Gli entusiasmi di Dibba

Negli ultimi giorni Alessandro Di Battista ha rilanciato con entusiasmo Tucker Carlson, presentandolo più o meno come una voce quasi salvifica, “il giornalista più seguito negli Stati Uniti”, e lamentandosi del fatto che in Italia le sue parole non trovino abbastanza spazio. È un vecchio trucco, questo: prendere un personaggio controverso, lucidarlo quanto basta, vestirlo da eretico coraggioso e venderlo al pubblico come se fosse un martire del pensiero libero. Peccato che, nel caso di Carlson, il problema non sia la mancanza di attenzione. Il problema è il contenuto di ciò che dice, di ciò che ha ospitato, di ciò che ha normalizzato. E soprattutto il contesto politico e culturale in cui si muove: quello dell’estrema destra americana più rancorosa, più tossica, più incline a trasformare il pregiudizio in spettacolo.

Carlson non è un giornalista nel senso nobile che alcuni fingono di attribuirgli. È stato per anni un volto di Fox News, la grande macchina dell’infotainment conservatore americano, quella che ha saputo mescolare intrattenimento, paura e identità ferita in una miscela perfetta per il consumo di massa. Poi è stato allontanato, e anche questo è significativo: non perché avesse semplicemente “esagerato” nel senso innocuo del termine, ma perché il suo linguaggio, le sue uscite e il suo modo di costruire il dibattito erano diventati ingestibili perfino per una rete abituata a flirtare con il limite. Quando persino un certo ecosistema mediatico ti considera troppo estremo, vuol dire che il livello non è più quello della provocazione: è quello della decomposizione.

Oggi Carlson conduce il suo show personale e si è trasformato in una sorta di cassa di risonanza per tutto ciò che l’America più reazionaria ama ascoltare quando vuole sentirsi perseguitata ma anche finalmente “libera di dire quello che pensa”. Il suo repertorio è noto: teorie suprematiste, ammiccamenti antisemiti, misoginia spalmata con l’aria di chi si crede ironico, simpatia per gli autocrati di turno, scetticismo tossico verso i vaccini, diffidenza sistematica verso tutto ciò che sa di pluralismo. In questa traiettoria, il giornalismo sparisce e resta il teatro. Un teatro pessimo, ma molto redditizio.

Il punto non è solo Carlson in sé. Il punto è il modello che rappresenta. Quello del commentatore che si mette in scena come uomo comune tradito dalle élite, mentre in realtà parla da un piedistallo gigantesco e lucidamente costruito. Quello che si atteggia a perseguitato mentre offre una piattaforma a idee che hanno già fatto abbastanza danni nel secolo scorso da meritare, oggi, un minimo di prudenza. Invece no: si ride, si strizza l’occhio, si normalizza. E a forza di normalizzare, ciò che ieri era indecente diventa oggi “interessante”, domani “controverso”, dopodomani “parte del dibattito”. E così il baratro si presenta in giacca e cravatta, con la voce bassa di chi pretende persino rispetto.

Basti guardare a uno degli episodi più inquietanti della sua parabola: l’intervista a Nick Fuentes. Fuentes non è un semplice provocatore, né un giovane eccentrico un po’ fuori dalle righe. È un militante dell’odio, un suprematista bianco che nega l’Olocausto, idolatra Hitler, parla delle donne come di macchine riproduttive, sogna una dittatura cattolica e si diverte a flirtare con ogni forma di disumanizzazione possibile. Quando dice che lo stupro non sarebbe necessariamente un problema grave o quando si esprime sulle donne in termini che appartengono più alla cloaca che alla politica, non siamo nel campo della battuta oscena: siamo nel territorio della barbarie ideologica. E Carlson che fa? Lo intervista sorridendo, con quella complicità vellutata di chi sa benissimo che il confine è stato superato, ma ha deciso di oltrepassarlo ugualmente per audience, appartenenza, tribù.

Qui c’è la vera questione: non basta dire “l’ho intervistato”. Il problema è come lo si intervista, con quale cornice, con quale dose di distanza critica, con quale responsabilità verso chi ascolta. Se inviti un propagandista dell’odio e gli offri un salotto accogliente, non stai facendo giornalismo coraggioso. Stai facendo sdoganamento. E lo sdoganamento, in questi casi, è più pericoloso dell’insulto esplicito: perché l’insulto almeno si riconosce. Il sdoganamento, invece, si infila nelle pieghe del linguaggio rispettabile, nel sorriso complice, nella finta pluralità delle opinioni. È il veleno servito con il tovagliolo piegato bene.

