione si consumi sotto costa per intervenire: il tentativo comincia prima, nel momento stesso in cui si dirige una nave verso un obiettivo con l’intento dichiarato di violare il blocco.
Non è una forzatura interpretativa, ma un principio consolidato. Come ha osservato il giurista Eran Shamir-Borer, una dichiarazione pubblica di questo tipo legittima l’intercettazione anche in alto mare.
Tradotto: se annunci che stai andando a sfondare una porta, non puoi poi indignarti se qualcuno ti ferma mentre stai ancora correndo nel corridoio.

I requisiti del blocco: non basta dichiararlo
Attenzione però: non basta proclamare un blocco per renderlo automaticamente legittimo. Il diritto internazionale pone condizioni precise, e qui la questione si fa più seria.
Un blocco, per essere valido, deve essere dichiarato e notificato, deve essere effettivo (cioè realmente applicato), deve essere imparziale e non può impedire l’accesso a porti neutrali. Soprattutto, non può strangolare la popolazione civile impedendo l’arrivo di aiuti umanitari essenziali.
Il blocco su Gaza, istituito da Israele nel 2009, è stato oggetto di analisi e controversie. Il rapporto ONU sul caso Mavi Marmara del 2011 ne ha riconosciuto la legittimità formale. Ma attenzione: legittimità formale non significa automaticamente giustizia sostanziale.
Qui emerge tutta la tensione tra diritto e morale, tra norma e coscienza. E chi pretende di risolverla con un tweet di 280 caratteri, francamente, non sta facendo un servizio né alla verità né al dibattito.

Il cuore della questione: la proporzionalità
Il vero nodo non è dove avviene l’intercettazione, ma come avviene.
Il diritto consente di fermare, ispezionare, deviare e persino sequestrare una nave che viola o tenta di violare un blocco. Ma pone un limite invalicabile: l’uso della forza deve essere necessario e proporzionato.
Questo significa che non tutto è lecito. Speronare deliberatamente, aprire il fuoco senza una minaccia concreta, usare una forza eccessiva rispetto all’obiettivo operativo: tutto questo configurerebbe una violazione grave del diritto umanitario.
In altre parole, il fatto che un’azione sia consentita non autorizza a trasformarla in una dimostrazione di brutalità. Il diritto internazionale non è un lasciapassare per la violenza, ma un argine – spesso fragile, ma indispensabile.

Uscire dalla tifoseria
Il dibattito pubblico, purtroppo, sembra incapace di reggere questa complessità. Si preferisce rifugiarsi nelle categorie rassicuranti del bianco e nero: “Malvagi Pirati Israeliani” contro “Eroica Flottilla”.
Ma un dibattito adulto dovrebbe porsi altre domande. L’intercettazione è stata davvero necessaria? La forza impiegata è stata proporzionata? Il blocco rispetta i vincoli umanitari o sta producendo effetti inaccettabili sulla popolazione civile?
Si può – anzi, si deve – essere politicamente contrari a un blocco, giudicarlo moralmente discutibile o persino devastante sul piano umanitario. Ma sostenere che sia illegittimo solo perché applicato in acque internazionali significa ignorare il diritto dei conflitti armati sul mare.
E il diritto, per sua natura, è una cosa ostinata: non si piega agli slogan, non si commuove davanti alle tifoserie, e soprattutto non si lascia semplificare da chi scambia un manga per un manuale di diritto internazionale.

(Francesco Cozzolino)

Prompt:

Intro: mi piace molto One Piece. Non per questo lo ritengo autorevole sul diritto nelle acque internazionali, argomento di cui peraltro non so nulla. Ma su cui posso documentarmi, prima di sparare a zero. E al solito la figuretta tende a farla chi spara a zero. Perché quando una flottiglia diretta a Gaza viene intercettata in acque internazionali, scatta subito la polarizzazione: c'chi grida alla "pirateria" e chi difende l'operazione come legittima. Ma il diritto internazionale è più complesso degli slogan.

parte 1: Il punto decisivo è che un blocco navale legalmente istituito può essere fatto rispettare anche fuori dalle acque territoriali del territorio bloccato. Lo chiarisce il Manuale di Sanremo del 1994, redatto dall'International Institute of Humanitarian Law con la Croce Rossa: non è un trattato vincolante, ma rappresenta la più autorevole codifica del diritto consuetudinario sulla guerra navale. In tempo di pace, le acque internazionali sono intoccabili; in un conflitto armato con un blocco attivo, no. Definire "pirateria" l'intercettazione è un errore giuridico: la pirateria è un atto di navi private per fini privati, mentre qui opera una marina statale che esegue un blocco dichiarato.

parte 2: Conta anche l'intenzione manifesta. Se una flottiglia annuncia pubblicamente di voler forzare il blocco, quella dichiarazione non è propaganda innocua, ma un atto che anticipa giuridicamente la violazione. Il tentativo non inizia all'arrivo davanti alla costa, ma nel momento in cui la nave si dirige verso l'obiettivo con quella volontà. Come ha detto il giurista Eran Shamir-Borer, "se dichiarano l'intenzione di violare il blocco, l'intercettazione può avvenire anche in alto mare".

parte 3: Secondo il Manuale di Sanremo, un blocco valido deve essere dichiarato, notificato, effettivo, imparziale e non deve bloccare l'accesso a porti neutrali né impedire gli aiuti umanitari ai civili. Quello su Gaza è stato formalmente dichiarato da Israele nel 2009 e riconosciuto legittimo dal rapporto ONU sul caso Mavi Marmara del 2011.

parte 4: Il vero banco di prova non è la posizione geografica, ma la proporzionalità nell'uso della forza. Intercettare è lecito, ma speronare deliberatamente o sparare indiscriminatamente senza necessità operativa sarebbe una grave violazione del diritto umanitario. L'interdizione è permessa, ma la forza deve essere limitata a quanto serve per fermare, ispezionare, deviare o sequestrare il mezzo. Necessità e proporzionalità sono vincoli inderogabili.

parte 5: Il dibattito da adulti, quindi, non dovrebbe perdersi nello slogan giuridicamente inconsistente delle "acque internazionali intoccabili". Dovrebbe invece chiedersi: l'intercettazione è stata necessaria e proporzionata? Il blocco rispetta i vincoli umanitari? Si può essere politicamente contrari al blocco, giudicarlo moralmente sbagliato o umanitariamente devastante. Ma sostenere che l'intercettazione sia illegittima solo perché avviene in acque internazionali significa ignorare il diritto dei conflitti armati sul mare. E il diritto, per quanto scomodo, non si piega agli slogan.

Articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5. Approfondisci dove ritieni necessario.

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