Salvinizzare l’antisemitismo

La gioia con cui alcuni hanno accolto la notizia sull’identità di Eitan Bondi — come se finalmente si potesse incastrare un’intera comunità dentro un titolo comodo — dice molto più di quanto si vorrebbe ammettere. È la stessa dinamica che vediamo ogni volta che un politico costruisce consenso sul riflesso pavloviano: “vedete? avevo ragione io”. Cambia il bersaglio, non il meccanismo. Se lo chiamiamo razzismo quando colpisce gli immigrati, dobbiamo avere l’onestà di chiamarlo antisemitismo quando colpisce gli ebrei. Senza acrobazie morali, senza distinguo opportunistici.

Attenzione, però: criticare il governo israeliano non è solo legittimo, è necessario. Le operazioni a Gaza, la gestione della Cisgiordania, l’escalation in Libano: tutto questo merita un’analisi severa, documentata, senza sconti. Il 7 ottobre è stato uno spartiacque tragico, non una licenza permanente a sospendere il diritto internazionale. Ma tra la critica a un esecutivo — per quanto discutibile o, in certi casi, criminale — e la colpevolizzazione di una comunità intera c’è un abisso. Confondere i due piani non è un errore: è una scelta. E le scelte hanno conseguenze.

La collettivizzazione della colpa è una scorciatoia brutale. Trasforma individui in simboli, persone in bersagli. E soprattutto radicalizza. Da una parte, chi si sente accerchiato trova nella pressione esterna una giustificazione ulteriore per chiudersi, irrigidirsi, talvolta reagire in modo violento. Dall’altra, si crea il terreno perfetto per atti antisemiti: aggressioni, minacce, attacchi davanti a luoghi di culto. È un circolo vizioso che conosciamo fin troppo bene. La storia europea dovrebbe averci insegnato qualcosa, ma a quanto pare la memoria funziona a intermittenza.

Nel frattempo, certi discorsi che credevamo archiviati riemergono con una vernice nuova, più presentabile, ma non meno tossica. L’idea di una comunità compatta, onnipotente, responsabile in blocco di ciò che accade in Israele. Le allusioni al controllo di finanza, media, cultura. Sottotesti che strizzano l’occhio a fantasie vecchie di un secolo, riproposte oggi con lessico aggiornato e una patina di impegno politico. È qui che l’antisemitismo contemporaneo si mimetizza meglio: non urla sempre, spesso sussurra. Ma il contenuto resta lo stesso.

Poi c’è il dibattito sull’uso delle parole. L’accusa di genocidio è una delle più gravi che si possano formulare, e proprio per questo richiede precisione, rigore, prove. Trasformarla in uno slogan, in un grido da social, rischia di ottenere l’effetto opposto: polarizzare tutto, rendere impossibile qualsiasi discussione sui singoli crimini, sulle responsabilità concrete, sui passaggi documentabili. Se ogni cosa diventa “genocidio”, allora nulla è più analizzabile con lucidità. E chi prova a farlo viene travolto da entrambe le tifoserie: troppo morbido per gli uni, troppo duro per gli altri.

Infine, c’è un altro livello, forse il più rivelatore: quello delle narrazioni che usano il conflitto come specchio per ossessioni interne. Teorie che attribuiscono ogni dinamica sociale palestinese all’occupazione, fino a spiegare perfino la violenza domestica come prodotto diretto di fattori esterni. È un modo elegante per non guardare la complessità, per non riconoscere responsabilità locali, per trasformare persone reali in simboli utili a un discorso già scritto. A quel punto, israeliani e palestinesi smettono di essere soggetti e diventano strumenti. Figurine, appunto, da incollare dentro un racconto che parla più di noi che di loro.

(Serena Russo)

Prompt:

intro: la gioia con cui alcuni hanno accolto la notizia che Eitan Bondi, il giovanissimo criminale romano del 25 aprile, apparteneva alla comunità ebraica mi ricorda quella di Salvini quando scopre che un accoltellatore è un immigrato africano. Se per Salvini è razzismo, questo è antisemitismo puro, scintillante di vernice morale.

parte 1: Attenzione: condannare il governo israeliano è doveroso. Lo definisco turpe, andava sanzionato prima per Gaza e Cisgiordania, e ora per il Libano - il 7 ottobre non può essere una scusa per un "liberi tutti". I suoi membri fascisti meriterebbero l'Aia, e chi sostiene Netanyahu dovrebbe vergognarsi di sostenere un criminale di guerra. Ma c'è una differenza abissale tra criticare un governo e colpevolizzare un'intera comunità.

parte 2: La collettivizzazione della colpa è un atto brutale che radicalizza entrambi i poli. Da un lato alimenta il fanatismo di gente come Bondì, che si sentirà accerchiata e legittimata alla violenza. Dall'altro alimenta gli attentati antisemiti – solo pochi giorni fa due ebrei accoltellati a Londra davanti a una sinagoga. Le colpe di alcuni ricadano su tutta la comunità, potrebbe dire... Vannacci.

parte 3: L'antisemitismo dilagante di questi anni viene normalizzato, nascosto sotto alibi deliranti come "loro sono tutti Ben-Gvir in fieri". Possiamo continuare a far finta di niente solo perché il governo israeliano è criminale? Intanto ritornano discorsi che pensavamo relegati definitivamente al passato, tipo il controllo ebraico sull'industria musicale, la finanza, e il traffico di organi (a canne, naturalmente).

parte 4: E qui faccio una provocazione: l'ossessione dei "pro-Pal" per l'accusa di genocidio è uno dei maggiori ostacoli a vedere Netanyahu & co in cella con un parente delle vittime del 7 ottobre. Se tutto il dibattito ruota attorno a "genocidio!!1!1!", chi cerca di indagare su normali crimini di guerra (che esistono, perché gli israeliani sono umani come tutti) viene silenziato da tutte le parti.

parte 5: Ma devo anche dire che tra quelli che strillano di più al genocidio, ho sentito teorizzare – spacciandosi per femministi – che se un palestinese picchia sua moglie, è colpa di Israele, perché l'occupazione attaccherebbe la sua mascolinità. A quel punto è evidente: è solo un power game occidentale, dove israeliani e palestinesi diventano figurine Liebig per articoli trendy, originali quanto un numero del Der Stürmer.

articolo: intro, parte 1, parte 2, parte 3, parte 4, parte 5; approfondisco dove necessario.

Scrivi un approfondito articolo, assumendo il ruolo di Serena Russo, tagliente e ironico. Rendilo immersivo.

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