Di Battista non è l’unico a cadere in questa trappola. Anche Il Fatto Quotidiano ha dato spazio a Carlson in termini che, secondo la critica di molti, risultavano eccessivamente indulgenti, definendolo sostanzialmente un “pentito di Trump” senza mettere davvero a fuoco il suo curriculum politico e mediatico. E qui il problema diventa italiano, dunque più familiare e, per questo, persino più fastidioso. Perché nel nostro Paese abbiamo una debolezza antica per l’uomo che “dice quello che pensa”, soprattutto quando ciò che pensa è un miscuglio di scorciatoie ideologiche, superiorità morale e ostilità verso il mondo complesso. Lo scambiamo per anticonformismo, quando spesso è solo conformismo di segno rovesciato. Una maschera diversa, ma la stessa fame di semplificazione.

E allora va detto con chiarezza: in democrazia ognuno è libero di scegliere le proprie frequentazioni intellettuali, di leggere, ascoltare, citare chi preferisce. Ma la libertà non è un alibi estetico. Non basta dire “mi piace per la sua franchezza” quando la franchezza in questione consiste nel spalancare la porta a idee suprematiste, razziste, antisemite, misogine. Non è provocazione culturale. Non è spirito critico. Non è nemmeno “dibattito”. È la vecchia, banale, tossica operazione di rendere presentabile l’oscurità, purché faccia rumore e raccolga consensi.

La cosa più triste, forse, è che tutto questo venga ancora raccontato come se fosse una grande sfida al pensiero dominante. Ma quale pensiero dominante? Quello di un mondo che prova, con tutte le sue contraddizioni, a difendere il minimo sindacale di convivenza civile? O piuttosto il contrario: la ribellione di chi rifiuta ogni limite perché il limite, per sua natura, impedisce al fanatismo di diventare moda?

Non c’è nulla di sofisticato nel dare visibilità a chi disprezza l’uguaglianza, la memoria storica e la dignità delle persone. C’è, semmai, una forma particolarmente moderna di irresponsabilità. Quella che si traveste da coraggio mentre sta semplicemente abbassando la soglia dell’indicibile. E quando l’indicibile diventa contenuto, il lavoro di chi fa informazione non dovrebbe essere quello di accompagnarlo con un sorriso complice. Dovrebbe essere, al contrario, quello di chiamarlo per nome. Con tutte le lettere. Senza carezze.

(Giancarlo Salvetti)

Prompt:

Intro: Negli ultimi giorni Alessandro Di Battista ha iniziato a rilanciare con entusiasmo Tucker Carlson, definendolo “il giornalista più seguito negli Stati Uniti” e lamentandosi che in Italia nessuno riporti le sue parole. Peccato che Carlson non sia affatto un giornalista indipendente, ma un personaggio vicino agli ambienti più bui dell’estrema destra americana.

parte 1: Ex volto di Fox News, è stato licenziato per messaggi razzisti (dove parlava del “modo di combattere dei bianchi”). Licenziato da Fox News perché troppo estremo: converrete che ce ne vuole. Oggi conduce un suo show e si è trasformato in un megafono di teorie suprematiste, antisemite, misogine, filorusse e no-vax. Ha definito le donne “esseri estremamente primitivi”, ha intervistato Putin in Russia (nessun giornalista occidentale lo aveva fatto dopo l’invasione dell’Ucraina), e si è detto “difensore esplicito” del criminale di guerra russo.

parte 2: Carlson ha ospitato nel suo show Nick Fuentes, un giovane leader suprematista bianco che nega l’Olocausto, loda Hitler, sostiene che le donne siano “macchine per bambini” e che l’età ideale per diventare madri sia 16 anni (“quando il latte è buono”). Fuentes considera lo stupro non un problema grave (“molte donne lo desiderano”), vuole una dittatura cattolica e si è complimentato con i talebani. Carlson lo intervista ridendo, come se fosse normale.

parte 3: Di Battista non è l’unico: anche Il Fatto Quotidiano ha dato spazio a Carlson definendolo solo “un pentito di Trump”, senza raccontare il suo curriculum dell’orrore, né specificare che si è allontanato perché ormai Trump per lui è troppo poco estremo.

parte 4: in democrazia ognuno è libero di farsi portavoce di chi vuole, ma qui non si tratta di “provocazione intellettuale”: si tratta di diffondere oscenità suprematiste, razziste e antisemite.

Articolo: intro, parte 1 , parte 2 , parte 3, parte 4; approfondisci dove ritieni necessario.

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